La donna perversa
Ci sono cose che la mente non riuscirà mai a cancellare. Momenti che restano impressi nella memoria e che, quando tornano a galla, riescono ancora a provocare le stesse emozioni di allora.
Momenti che la vita ti concede una sola volta: ti dona lo zucchero per farti apprezzare, forse ancora di più, il sapore dell’amaro.
Mi sono sempre piaciute le donne. La loro essenza, la passione, il desiderio. Mi è sempre piaciuto donare piacere e spingerle oltre quei limiti che pensavano di non poter superare.
Ho sempre avuto una certa propensione per il bondage e per il ruolo da master, quando dall’altra parte c’è una donna consenziente e desiderosa di vivere un rapporto di sottomissione.
E quella che sto per raccontarvi è un’esperienza che, ancora oggi, quando ci penso, riesce a riaccendere dentro di me sensazioni difficili da spiegare.
Lei aveva qualcosa che mi aveva completamente conquistato.
Ma andiamo con ordine.
Buona lettura.
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Un giorno un mio amico mi presentò lei.
Era una donna di quattro o cinque anni più grande di me. Io avevo circa 33-34 anni. Era un’amica della sua fidanzata.
La prima impressione?
Difficile da dimenticare.
Era stupenda. Una terza piena, labbra rifatte, un modo di guardare che sembrava sapere già perfettamente quale effetto facesse sugli uomini.
E, soprattutto, aveva quell’aria sfacciata e provocante che ti fa pensare immediatamente che dietro quella bellezza ci sia molto altro.
Quella sera eravamo tutti insieme per un semplice aperitivo.
O almeno, doveva essere un semplice aperitivo.
Tra una chiacchiera e l’altra organizzammo una cena per la sera successiva in un ristorante della Costiera.
Il tavolo, però, era disponibile soltanto alle 23.
Troppo tardi per presentarci direttamente a cena.
Così venne fuori l’idea di fare un tour in barca prima, arrivando in zona già per le 19.
Sembrava una normale serata tra amici.
Sembrava.
Perché già quella sera accadde qualcosa che, col senno di poi, avrei dovuto interpretare come un segnale.
Mentre consumavamo l’aperitivo mi sporcai le mani e chiesi delle salviettine.
Erano al limone.
Le passai sulle mani e poi, quasi distrattamente, anche sulla barba.
E dissi ad alta voce, scherzando:
«Sembrava di avere un limone in faccia.»
Lei mi guardò.
Non disse nulla per qualche secondo.
Poi, con una naturalezza disarmante, davanti a tutti i nostri amici, mi disse:
«Fammi sentire l’odore.»
Si avvicinò.
Annusò la mia barba e sorrise.
«È vero.»
E prima ancora che riuscissi a capire cosa stesse facendo, mi diede un bacio.
Un bacio vero.
Io rimasi sorpreso soltanto per un istante.
Poi lo ricambiai.
Quando ci staccammo, intorno a noi partirono gli applausi e le risate dei nostri amici.
Io sorridevo.
Lei pure.
Ma dentro di me era appena successo qualcosa.
Qualcosa che non riuscivo ancora a definire.
La serata finì lì.
Ci scambiammo i numeri e ognuno tornò alla propria vita.
Lei aveva i suoi impegni.
Io i miei.
Ma quella notte c’era un problema.
Non riuscivo a smettere di pensarla.
Continuavo a rivedere quel momento, quel modo naturale con cui si era avvicinata, quella sicurezza con cui aveva fatto qualcosa che io non mi sarei mai aspettato.
E più ci pensavo, più cresceva la curiosità.
Volevo capire chi fosse veramente quella donna.
Il giorno dopo arrivò finalmente l’appuntamento.
Avevamo stabilito di incontrarci a casa del mio amico, ma proposi di andare a prendere lei.
Abitava a una trentina di chilometri.
Volevo avere qualche minuto da solo con lei, lontano dagli altri.
Volevo capire se quello che era successo la sera prima fosse stato soltanto uno scherzo, una provocazione…
oppure se dietro quel bacio ci fosse qualcosa di più.
Arrivai all’appuntamento.
E quando la vidi, per un attimo rimasi senza parole.
Era bellissima.
Indossava un tubino nero e tacchi alti.
Sembrava uscita da un film.
Mi guardò, sorrise e venne verso la macchina.
In quel momento sentii il cuore accelerare.
E dentro di me, invece, qualcosa di molto più istintivo aveva già deciso.
Quella serata non sarebbe stata affatto una semplice cena tra amici.
Aprì la portiera, salì e si mise accanto a me.
Ci guardammo.
Per qualche secondo nessuno dei due disse niente.
Poi mise la cintura, si sistemò i capelli e, con quel suo sorriso che ormai avevo già imparato a riconoscere, disse:
«Allora… andiamo?»
Misi in moto.
Ma mentre partivo avevo una sola domanda in testa:
dove sarebbe arrivata quella serata?
E soprattutto…
chi dei due avrebbe perso per primo il controllo?
Continua…
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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