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Lui & Lei

Sussurri e saliva


di Membro VIP di Annunci69.it Alchimista980
21.11.2025    |    1.735    |    3 8.0
Apro gli occhi, stordito, sprofondato in una poltrona di una platea di un piccolo teatro. Quarta fila, prima poltrona accanto al corridoio centrale.
Sono circondato dal silenzio. Le luci sono spente. Solo un faro proietta una luce bianca, violenta e fredda, al centro del drappo rosso.
Sipario chiuso. Pesante. Immobile e austero.
Anche senza guardarmi intorno mi rendo conto di essere l’unico spettatore.
Non so come sia finito qui, ma non ho paura, protetto e avvolto dal calore della poltrona e da questo silenzio, così confortante, così misterioso.
Per qualche minuto non accade nulla. Il mio sguardo è fisso sul cerchio bianco di luce. C’è attesa, ma non impazienza.
Dalle casse nasce un suono, una sola nota, elettronica, lunga, cupa, potente. Entra nelle orecchie, striscia nel cervello e arriva fino allo stomaco. Le mie mani stringono il bracciolo. Il mio corpo si irrigidisce.
Il suono cambia nota e frequenza per qualche secondo, poi ritorna il primo e ancora, di nuovo, riemerge il secondo. È una composizione eccentrica, incomprensibile, due note mistiche che si alternano echeggiando nella sala. Mi fanno pensare ai passi di un gigante che barcolla, perduto, alla disperata ricerca di qualcosa.
I suoni vibrano così prepotenti nella mia testa che ho quasi la sensazione che anche la luce sul drappo ondeggi assecondandone le frequenze.
Chiudo gli occhi e libero la mente sotto il bombardamento assordante.
Improvviso, torna il silenzio. Riapro gli occhi. Oscurità totale.
Sento che il sipario si sta aprendo, i tiranti sfregano, lo spostamento d’aria creato dalle pieghe mi rinfresca il viso.
Gong.
Sobbalzo, il faro si riaccende prepotente.
Il palcoscenico è un enorme quadro nero. Al centro un cerchio di luce bianca.
Gli occhi faticano a mettere a fuoco. Poi si abituano.
Una chaise longue antica di velluto verde.
Un corpo adagiato.
Femminile.
Nudo.
Completamente nudo.
Le unghie affondano nel bracciolo. La testa si sporge in avanti come per ridurre la distanza dal palcoscenico.
Le casse riprendono a vomitare i due suoni. L’udito ora lavora con la vista.
Sensazioni nuove.
Il corpo sul palcoscenico è immobile, adagiato su un fianco. Le gambe, lunghe e snelle, sono distese l’una sopra l’altra. Il braccio destro è piegato, la mano sorregge la testa all’altezza dell’orecchio.
Canova. Paolina Borghese. Identica postura, identica tensione erotica.
Però, al contrario di quel capolavoro di marmo, questa testa è rivolta verso di me.
Due occhi scuri mi fissano, silenziosi.
Le note continuano ad alternarsi e il loro potere mi ipnotizza come un automa.
Mi ordinano di alzarmi.
Sono sul palcoscenico, le spalle alla platea, il calore della luce sulla schiena. Microscopiche particelle volteggiano intorno a me in controluce.
In piedi, davanti ad una scultura di carne viva.
Nessuna distanza ora.
I due occhi mi fissano ancora. Scrutano, sono vivi, parlano in silenzio mentre sento ancora più forte le due note che rimbombano.
Colgo dettagli.
Capelli neri, corti, naso affilato, bocca carnosa. Un volto quasi androgino. Affascinante.
Il mio sguardo allarga il campo su tutto il corpo, immobile ma pulsante.
I seni piccoli, il ventre piatto.
Le gambe, snelle e muscolose, chiuse, pudiche, a proteggere l’intimità, l’oscenità.
I piedi lunghi, le unghie smaltate di nero. Come quelle delle mani.
Deve essere alta, se fosse in piedi.
Torno sul viso.
Le labbra si schiudono ed emettono un breve sussurro.
Non riesco a sentire. I miei battiti martellano nel cervello al ritmo dei due suoni.
Con prudente venerazione mi chino in avanti, allungando un orecchio.
Il sussurro si ripete.
“Ti voglio”.
Eccitazione.
Le gambe si aprono, un ginocchio si piega. La mano sul pube. Smalto nero sulla carne viva, rosea, imperlata di umori.
Dita che martoriano, si insinuano, si fondono nelle viscere.
Il ventre vibra.
I miei occhi su di lei.
Sussurri e gemiti.
Li sento.
Gong.
Un luogo senza spazio e senza tempo. Il palcoscenico è svanito, come la chaise longue.
È rimasta solo la luce bianca e la musica assordante, dissacrante.
Corpi che fluttuano.
La mia lingua è dentro di lei, vorace, famelica. La penetra, si nutre di lei.
La schiena avvolta dalla morsa di gambe muscolose, forti. Una morsa che non intende allentarsi.
Le mani stringono i piccoli seni. I capezzoli svettano impetuosi e gonfi. Il ventre freme.
La mia saliva la riempie. Cola dalla mia bocca. Cola dalla sua intimità.
Mi disseto, gustando il retrogusto dei suoi umori.
Lei la assaggia dalla mia bocca. Lingue che si intrecciano. Corpi che si fondono.
Sussurri.
Saliva.
Occhi che mi guardano. Vogliosi.
Le sue mani sul mio petto. Lo accarezzano. Lo graffiano.
Lei, inginocchiata, la lingua sul mio membro.
Baci e saliva.
Tanta saliva.
Sussurro: “Ti voglio”.
Dita smaltate di nero che afferrano, stringono.
Bocca famelica.
Occhi che penetrano.
Schiena arcuata, spasmi ovunque, il piacere che mi pervade.
Esplodo.
Le urla soffocano quella musica maledetta e squarciano quella luce impertinente.
Ancora lingue che si avvolgono, labbra che si divorano.
Assaggio la sua saliva piena del mio seme.
Sussurri.
Saliva.
Gong.
Apro gli occhi.
Platea piena. Vociare ovunque. Luce ovunque.
Sipario chiuso. Pesante. Immobile e austero.
Lei è lì dietro, lo so.

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