La commercialista parte 1
Premessa
Sono un agente immobiliare della provincia di Napoli. Quello che sto per raccontare non è frutto della fantasia: sono fatti realmente accaduti, anche se, per ovvi motivi, alcuni nomi e particolari sono stati modificati.
Dal commercialista ci andavo almeno quattro o cinque volte al mese. Fatture, contratti, documenti, scartoffie varie… ormai quell'ufficio faceva parte della mia routine.
Quella mattina, però, qualcosa attirò la mia attenzione.
Seduta dietro una scrivania c'era una ragazza che non avevo mai visto prima. Avrà avuto poco meno di trent'anni. Mora, capelli neri raccolti in una coda, camicetta e jeans. Era seduta e, da quella posizione, non riuscivo a farmi un'idea precisa della sua figura.
Mentre parlavo con il mio commercialista, lui me la presentò. Io pensavo fosse la nuova segretaria, invece scoprii che era una sua collega.
Le solite presentazioni, qualche parola di circostanza e un caffè preso al volo in ufficio. Poi ci salutammo.
Ma appena uscii e scesi le scale, mi venne spontaneo fare una domanda al mio commercialista.
«Quando sei libero e sei da solo, chiamami.»
Alle sette di sera arrivò la sua telefonata.
«Ma che è successo?»
Stava ridendo.
«Niente… però dimmi una cosa. Ti piace la collega?»
Colpito e affondato.
«Facciamo prima: dimmi nome e cognome, che la cerco sui social.»
Lui rise ancora.
«Ti faccio una premessa: è fidanzata.»
«E allora? Anch'io lo sono. Mica ci dobbiamo sposare!»
Per correttezza, nel racconto la chiameremo Martina Esposito.
Prima di chiudere la telefonata, però, il mio commercialista mi fece una confidenza che aumentò ancora di più la mia curiosità.
«Guarda che anche lei ha fatto qualche domanda su di te.»
«Che tipo di domande?»
«Niente di particolare. Dove stavi, se l'ufficio era tuo… domande vaghe sul lavoro.»
Quella sera trovai il suo profilo Instagram. Non sapevo se fosse insieme al fidanzato, quindi preferii non rischiare. Aspettai la mattina successiva.
Alle sette precise le mandai la richiesta. Nessun messaggio, nessuna frase d'approccio.
Poco dopo accettò.
E, cosa ancora più interessante, iniziò a seguirmi a sua volta.
Alle dieci ero nuovamente dal commercialista, con una scusa piuttosto banale.
Lui era al telefono. Martina era alla sua postazione.
Mi avvicinai e, con naturalezza, le dissi:
«Bello il cane che hai.»
Lei sorrise.
«Stamattina mi sei uscita tra le persone che potevo conoscere. Scusa la banalità, ma ho pensato di dirtelo.»
Lei, invece di mostrarsi infastidita, iniziò a parlare dei miei cani. Aveva visto il mio profilo e, a quanto pare, anche lei aveva una vera e propria galleria di foto dei suoi animali.
Quando il mio commercialista terminò la telefonata, rientrò nella stanza. Parlammo ancora qualche minuto e poi andai via.
Durante la giornata, però, iniziò qualcosa di diverso.
Martina pubblicava delle storie su Instagram e io, sapendo che era al lavoro, cominciai a risponderle. Prima una battuta, poi un'altra. Conversazioni leggere, apparentemente innocenti.
E tra una battuta e l'altra iniziai a farle qualche complimento.
Lei sembrava apprezzare.
Verso le sei di sera mi fece due precisazioni.
La prima:
«Mi raccomando, non dire niente in studio del fatto che ci stiamo scrivendo.»
La seconda:
«Tra poco devo andare, perché devo fare delle commissioni con il mio fidanzato e quindi non potrò rispondere.»
Colsi l'occasione.
«Vabbè, anch'io tra poco torno a casa. C'è la mia compagna.»
All'epoca, infatti, convivevo.
Poi aggiunsi:
«Comunque non stiamo facendo niente di male. Ci stiamo solo scambiando due chiacchiere.»
Lei rispose con una frase che sembrava quasi un avvertimento:
«Vabbè… però sai come funziona.»
Forse voleva mantenere una distanza di sicurezza. O forse, proprio dicendomi così, mi stava invitando a capire quanto quella distanza fosse realmente sottile.
Io avrei voluto provocarla ancora, ma il tempo era poco.
Quella sera pubblicai alcuni post. Lei iniziò a commentarli.
Era l'occasione perfetta.
Le scrissi:
«Sei sola?»
Mi rispose di sì.
Da lì la conversazione cambiò ritmo.
Dalle semplici battute passammo all'idea di prenderci un caffè insieme.
La mattina successiva fissammo l'appuntamento alle 8:30.
Lei fu puntualissima: alle 9:15 doveva essere in ufficio.
Quando la vidi arrivare, rimasi per qualche secondo in silenzio.
La ragazza che avevo visto seduta dietro quella scrivania il giorno prima aveva finalmente preso forma davanti ai miei occhi.
Era vestita in tailleur. Elegante, curata. E adesso, in piedi davanti a me, potevo finalmente apprezzarne la figura.
Ci prendemmo il nostro caffè e cominciammo a parlare.
All'inizio di tutto e di niente.
Poi sempre più liberamente.
Il problema era che il tempo sembrava correre.
Quando ci accorgemmo dell'ora, eravamo già in ritardo.
Ci salutammo.
Un movimento quasi casuale, un avvicinamento appena accennato… le nostre labbra si sfiorarono.
Lei sorrise.
Mi guardò.
E quella volta nessuno dei due fece un passo indietro.
Arrivò prima un bacio veloce, quasi timido. Poi un secondo bacio, più intenso, che durò qualche istante in più.
Martina guardò l'orologio.
«È tardissimo. Devo andare.»
Prima di separarci ci scambiammo i numeri di telefono.
Durante la mattinata continuammo a sentirci.
Poi arrivò una frase che cambiò nuovamente le cose.
«Ho una pausa dalle 13 alle 14.»
A quel punto decisi di rischiare qualcosa in più.
«Allora passa da me in ufficio. Sono solo.»
Dall'altra parte ci fu un momento di esitazione.
Non un no.
Un'incertezza.
Quella piccola pausa che, in certe situazioni, dice molto più di una risposta.
Alla fine arrivò il suo messaggio.
«Va bene.»
E fu proprio in quel momento che capii che quel semplice caffè della mattina aveva aperto una porta che, fino al giorno prima, nessuno dei due aveva nemmeno immaginato di poter attraversare. Continua fatemi sapere se vi intriga il continuo
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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