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SONO MAGGIORENNE ESCI
Lui & Lei

La flaca


di coppiamnature
03.09.2026    |    1.216    |    3 9.7
"A un certo punto si staccò e si voltò mettendosi a carponi, guidandomi a prenderla da dietro..."
Maria è una splendida puledra venezuelana conosciuta tramite amici comuni: corpo esile, un seno sodo con capezzoli scuri, glutei scolpiti, pelle ambrata e uno sguardo indio intensissimo. In un agosto torrido eravamo rimasti in pochi a Bologna e la sera, quando finalmente rinfrescava, era piacevole ritrovarsi in qualche locale all'aperto. Due chiacchiere, una birra, vestiti leggeri e musica di sottofondo.
​Una sera capitammo in un posto dove suonavano musica sudamericana, ma non di quella martellante: era una melodia morbida, tipo Compay Segundo, perfetta come sottofondo. A un certo punto lei si alzò e iniziò ad ancheggiare a quel ritmo; le veniva naturale, essendo nata e vissuta per vent'anni in quel contesto. Il vestitino leggero veniva attraversato dalle luci della postazione del DJ, lasciando intravedere il contorno di quel corpo sinuoso, le gambe esili ma muscolose e la forma del bacino. Ebbi l'impressione che non indossasse gli slip: in controluce mi era parso di scorgere il profilo nitido della vulva.
​Quando tornò al tavolo mi avvicinai a lei e, evitando che gli altri ascoltassero, le chiesi se la mia fosse solo un'impressione. Sorridendo mi rispose di no: non li indossava perché le piaceva sentirsi libera da ogni costrizione e, specialmente con quel caldo, l'intimo le dava fastidio.
​L'estate trascorreva tra serate con gli amici e Maria diventava ogni giorno più affascinante. Una sera mi disse che le sarebbe piaciuto andare sulle colline: aveva sentito di un concerto jazz dove si poteva anche mangiare qualcosa. Ci accordammo e passai a prenderla in macchina. Indossava un lungo abito a motivi floreali, i capelli neri e folti raccolti di lato con un fermacapelli a forma di fiore, sandali di cuoio e le immancabili collane con bracciali al polso. Era bella come un personaggio di García Lorca. Scherzando le chiesi se quella sera avesse messo l'intimo e lei, per tutta risposta, scoppiò a ridere: «Certo che no!».
​La cena e il concerto furono splendidi. Parlammo molto, o meglio, parlò soprattutto lei: una delle sue caratteristiche era essere una gran chiacchierona, ma aveva argomenti e un modo di raccontare così fluido che ascoltarla era un vero piacere, complice quel suo accento spagnolo che faceva il resto.
​Si fece tardi. Dopo aver bevuto del buon vino e del buon rum, un po' brilli, decidemmo di restare ancora un po' sul prato per smaltire l'alcol. Trovammo un angolo appartato sotto una quercia. Lì i racconti lasciarono il posto a battute, scherzi e stuzzicherie reciproche, finché non ci ritrovammo vicinissimi, con le labbra incollate. Allungai le mani e iniziai a esplorare il suo corpo; il desiderio cresceva a ogni contatto.
​Ormai quasi sobri, salimmo in macchina per tornare. Lei abitava in un paese vicino, in una vecchia casetta a schiera preceduta da un piccolo giardino arredato con fantasia: vasi improvvisati, piante rigogliose, lanterne e un vialetto fatto con mattonelle di recupero. Molto freak, proprio come lei. Maria aveva cinquant'anni, ma ne dimostrava almeno dieci in meno, e io avevo un paio d'anni meno di lei.
​Mi fermai davanti a casa sua. «È stata una serata piacevole» le dissi, poi la guardai negli occhi con un sospiro: «Allora ci vediamo un'altra sera?».
Lei sorrise: «Beh, che fai, non entri?».
​Parcheggiai e scesi. L'interno era perfettamente coerente con l'esterno: pareti decorate con colori vivaci e motivi maya e inca, profumo d'incenso, libri, foto artistiche e piccoli quadri. Una casa spartana ma bellissima, sviluppata su due piani: al piano terra un salottino con camino e una cucina sul retro; al piano di sopra due camere e il bagno. Era uno spazio piccolo ma carico di vita, colore e armonia. Mi colpì un dettaglio nel salotto: su una mensola faceva bella mostra di sé un dildo di marmo, lungo almeno venti centimetri e di notevole circonferenza.
​Mentre lei andava a farsi una doccia, io mi guardai intorno leggendo i titoli dei libri sparsi qua e là, ne sfogliai uno a caso e mi rilassai su una poltrona. Poco dopo Maria uscì dal bagno completamente nuda. La guardai restando senza fiato. Sapevo che fosse una bella donna, ma dal vivo era molto più di quanto potessi immaginare.
​La fissai con un sorriso complice e le rivolsi un piccolo applauso, lento e misurato, per farle capire quanto la apprezzassi. Lei si avvicinò sorniona e tornammo a baciarci. Le sue labbra erano tumide e carnose; ci immergemmo in un gioco intimo di baci, risate e carezze ovunque, mentre il mio desiderio prendeva nettamente forma.
​Ritenendo opportuno presentarmi al meglio, le chiesi se potessi fare una doccia anch'io. Lei acconsentì e mi accompagnò in bagno per poi sistemarsi in camera. Quando la raggiunsi era distesa sul letto: continuava a sorridere, allargò le braccia e io mi buttai istintivamente tra le sue forme.
​Iniziò una lotta dolce e carnale. I nostri corpi si cercarono senza riserve: il profumo del suo sesso era esotico, unico, e il suo modo di accarezzarmi con la bocca portò la tensione erotica alle stelle. A un certo punto si staccò e si voltò mettendosi a carponi, guidandomi a prenderla da dietro. Non me lo feci ripetere: scivolai dentro di lei, sentendo il calore avvolgente delle sue pareti e la naturale fluidità del momento. Da sotto, Maria allungò una mano per stimolarsi con delicatezza, arrivando contemporaneamente ad accarezzarmi e stringere con dolcezza le palle.
​Prima del culmine si staccò di nuovo, si voltò e mi fece stendere, salendo a cavalcioni su di me. Lì cominciò una danza straordinaria: i suoi muscoli vaginali iniziavano a stringere il mio membro con cadenza ritmica, rilasciando e serrando la presa in una sequenza estenuante e bellissima, come una vera sacerdotessa del piacere.
​Poi i suoi movimenti cambiarono ritmo. Iniziò a spingere con decisione, affondando completamente e facendo combaciare il suo clitoride contro il mio pube. Accellerò il passo, appoggiando le mani sul mio petto e affondando quasi le unghie per la foga. Io le afferrai saldamente i glutei, assecondando ogni sua spinta e premendola ancora di più contro di me. Il contatto continuo e profondo la portò al parossismo: inarcò la schiena, portò una mano su una chiappa per imprimere ancora più forza e cominciò a sussurrare parole in un misto di italiano e spagnolo, alternate a gemiti sempre più intensi.
​Il suo corpo fu scosso da un tremore violento e prolungato; per un istante provai quasi un senso di vertigine per tanta intensità. Mi morsi le labbra mentre lei esplodeva in urla, invocando qualche divinità esotica. Persi del tutto il controllo e mi lasciai andare, venendo copiosamente dentro di lei. Continuammo per qualche secondo con sussulti sconnessi e respiri affannati, poi lei si alzò in piedi sopra di me, a gambe divaricate, lasciando che la gravità facesse il suo corso come in un antico rito sciamanico.
​Mi guardò sorridendo — sorrideva sempre — poi si chinò e con la punta della lingua raccolse una goccia dal suo corpo, spalmandosela sulle labbra.
​Concluso quel rito, si abbandonò sul mio petto. Rimanemmo abbracciati a sentire la pelle che pian piano si asciugava dal sudore e dall'intimità condivisa, scambiandoci baci leggeri e risate sommesse.
​Poi mi guardò e disse: «Questa volta ti ho dato una parte di me, ma dovrai guadagnarti il resto, se lo vorrai».
«Mi impegnerò» le risposi.
​Ormai privi di forze, ci lasciammo scivolare insieme in un sonno profondo.
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