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Lui & Lei

Stanza 302: La Tortura di Lei


di Esmeralda_
31.03.2026    |    1.293    |    9 9.8
"La trascina così, senza uscire dal suo corpo, verso il centro della stanza, dove lo spazio si fa più ampio..."
Il tempo nella 302 si dilata, perdendo consistenza. Le ore passano come una sequenza di fotogrammi sfocati, lasciando lei in uno stato di grazia animale: gode instancabilmente da ore, ogni fibra del suo essere è saturata da un piacere che non accenna a spegnersi.

Julian, invece, è al limite. Il suo corpo, pur temprato, è una corda tesa che ha vibrato troppo a lungo. Si accascia sulla poltrona di pelle, il respiro pesante, gli occhi cerchiati da una stanchezza che è pura beatitudine. "Tregua," mormora, una parola che sa di resa onorevole. Ma mentre la bocca chiede pietà, i suoi occhi, fissi sulla nudità di lei, implorano ancora piacere.

Non vuole il ritmo selvaggio di prima; cerca un’estasi diversa, una lenta agonia di sensazioni che lo porti sull'orlo dell'abisso senza spingerlo giù. Lei lo guarda, un sorriso predatore e dolcissimo che le illumina il volto. Senza dire una parola, scivola a terra, inginocchiandosi tra le sue gambe con una lentezza rituale.

Inizia con un tocco quasi impercettibile. Le sue dita, leggere come ali di farfalla, risalgono l'interno delle cosce di Julian, stuzzicando i nervi stanchi, risvegliando una tensione che lui credeva di aver esaurito. Le sue mani accolgono i testicoli, saggiandone il peso e il calore. Inizia a baciarli con una delicatezza esasperante, picchiettando con la punta della lingua la pelle sottile e rugosa. Poi, con un movimento lento, ne accoglie uno in bocca, succhiandolo piano, facendolo roteare sulla lingua mentre le sue dita toccano l'altro con una pressione sapiente.

Julian inarca la schiena, le mani che artigliano i braccioli fino a sbiancare le nocche. Lei scivola con la lingua leccandoli con colpi lunghi e umidi, baciando la radice del suo sesso, risalendo e scendendo in una danza di bava e calore che riduce Julian a un ammasso di nervi scoperti. È una devozione erotica assoluta: non c'è fretta, solo il piacere di possedere la sorgente stessa della sua virilità.

Dopo averlo adorato così, lei si china, e il primo contatto non è della bocca, ma del respiro caldo sulla pelle tesa del suo sesso. Julian chiude gli occhi, le mani che artigliano i braccioli della poltrona. Poi, lei inizia a leccarsi le labbra, prima di far scivolare la punta della lingua lungo tutta l'asta, dal basso verso l'alto, con una precisione metodica che gli fa inarcare la schiena. "Sei mio," sembra sussurrare lei contro la sua pelle, prima di accoglierlo.

La sua bocca è un rifugio di calore e fluidi. Lei lo avvolge con una fellatio lenta, una tortura di velluto quasi statica, usando la lingua per disegnare cerchi concentrici sulla punta che mandano scariche di piacere direttamente al cervello di lui. Non è una ricerca del culmine, ma la celebrazione stessa della sua potenza.

Julian sente ogni millimetro di quel contatto. La lentezza è la sua tortura. Lei lo guarda dal basso, gli occhi fissi nei suoi, una sfida silenziosa che sembra dire: "guarda come ti distruggo con la mia dolcezza".. La guarda gustare lentamente il suo stesso sapore che avvolge il suo sesso dopo il rapporto. Le mani di lei non restano ferme; toccano i testicoli con una pressione sapiente, mentre la sua gola accoglie la lunghezza di lui con una morbidezza che sembra sconfinata. È un atto sacro e contemporaneamente profano, dove la sottomissione di lei è in realtà il suo massimo esercizio di potere.

In quella posizione, con il busto proteso verso di lui e il viso immerso nel suo piacere, lei è l'immagine della resa totale, ma è Julian a sentirsi inchiodato a quella poltrona dalla propria brama. Non può muoversi, non può fuggire; è prigioniero della bocca di lei, di quel ritmo che non accelera mai, mantenendolo in uno stato di pre-orgasmo perenne.

Il contrasto tra la pace della stanza e la tempesta che infuria nel sangue di Julian è assoluto. Sente i propri fluidi pulsare, il desiderio di esplodere che diventa un dolore delizioso, mentre lei continua la sua opera di devozione, baciando, leccando, succhiando e accarezzando la pelle vellutata del suo sesso, con una lentezza spietata, decisa a non concedergli la fine finché non sia nient'altro che un guscio vuoto di puro piacere.

Con la punta della lingua, lei preleva dal sesso le gocce fluide della sua eccitazione e lui la guarda leccare i suoi fluidi come fossero il nettare sacro degli Dei. In quella vulnerabilità, lui non si sente sconfitto, ma divinizzato: è l'altare su cui lei officia il proprio piacere.

Nel continuare a leccarlo, lei percepisce il collasso imminente nei muscoli di Julian, nel modo in cui le sue dita affondano nella pelle della poltrona fino quasi a strapparla.

Proprio nel momento in cui il respiro di Julian si fa un rantolo e il suo corpo si irrigidisce, lei si stacca. Il distacco è umido, lento, quasi crudele. Lei rimane lì, a un millimetro dalla sua pelle, lasciando che l'aria fresca colpisca la carne ipersensibile di lui. Julian boccheggia, le mani che cercano istintivamente i capelli di lei per riportarla a sé, per implorare la fine di quel supplizio. Ma lei gli blocca i polsi fissandolo con uno sguardo che non ammette repliche. Lo lascia sospeso sull'orlo del baratro, in preda a una tensione così estrema da essere quasi insopportabile. "Non ancora," mormora lei, leccandosi le labbra con calma, nonostante l'eccitazione che le cola dal mento: "Voglio che tu senta ogni singolo grammo di questo desiderio, prima che io ti permetta di prenderlo."

Lui è prigioniero. Ogni cellula del suo corpo urla per il rilascio, ma il comando di lei è una catena più forte della sua stessa carne. Lei riprende a sbranarlo con la bocca, ma con una delicatezza così esasperante da mantenere la tensione a un livello costante, sub-massimale. È un esercizio di potere assoluto: lei lo sta trasformando in un oggetto di culto vivente, che non può esplodere, ma solo bruciare eternamente.

Julian è ridotto a puro sentire, un corpo che trema sotto la sapienza di quella bocca, costretto a restare lucido nel  mezzo del proprio martirio erotico.

Il rituale del divieto si trasforma in una nuova forma di sesso, dove il corpo di Julian è diventato un’antenna tesa verso il volere di lei.

Lei non cerca più il movimento, ma la vibrazione. Si solleva lentamente, abbandonando la morsa della bocca con uno sguardo che lo inchioda alla poltrona più di quanto abbiano fatto le sue mani. È una scopata mentale, un’invasione che passa per i nervi ottici prima di scaricarsi nel bacino.

Lei rimane inginocchiata tra le sue gambe, ma non lo tocca. Inizia a descrivere a bassa voce, con una precisione quasi anatomica, ogni singola sensazione che lui sta provando, ogni brivido che percorre la sua carne tesa al limite della rottura. "Senti il sangue che preme contro le pareti delle tue vene, senti come pulsa il tuo cazzo quando le tue palle sono pronte a
esplodere per me?"

Le parole di lei sono come dita invisibili che accarezzano la sua eccitazione. Julian è in preda a una tensione insopportabile. Il divieto di venire è diventato un mantra, una barriera logica che la sua intelligenza cerca disperatamente di rispettare, mentre il suo corpo animale urla per la liberazione.

Lei avvicina di nuovo il viso al suo sesso, ma si limita a soffiare un alito d'aria gelida sulla pelle bollente, un contrasto termico che lo fa sussultare violentemente.

È una devozione crudele. Lei sta mappando i suoi limiti, esplorando quella zona d'ombra dove il dolore del desiderio diventa un piacere sacro.

Julian chiude gli occhi, ma lei gli afferra il mento, costringendolo a guardarla. Vuole che lui sia testimone della propria lussuria. In quella posizione, con il respiro corto e i muscoli che vibrano per il peso della propria brama, la sua mente è un campo di battaglia dove la volontà di lei vince ogni suo istinto di sopravvivenza.

Lei inizia a toccare se stessa davanti a lui, con una lentezza esasperante, descrivendogli il calore che sente, l'umidità che la bagna, rendendolo partecipe di un piacere che lui può solo guardare, ma non toccare. È un sesso fatto di immagini e proiezioni, una fusione che avviene nel lobo frontale prima di incendiare il midollo spinale.

Lei si scosta appena, restando inginocchiata. Con una mano tra le cosce, affonda le dita nella propria umidità, bagnandole con i suoi fluidi caldi. Le porta lentamente alla bocca di Julian, premendole contro le sue labbra: "Assaggia com'è buona la tua firma," sussurra, obbligandolo a gustare la traccia del loro sesso precedente, prima di tornare a premere un dito alla base del suo membro per bloccare l'orgasmo montante: "Guardami," ordina lei: " Non interromperai il mio rituale, finché non avrò finito di venerarti."

La brama di lui è diventata una massa solida, un peso che minaccia di schiacciarlo. Ogni volta che Julian sembra sul punto di perdere il controllo, lei cambia tono, riportandolo alla realtà con una domanda fredda o un comando secco, spezzando il ritmo biologico per imporre il proprio.

È un rituale di potere assoluto: lei non sta solo possedendo il suo corpo, sta abitando i suoi pensieri, trasformando la sua carne in uno strumento che suona solo la musica che lei decide.

"Sei mio," sussurra infine, sfiorando con la punta della lingua l'apice del suo tormento senza mai chiudere la bocca su di lui. "E finché io non decido diversamente, questo inferno sarà il tuo paradiso."

Lei ha preso ormai il controllo totale della sua biologia. Julian è immobile sulla poltrona di pelle, un’ancora di carne e desiderio tesa fino a spezzarsi. Lei si solleva con una lentezza felina, gli occhi che non abbandonano quelli di Julian nemmeno per un istante, mentre si prepara a sovrastarlo con un'altra esperienza.

Julian è immobile, prigioniero del piacere di lei. Lei non ha bisogno di legarlo. È sufficiente la pressione psicologica della soddisfazione che lui le legge negli occhi in quel momento a tenerlo inchiodato a quella poltrona.

Senza rompere l’incantesimo del divieto, lei gli dà le spalle e si siede sopra di lui, accogliendo tra le proprie natiche vellutate l'anatomia prepotente di lui. Le sue mani cercano i braccioli della poltrona, usandoli come leve per gestire il peso del proprio corpo. Inarca la schiena in un arco superbo, offrendo la nuca al respiro affannoso di Julian, mentre le braccia di lui, ormai prive di forza, ricadono inerti, spezzate da quel desiderio inesauribile.

La loro complicità è un patto di sangue: lui le offre il proprio tormento, e lei lo trasforma in una devozione spietata. Lei sente ogni centimetro di quella carne sotto di lei come la promessa di un'invasione totale, un calibro che non ammette distrazioni e, godendo di quel contatto, inizia una nuova, metodica tortura: non cerca la penetrazione. Inizia a strofinare la propria umidità densa e calda contro l'asta pulsante di lui con movimenti sinuosi, circolari, che fanno schioccare la pelle bagnata contro la carne tesa.

Lui sa, con una chiarezza che gli incendia il sangue, che lei gode tanto nell'offrirsi totalmente a lui quanto nell'assumere il comando e infierire quando lo sente più vulnerabile. Quindi resta immobile, lì in quel contatto vischioso, un’unione di fluidi che crea un attrito quasi insopportabile.

"Senti come scivolo su di te?" sussurra lei, la testa reclinata all'indietro fino a sfiorare la spalla di lui. "Senti quanto sono bagnata del tuo bisogno?"

Julian è in preda a una trance erotica che rasenta il delirio. Sente il calore di lei che lo avvolge senza possederlo, un'urgenza di carne che rimane sospesa sulla superficie della pelle. Il movimento di lei è ipnotico: scende millimetro dopo millimetro, schiacciando la propria intimità contro la punta di lui, per poi risalire con un movimento del bacino che lo lascia vuoto e implorante.

La schiena di lei, madida di sudore, è un altare su cui Julian avrebbe voluto incidere la propria resa. Ogni volta che lui tenta un movimento riflesso per colmare quella distanza, lei aumenta la pressione dei palmi sui braccioli, sollevandosi appena quel tanto che basta per negargli il rifugio della carne.

È una sfida sessuale fatta di frizione e divieto. Il piacere per Julian non è più localizzato, ma diffuso in ogni cellula, una vibrazione costante che minaccia di mandare in pezzi la ragione.

Lei continua a strofinarsi con una sapienza selvaggia, usando la propria brama per alimentare quella di lui, trasformando il proprio corpo in un'onda che si infrange continuamente contro la sua tensione, senza mai sommergerlo del tutto.

In quel gioco di attriti e sospiri, Julian capisce che la sua mente non gli appartiene più. È diventato l'oggetto di un rito di devozione spietato, dove la bellezza di lei, voltata di schiena e abbandonata a quel ritmo ipnotico, è l'unica immagine capace di tenerlo in vita in quell'inferno sinuoso.

Julian è ormai puro istinto, una corda d'acciaio tesa sul punto di spezzarsi. Sotto di lei, sente il suo sesso martellargli nel cervello; una voglia devastante di afferrarle i fianchi, di ribaltarla sul tappeto e di scoparla con una furia che cancelli quell'attesa. Ma c'è qualcosa di più profondo della carne: sa che lei sta celebrando il suo stesso culto, che ama prendere il comando con la stessa lucida ferocia con cui lo fa lui. Così rimane immobile, un martire volontario sulla poltrona, lasciando che lei continui la sua tortura sinuosa, strofinando la propria umidità contro la sua tensione estrema finché l'aria stessa nella 302 non sembra farsi solida, carica di elettricità statica.


Il grande specchio di fronte alla poltrona gli rimanda l'immagine della loro carne fusa, una geometria di curve e ombre che incendia lo sguardo di Julian. Lei stacca lentamente le mani dai braccioli, lasciando che il suo equilibrio sia retto solo dal ritmo ossessivo dei suoi fianchi. Mentre continua quel movimento sinuoso, le sue mani risalgono il proprio corpo con una sensualità che toglie il fiato. Sotto gli occhi di Julian, le sue dita scendono rapidamente a sfiorare il punto in cui la sua apertura preme contro il sesso marmoreo di lui. Ne riemergono lucide, cariche di una umidità densa che schiocca rumorosamente tra il pollice e l'indice.

Con una lentezza che lo ipnotizza, lei porta le dita intrise del proprio piacere all'altezza dei seni. Inizia a toccarli roteando le dita bagnate attorno ai capezzoli turgidi, mentre un gemito roco di autoerotismo le sfugge dalle labbra socchiuse. Lo guarda dritto negli occhi attraverso lo specchio; lei sta venendo da sola, usando il desiderio di lui come un semplice strumento per sigillare il proprio orgasmo. "Guarda come mi eccita sentire il tuo cazzo teso sotto di me," gli sussurra, mentre le sue dita scendono a sfiorare il suo bastone.

Lei sa che in quel tormento Julian sta accumulando l'energia per il suo prossimo godimento estatico; ma non è ancora sufficiente.

L'equilibrio di lei è ora un miracolo di tensione, retto solo dal ritmo dei suoi fianchi che continuano a cullarsi sull'asta di Julian. Lui è costretto a guardare nello specchio: vede la propria tensione estrema sparire e riemergere tra le natiche di lei, lucida di un’umidità che brilla sotto le luci soffuse.

Il gioco del divieto raggiunge un picco insostenibile. Lei si sporge all'indietro, schiacciando la schiena contro il petto di Julian, e gli afferra le mani, portandole proprio lì, nel cuore dell'incendio. Obbliga le dita di lui a infilarsi tra i loro sessi, nello spazio millimetrico dove la pelle schiocca per l'eccesso di fluidi. Usa la mano di Julian come un guanto, costringendolo a spalmare la propria umidità densa lungo tutta la sua stessa asta, risalendo fino alla punta e poi giù, verso i testicoli, con una lentezza che è pura agonia.

"Senti quanto sono oscena? E quanto sei mio, mentre ti consumo così...?" mormora lei, facendogli assaggiare col tatto la profondità della propria voragine pronta ad accoglierlo. Lo costringe a toccarla, a sentire quanto lei stia pulsando contro di lui. Ogni gesto di lei è un furto ai danni della lucidità di Julian. È un martirio di velluto: lui è costretto a sfiorare la propria beatitudine senza potervi entrare, mentre lo specchio gli restituisce l'immagine di un uomo costretto a lubrificare il proprio carnefice con i fluidi che lei stessa gli strappa.

In quel momento, la sua capacità di resistere a quell'incendio è la prova definitiva del potere di lui che vibra all'unisono con il volere di lei. "Guardami," sembra dire il suo silenzio, "Guarda quanto sono disposto a sopportare per farti regnare..."

Lei rallenta il movimento. Il suono umido del loro attrito cessa, lasciando spazio solo ai respiri spezzati. Lei rimane appoggiata ai braccioli, la schiena ancora inarcata, una statua di pelle e sudore che brilla nella luce cruda. Poi, con una lentezza calcolata, si volta appena, quel tanto che basta per fargli intravedere il profilo del suo viso e la sfida bruciante nei suoi occhi.
"Credi che il tuo cazzo si sia riposato abbastanza? O vuoi stare ancora un pó lì a guardare?" mormora lei, la voce che è un invito e un comando insieme.



In quel sussurro, la barriera psicologica crolla per lasciare spazio alla tempesta fisica. Julian la prende con un'urgenza che non ha nulla di violento, ma tutto di inevitabile. Le sue mani artigliano la vita di lei con una fame che ha accumulato secoli di privazione in poche ore. La solleva di peso, con una facilità che non tradisce la sua stazza, e la inchioda contro il muro. L’urto è secco, un colpo sordo che le mozza il fiato e le accende il sangue. Lui le preme una mano sul ventre, bloccandola contro l'intonaco freddo, mentre lei lo sfida con gli occhi lucidi di brama.

"Mettimi sul trono," sussurra lei, la voce che è un graffio di velluto.

Julian rompe ogni indugio. Le sue mani grandi le afferrano le natiche, sollevandola ancora più in alto, sostenendola in una morsa d’acciaio che la tiene sospesa nel vuoto. Le gambe spalancate, libere, offrono la propria voragine bagnata alla furia di Julian. Mentre lei abbandona la testa all'indietro, totalmente esposta, lui la inchioda con un unico affondo totale, che le fa emettere un grido di pura estasi. Lei è una sovrana nuda, offerta e inchiodata al muro solo dalla potenza delle mani e del sesso di Julian, su quel trono vivente che lei stessa ha reclamato, mentre lui la domina ad ogni impatto con una forza che sembra volerle riscrivere il DNA.

In quell'uragano di fluidi e brividi Julian la divora con ogni colpo, i piedi di lei che fluttuano liberi a ogni spinta di lui. Lui accelera, una sequenza di colpi che non ammette pause, finché lei non sente il mondo svanire in un'esplosione devastante di piacere. Ma Julian è un motore che non si spegne. Invece di lasciarla, la solleva di nuovo mentre è ancora unito a lei, un movimento di forza pura che le strappa un gemito strozzato contro la sua spalla. La trascina così, senza uscire dal suo corpo, verso il centro della stanza, dove lo spazio si fa più ampio. Ogni passo di lui è una nuova, profonda invasione che la scuote e non le permette di ritrovare l'equilibrio.

L’impatto con il materasso è uno schianto: la passione che li guida è tagliente. Julian si riversa su di lei, cercando la sua bocca con una disperazione che sa di secoli di attesa. La penetra con un movimento continuo, profondo e vibrante, un’unione che non cerca di rompere, ma di fondere.

Lei non oppone resistenza; si apre come un fiore sotto un temporale estivo. Sente la pienezza di lui occupare ogni spazio, un calore che risale dalle viscere fino a annebbiarle la vista. Le sue gambe si serrano attorno alla vita di Julian, le caviglie incrociate dietro la sua schiena per annullare anche l’ultimo millimetro di distanza rimasto tra i loro sessi.

Senza la necessità di dominare, resta solo la verità della carne. Julian inizia a muoversi con un’oscillazione lenta e implacabile, un ritmo che non è velocità, ma profondità. Ogni spinta è un’invocazione, ogni ritiro una promessa. I loro fluidi lubrificano quell’incastro perfetto, rendendo ogni sfregamento un brivido che fa inarcare il petto di lei verso il suo.

"Sei ovunque," ansima lui contro la sua spalla, la voce rotta da un'eccitazione che non riesce più a contenere. "In ogni mio pensiero, in ogni centimetro di pelle."

Esmeralda abbandona la testa sul cuscino, ma questa volta le sue mani non rimangono inerti. Afferrano le spalle di Julian, le dita che scavano solchi leggeri nel muscolo teso, guidandolo, chiamandolo a sé con colpi di bacino che rispondono ai suoi. È una danza di pura reciprocità, dove l’urgenza di finire lotta contro il desiderio di far durare quell'estasi per sempre.

Julian aumenta l'intensità, con forza tale da far vibrare l'intero letto. Lei sente il proprio centro pulsare ritmicamente attorno a lui, una morsa di velluto che accompagna ogni sua incursione. Quando l'orgasmo li travolge, è una scossa sorda e profonda. Julian si irrigidisce sopra di lei, le vene del collo gonfie per lo sforzo, mentre si svuota in lei con fiotti caldi che lei sente risalire come lava liquida nel proprio centro. Lei risponde serrando i muscoli interni in una contrazione ritmica, un riflesso animale che cerca di mungere ogni goccia di quel piacere, mentre il suo ventre sussulta contro quello di lui in un’agonia deliziosa.

​I loro umori si confondono in un’unica scia lucida che cola lungo le cosce, un’unzione naturale che profuma di sesso selvaggio. Non si staccano subito. Julian rimane inchiodato dentro di lei, il suo membro che pulsa ancora contro le pareti di velluto di lei, mentre il sudore dei loro corpi crea un effetto ventosa che li tiene incollati in un unico blocco di carne. Sono due naufraghi che hanno appena smesso di lottare contro la corrente per lasciarsi annegare insieme.

Il respiro di lui è un rantolo umido sulla spalla di lei, mentre lei gli affonda le unghie nella schiena, non per graffiare, ma per sentire la solidità di quel corpo che l'ha appena trascinata al largo con violenza e riportata a riva con amore. Si guardano, i volti a un millimetro di distanza, gli occhi lucidi e le pupille ancora dilatate dal buio del piacere appena attraversato.

"Sei tornata," sussurra lui, scostandole un ciuffo bagnato dalla fronte con una delicatezza che contrasta con tutta la passione delle ore precedenti. Il silenzio che segue è denso, quasi solido, interrotto solo dal ticchettio lontano di un orologio e dal fischio dei loro respiri che tornano lentamente a farsi regolari. Julian non si è ancora scostato; il suo peso su di lei è un’ancora necessaria per non volare via dopo quell'uragano. I loro fluidi si mescolano in un’alchimia calda e vischiosa, lubrificando un ingranaggio perfetto che sembra scritto nel loro patrimonio genetico.

Lei, con i capelli sparsi sul cuscino come una macchia di inchiostro e la pelle ancora percorsa da piccoli spasmi elettrici, solleva lo sguardo verso di lui. C'è una scintilla di malizia che torna a brillare nelle sue pupille dilatate, una sfida che la stanchezza non è riuscita a spegnere. "Quindi," mormora lei, la voce che è un graffio profondo e sensuale: "Sei riuscito a sopravvivere alla mia... devozione?"

Julian emette un suono a metà tra un sospiro e una risata bassa, che lei sente vibrare direttamente contro il proprio petto. "Sopravvissuto?" replica lui, fissandola con un'intensità che la fa sentire di nuovo nuda sotto la pelle. "Direi piuttosto che mi hai appena ridefinito il concetto di Paradiso." Si china, sfiorandole l'orecchio con le labbra calde, un contatto che la fa nuovamente vibrare nonostante l'abisso di piacere appena attraversato. "Ma adesso che so quanto adori infierire quando sono vulnerabile," sussurra lui, con una promessa che sa di un nuovo, imminente incendio, "non vedo l'ora di scoprire come te la caverai quando sarò io a decidere che la tua resa non è ancora abbastanza profonda..."


Continua..
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