Lui & Lei
La Monaca di Monza - Estratto
10.08.2026 |
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"Le domande si moltiplicarono nella testa di Ramiro ma i suoi interrogativi furono soddisfatti dalla vecchia stessa che, non appena la ragazza fu fuori dalla tinozza, le disse:
«Patirai molte..."
Parodia erotica della Monaca di Monza - Capitolo 1 Il 4 dicembre 1575, nel cuore di una Milano gelida e dominata dall'oro spagnolo, la casa dei De Leyva vide la luce di una bambina che venne chiamata Gertrude.
Il suo infausto destino venne decretato prima ancora che la luce del giorno accarezzasse la sua carne. Figlia di un Principe di Milano, Martino de Leyva, un uomo la cui mente era interamente sottomessa all'orgoglio del casato, la bambina venne cresciuta nel segreto di un palazzo nobiliare che somigliava a una tomba per lo spirito. Ogni giocattolo che le veniva concesso, ogni veste che indossava e ogni discorso dei genitori, portavano impresso l'inevitabile marchio del velo claustrale: Gertrude doveva farsi monaca affinché il patrimonio familiare rimanesse integro nelle mani del primogenito. Questa sistematica e spietata sottomissione psicologica eresse intorno alla ragazza una prigione di silenzi e sensi di colpa, comprimendo la sua giovinezza e la sua spiccata sensibilità in un vulcano di passioni represse e inascoltate.
Crescendo, la natura di Gertrude si ribellò istintivamente a quella condanna formale. Ormai adolescente, durante un periodo di prova di clausura nelle stanze del palazzo, in previsione del trasferimento in convento, prima dei voti definitivi, la ragazza tentò un atto di insubordinazione, inviando una lettera segreta a un giovane paggio al servizio del casato, per cercare un varco di libertà attraverso l'amore terreno.
Non si sa come ma in qualche modo la lettera arrivò a destinazione. Ramiro, questo era il suo nome, sulle prime esitò per paura di attirare su di sé l’ira del Principe. Si confidò con un suo pari il quale gli disse che tutta la servitù sapeva che la giovane reclusa fosse estremamente bella, una leonessa in gabbia, dicevano. Il garzone, consumato dal dubbio, alla fine cedette. La ragazza, nella sua lettera, lo invitava a raggiungerla in qualche modo, nei momenti quotidiani in cui i servi si occupavano di lei. Aggiunse che lo aveva visto dalle alte feritoie della sua prigione mentre si affaccendava nelle sue mansioni e ne era stata subito colpita.
Una mattina, deciso ad abbandonarsi alla curiosità e ai sensi, tentò di avvicinarsi con qualche scusa alla prigione della sventurata. Non gli era molto difficile, la servitù si occupava della ragazza in molti modi: il bagno, la biancheria, il cibo e altre incombenze necessarie alla sua triste condizione. Gli bastò mettersi a disposizione con il maggiordomo incaricato di occuparsi delle esigenze della ragazza, per riuscire a farsi assegnare un compito che gli permise di salire nella torre.
Era il giorno del bagno e i più giovani e forti dovevano portare a braccio, fin lassù, gli otri colmi d’acqua calda.
Dovevano lasciarle fuori della porta e scendere immediatamente. Le domestiche le avrebbero riversate nella tinozza. Alcune di loro stavano preparando Gertrude per il bagno. L’aiutavano a spogliarsi per potersi immergere nella vasca dove l’avrebbero insaponata e risciacquata. Ramiro consegnò il suo otre ma non scese subito. Siccome non c’era più nessuno nel vano delle scale, decise di arrischiarsi per poter avvicinarsi il più possibile alla giovane. Si fece di lato e attese che una delle domestiche venisse fuori a prendere l’otre. La donna, avendo le mani occupate, non riuscì a richiudere la porta dietro di sé, la accostò soltanto con un calcio dato con il tacco dei suoi zoccoli. Del resto l’ordine di scendere era perentorio e la porta solo accostata, in quella circostanza, era un dettaglio trascurabile.
Ramiro, con estrema cautela, si avvicinò alla porta e piano piano la spinse tanto da poterne ricavare una fessura sufficiente per guardare all’interno. La giovane leonessa era in piedi, nuda, dentro la tinozza e due serve giovani, di qualche anno poco più di lei, la stavano insaponando con le mani.
Ramiro non aveva mai visto una ragazza completamente nuda e la visione di quel folto pelo nero che circondava il sesso della giovane donna gli procurò un’erezione istantanea. Non si curò più dei rischi che stava correndo, lo spettacolo che stava rubando offuscò in lui tutte le preoccupazioni. Una terza domestica, molto più anziana, stava seduta su un panchetto e osservava l’opera delle due giovani serve con l’attenzione esperta di chi deve controllarne l’esito.
Ramiro strabuzzò gli occhi quando vide che, dopo un cenno della vecchia, le due servette iniziarono a massaggiare Gertude in un modo diverso dal semplice lavaggio. Iniziarono massaggiarle i seni con movimenti più lenti. Sotto le delicate mani insaponate, la rotondità di quel bendidio sobbalzava leggermente e bastò solo quello a far esplodere il pene di Ramiro, dentro i calzoni, in un’erezione potentissima. Ma cosa stava succedendo? Il ragazzo, nonostante non fosse esperto di arti erotiche, capì immediatamente che nella tinozza stava accadendo qualcosa fuori dell’ordinario.
Gertude sembrava lasciarsi toccare e massaggiare con languida complicità. Le giovani mani percorsero tutte le curve della ragazza e scesero sulle natiche per poi passare sotto, in mezzo alle gambe dove il lavaggio delle parti intime si trasformò presto in un massaggio propizio al suo piacere. La vecchia serva annuiva appena come se approvasse quelle mani che stavano compiendo un lavoro ben fatto. Gertrude si lasciò massaggiare fino a un culmine di piacere dopo il quale il bagno ritornò a essere quello che doveva essere. Frettolosamente le servette sciacquarono la giovane donna e la coprirono con alcuni teli puliti. Le domande si moltiplicarono nella testa di Ramiro ma i suoi interrogativi furono soddisfatti dalla vecchia stessa che, non appena la ragazza fu fuori dalla tinozza, le disse:
«Patirai molte sofferenze, che la tua carne possa ricordare questi momenti piacevoli.»
Ramiro comprese all’istante: non stavano abusando di lei, la stavano aiutando a trovare un piacere segreto per poter dare a quel corpo ciò che non avrebbe mai avuto la possibilità di ricevere.
Il ragazzo fu turbato da ciò che vide ma sulle prime non seppe nemmeno lui spiegarsi in quale modo. Ritornò alle sue mansioni sicuro di non essere stato visto. Quella notte faticò ad addormentarsi, i suoi pensieri cercarono di elaborare ciò che aveva visto ma soprattutto ciò che aveva appreso. Il suo mondo, così chiuso, così ipocrita, piegato e sottomesso da poteri e influenze capaci chiudere la natura stessa dell’essere umano in gabbie sacrificali in nome dell’apparenza, dei privilegi e dei retaggi, aveva una sua forma di liberazione occulta, una breccia o un’oasi dove solidarietà e compassione potevano liberarsi per poter dare un briciolo di umanità a un’esistenza triste e costretta a non illuminarsi.
Nei giorni seguenti si industriò per trovare altri modi per raggiungere quella reclusa, che egli nel frattempo aveva idealizzato alla stregua di una dea, vittima di punizioni divine.
In breve scoprì che non gli era troppo difficile avvicinarla: il Principe non aveva mai disposto una sorveglianza serrata, evidentemente non nutriva troppi timori circa una sua possibile fuga, si limitò a consegnare la chiave della porta al maggiordomo che a sua volta la teneva appesa a un chiodo, in una sala vicino alle cucine, facilmente accessibile alla servitù in caso di bisogno.
CONTINUA (10 capitoli)
Nota: Questo è il primo capitolo ufficiale de "La Monaca di Monza", contenuto nell'antologia d'avanguardia indipendente "L’odore della pelle" firmata da Melissen Rávë. Un'opera sfrontata, colta e solenne creata per sviscerare i quattro più grandi classici della letteratura mondiale e sconsacrarli interamente all'Eros e alla verità biologica dei corpi consenzienti.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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