La donna perversa epilogo
A un certo punto lei prese una gomma dalla borsa e disse:
«Peccato che è l’ultima.»
«Non ti preoccupare, ci fermiamo a comprarle lungo il tragitto», le risposi.
Lei se la mise in bocca e poi si allungò verso di me per spezzarla nella mia bocca. Fu quello il momento in cui iniziò davvero la serata.
Tra noi cominciarono baci e tocchi fugaci, reciproci, ma senza andare oltre. Arrivammo a casa del mio amico, dove cambiammo autovettura. Io e il mio amico davanti, le donne dietro. Eravamo apparentemente distanti, ma ogni tanto sentivo qualcosa sfiorarmi il collo, delle unghie che mi accarezzavano lentamente. Bastava quello per farmi capire che, tra noi, la serata era tutt’altro che finita.
La destinazione era Torre Normanna, che dispone di un piccolo approdo dal quale i clienti possono raggiungere il locale via mare. Lì ci aspettava la nostra barca, con lo skipper.
Destinazione: Amalfi, di notte.
Era giugno, il clima era mite e la serata sembrava perfetta.
Il mio amico e la sua fidanzata si sistemarono a prua, continuando l’aperitivo che ci era stato offerto. Noi, poco dopo, li raggiungemmo con la scusa di fare qualche foto e, per sederci un po’ più vicini, ci spostammo a poppa.
Fu allora che sentii la sua mano cercarmi.
Lei mi guardò con quell’aria maliziosa che ormai avevo imparato a riconoscere. Per qualche istante dimenticammo completamente di essere su una barca insieme agli altri. Lei mi aprì la patta dei pantaloni e se lo mise in bocca. La situazione diventò rischiosa e dovemmo fermarci quasi subito, con il timore che qualcuno potesse accorgersi di qualcosa.
Ci ricomponemmo e tornammo dagli altri.
Forse non avevano visto nulla. Forse sì. Non l’ho mai saputo, perché quella sera nessuno ne parlò.
Arrivò il momento di andare a cena. Tra noi l’aria era tesissima. Non vedevamo l’ora di poter finalmente restare soli.
Eppure la cena finì senza nessun risvolto.
Verso le due eravamo finalmente arrivati. Dovevo accompagnarla a casa, così salutammo i nostri amici e partimmo.
Eravamo in macchina, ormai soli.
A un certo punto la guardai e le chiesi:
«Ma tu stasera puoi dormire fuori casa?»
Lei mi sorrise.
«Speravo proprio che me lo chiedessi.»
Non servì aggiungere altro.
Ci incamminammo. Lungo la strada trovammo l’Hotel Marco Antonio. Ci fermammo.
Scelsi la suite Animalier, colpito dalla sua forma e, soprattutto, da come era stata progettata la camera. Chiesi una bottiglia di prosecco per brindare.
Finalmente eravamo soli.
E, dopo tutta quella sera fatta di sguardi, sfioramenti, attese e occasioni mancate, quella porta che si chiuse dietro di noi sembrò segnare l’inizio di qualcosa che entrambi stavamo aspettando da ore.
Ci saltammo addosso.
Le dissi:
«Ci facciamo una doccia?»
Prima lei, con molta chiarezza, disse:
«No, voglio sentire i tuoi odori.»
Lei disse:
«Facciamo un brindisi, però. A noi.»
Aprì la bottiglia e versò da bere.
«Cin cin.»
Dopo il primo sorso, lei disse:
«A me piace brindare così.»
Prese il mio cazzo e lo bagnò con il prosecco. Bruciava un poco, ma poi, nella sua bocca, si calmò il bruciore.
Allora ricambiai: presi la bottiglia e ne versai un poco sulla sua fica e la ricambiai anch’io. Lei subito esplose.
Quando, all’improvviso, mi fece sdraiare e, invece di scoparmi, incominciò a baciarmi e leccarmi ovunque: collo, capezzoli, inguine. Scese fino ai piedi; sembrava spompinare il pollice e tutte le dita dei piedi. Poi risalì, mi fece alzare le gambe e incominciò a leccarmi il buco del culo. La lingua spingeva, leccava, faceva di tutto.
Poi, famelica, si piombò sul cazzo. Le uscivano le lacrime, stava vomitando, ma non si fermò: continuava a leccare tutto.
Lì capii la sua natura.
Gli arrivai in bocca, lei sputò nel flute, aggiunse altro prosecco e se lo sorseggiava. Mi guardò e disse:
«Abbiamo sporcato un po’.»
Ci fumammo una sigaretta, ci coccolavamo, ma volevamo il bis. Ci mettemmo nella vasca, ci stuzzicavamo, ci toccavamo: due dita in culo, una in fica, o viceversa. Lei gemeva, sorseggiavamo il prosecco, giocavamo.
Quando chiesi una pausa perché dovevo andare a pisciare, lì non riuscii a credere alle mie orecchie.
«Scusa, perché ti devi alzare? Fallo nella mia bocca. Voglio tutto di te.»
La pisciai in bocca, la pisciai ovunque. Avevo trovato la donna che realizzava i miei desideri. Beveva, degustava...
Ci rimettemmo sul letto, scopammo senza sosta: fica, culo, bocca. Poi la misi a pecora, quel culo alto all’insù, quel buco già aperto dalla sessione precedente.
Guardai la bottiglia, guardavo il culo. Invece di incularla, presi la bottiglia e la penetrai prima in culo, poi in fica. Le stavo facendo un clistere di prosecco. Si lamentava che bruciava, ma non voleva che mi fermassi; anzi, incitava. Sempre più forte, vedevo come si arrossava e si allargava il suo ano. Continuai con le dita; la sentivo tremare, urlava, godeva.
Poi si fermò, si distese a pancia all’aria e mi disse:
«Continua con la bottiglia, ovunque vuoi.»
La bottiglia entrava più della metà; si allargava sempre di più e il clitoride sembrava un cazzo, tanto che era duro e faceva capolino da sopra la bottiglia.
Poi continuammo di nuovo a scopare.
Salì sopra, in piedi, si abbassò e si inculava da sola. Era tremendamente eccitante, tanto che durai poco. La sborrai in culo.
Lei si mise distesa su di me, il cazzo flaccido, ormai stanco della maratona. Lei si strusciava, stava dentro moscio, quando all’improvviso dovevo pisciare, ma non volevo svegliarla: si stava appisolando e, senza dirle niente, la pisciai dentro. Sentivo che si allargava, un calore enorme. Lei si spostò, aveva perdite ovunque, se lo mise in bocca e ingoiò tutto il mio piscio.
Quel letto era un lerciume.
Chi lo pensava? Una donna così bella, così sexy, una cagna in calore... Avevo trovato la donna che realizzava tutte le mie fantasie? Quella che riusciva a esternare tutte le mie fantasie senza nascondersi dietro i tabù?
Lei, quella sera, fece cadere tutti i miei dubbi e tabù. Esisteva una donna che non mi faceva sentire sbagliato.
Dormimmo.
La mattina mi svegliai con una leccata di culo e palle. Dovevo pisciare: era l’istinto fisiologico. La presi per i capelli, la portai in bagno, le abbassai la testa nel water e la pisciai in testa. Dopo le tirai lo scarico.
Oramai mi fece capire che potevo abusare di lei senza problemi, perché era consenziente a queste pratiche.
Infatti, poco dopo, lei disse:
«Scopami così, che sto a pecora vicino al cesso.»
Sapevo che eri un maiale.
Questa volta, dopo aver scopato, vidi il suo perizoma. Lo presi e gli sborrai sopra.
Ci lavammo, ci preparammo e la feci indossare il perizoma sporco di sborra.
Quando uscii da quella stanza, mi voltai e dissi:
«Qui non mi faranno entrare mai più.»
Se volete il continuo delle storie con lei, ditemelo nei commenti. Se no, parlerò di altre avventure con altre donne...
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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