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Sotto il suo comando


di Elettrico20
12.10.2026    |    430    |    2 9.3
"Prima di procedere, mi illustrò come avrebbe dovuto essere utilizzato in sicurezza e si assicurò che fossi a mio agio..."
Sotto il suo comando

Un incontro con una mistress, tra latex, ordini e attesa

Il rumore dei tacchi risuonava nel corridoio quando arrivai davanti alla porta. Tac. Tac. Tac. Ogni passo sembrava scandire il tempo che mi separava dall’incontro che avevo immaginato tante volte.

La porta si aprì.

«Sei in ritardo di due minuti», disse lei.

Indossava un completo nero di latex, elegante e lucido, e mi guardava con un’espressione sicura, quasi divertita. Non aveva bisogno di alzare la voce per imporsi.

«Entra. Chiudi la porta e mettiti davanti a me.»

Obbedii.

Lei mi osservò in silenzio, poi iniziò a girarmi intorno. I tacchi battevano regolarmente sul pavimento.

«Questa sera le regole sono semplici. Ascolti le mie istruzioni, mi dici sinceramente come ti senti e non cerchi di fare il coraggioso. Se vuoi fermarti, lo dici. Hai capito?»

«Sì.»

«Bene. Allora cominciamo.»

Mi indicò una poltrona al centro della stanza. Mi sedetti e appoggiai le mani sulle ginocchia, come mi aveva chiesto.

Lei prese alcune corde morbide e me le mostrò prima di utilizzarle. Mi spiegò come avrebbe controllato le legature e verificò che potessi segnalare immediatamente qualsiasi problema. Poi mi legò i polsi, lasciando spazio sufficiente perché le corde non ostacolassero la circolazione.

«Le mani rimangono ferme. Non devi dimostrare niente.»

Annuii.

«A parole.»

«Le mani rimangono ferme.»

«Molto bene.»

Si allontanò. Il rumore dei tacchi diventò più distante, finché udii soltanto la musica in sottofondo.

Poi tornò.

Tac. Tac. Tac.

Aveva in mano un cappuccio nero di latex. Mi spiegò che avrebbe limitato la visuale, ma che dovevo poter respirare normalmente e comunicare con lei. Dopo aver verificato che fossi d’accordo, me lo fece indossare e controllò che tutto fosse a posto.

«Mi senti?»

«Sì.»

«Riesci a respirare comodamente?»

«Sì.»

«Perfetto. Ricorda che puoi fermarti in qualsiasi momento.»

La mia visuale era limitata. Percepivo maggiormente i rumori e i movimenti della stanza. Quando lei camminava, riuscivo a seguire la sua posizione dal ritmo dei tacchi.

«Adesso ascolta la mia voce», disse. «Respira normalmente. Non devi forzare nulla.»

Seguii le sue indicazioni.

«Bene. Rilassa le spalle.»

Lo feci.

«Vedi? Sai seguire gli ordini quando smetti di preoccuparti di fare tutto perfettamente.»

La sua voce aveva un tono autorevole, ma non freddo. Sembrava divertirsi nel vedere quanto fossi concentrato su ogni parola.

Si avvicinò alla poltrona e mi sfiorò una spalla.

Trasalii.

«Ti ho sorpreso?»

«Sì.»

«Allora dovrai abituarti al fatto che non puoi prevedere ogni mio movimento.»

Sentii le sue dita scorrere delicatamente lungo il mio braccio. Poi si fermò.

«Dimmi come ti senti.»

«Nervoso, ma bene.»

«È una risposta onesta. Mi piace.»

Per qualche minuto mi guidò con semplici istruzioni. Dovevo ascoltare, rilassare le mani, rispondere alle sue domande e mantenere una posizione comoda. Ogni tanto si allontanava, lasciandomi in attesa, poi tornava con il suo caratteristico rumore di tacchi.

Tac. Tac. Tac.

Quando si fermò davanti a me, disse:

«Adesso voglio che tu presti attenzione a una cosa sola: la mia voce.»

Si chinò e mi lasciò un bacio sul collo.

Il contatto fu inaspettato. Sentii il calore del suo respiro sulla pelle e un brivido mi attraversò le spalle.

«Non irrigidirti», sussurrò. «Rimani comodo.»

Mi sfiorò nuovamente il collo con le labbra, alternando baci delicati a piccoli morsi leggeri. Poi si fermò per qualche istante, lasciandomi il tempo di abituarmi alla sua vicinanza.

«Così va bene?»

«Sì.»

«Bene. Ricorda che devi sempre dirmi la verità.»

La sua mano si appoggiò sulla mia spalla mentre continuava a parlarmi con voce bassa e sicura. La combinazione tra le sue parole, il contatto leggero e l’attesa rendeva l’atmosfera sempre più intensa.

Poi si allontanò.

Tac. Tac. Tac.

«Non cercare di indovinare cosa farò dopo», disse da lontano. «Aspetta.»

Rimasi fermo.

Quando tornò, sentii una mano appoggiarsi sul bracciolo della poltrona.

«Bravo. Stai imparando.»

Mi tolse il cappuccio per qualche minuto, controllò che stessi bene e mi lasciò bere un po’ d’acqua. Mi domandò se volessi proseguire.

«Sì», risposi.

«Allora continuiamo, ma senza fretta.»

Mi spiegò che avrebbe introdotto un accessorio intimo pensato per aumentare la sensibilità. Prima di procedere, mi illustrò come avrebbe dovuto essere utilizzato in sicurezza e si assicurò che fossi a mio agio. Mi ricordò che qualsiasi dolore, intorpidimento o cambiamento insolito avrebbe richiesto di interrompere immediatamente.

La sua attenzione ai dettagli contrastava con il tono deciso con cui impartiva gli ordini.

«Voglio che tu mi dica come ti senti, non quello che pensi che io voglia sentire.»

«Ho capito.»

«Bene. Allora rilassati e ascoltami.»

Mi aiutò a sistemarmi comodamente, mantenendo le mani legate in modo sicuro e controllando regolarmente che non avessi fastidi. L’accessorio modificava la mia percezione del contatto, rendendomi più consapevole delle sensazioni e più attento a ogni piccolo cambiamento.

Lei mi parlava con calma, alternando brevi istruzioni a momenti di silenzio.

«Tutto bene?»

«Sì.»

«Troppo intenso?»

«No, va bene così.»

«Perfetto. Ricorda che sei tu a dirmi quando qualcosa cambia.»

Il suo modo di esercitare il controllo non consisteva soltanto nel dare ordini. Era anche la capacità di ascoltare le mie risposte e decidere come proseguire sulla base di quelle.

Quando tornò a sfiorarmi il collo con le labbra, il contrasto tra il calore del suo respiro e l’attesa mi fece chiudere gli occhi.

«Rimani qui con me», sussurrò.

Sentii un altro bacio, poi una pausa.

«Non avere fretta.»

Il rumore dei tacchi si allontanò nuovamente, lasciandomi in attesa. Non sapevo quando sarebbe tornata, ma ormai riconoscevo il ritmo dei suoi passi quasi immediatamente.

Tac. Tac. Tac.

Quando la sentii vicina, sorrisi senza accorgermene.

«Ti sei abituato alla mia presenza», osservò.

«Credo di sì.»

«Allora vediamo se riesci a mantenere la calma.»

Si sedette accanto a me e mi prese delicatamente una mano, controllando ancora una volta che le corde non fossero troppo strette.

«Sai qual è la cosa che mi interessa davvero?» domandò.

Scossi leggermente la testa.

«Che tu sappia fidarti senza smettere di comunicare. Il controllo è una cosa che si costruisce in due.»

Quelle parole cambiarono il modo in cui percepivo la scena. Fino a quel momento avevo pensato soprattutto ai suoi ordini, alla sua voce e alla sensazione di non sapere cosa sarebbe successo. Ora capivo che la fiducia era ciò che rendeva possibile tutto il resto.

Lei si alzò.

Tac. Tac. Tac.

Si fermò davanti a me e mi tolse nuovamente il cappuccio, lasciandomi guardare la stanza. La luce mi sembrò più intensa dopo quei minuti di visuale limitata.

«Come stai?»

«Bene.»

«Sei sicuro?»

«Sì.»

Mi liberò lentamente i polsi, controllando che non avessi dolore o formicolii. Poi mi aiutò a sistemarmi sulla poltrona e mi porse un bicchiere d’acqua.

Per qualche istante non parlò. Rimase semplicemente accanto a me, con un’espressione soddisfatta.

«Allora», disse infine, «che cosa hai imparato questa sera?»

Ci pensai.

«Che ascoltare è più difficile di quanto sembri.»

Lei sorrise.

«E che non devi avere paura di dire quello che senti.»

«Anche questo.»

Si allontanò verso la porta. I tacchi risuonarono sul pavimento, scandendo ancora una volta il ritmo che ormai associavo alla sua presenza.

Tac. Tac. Tac.

Prima di uscire, si voltò.

«La prossima volta, voglio che tu arrivi puntuale.»

Sorrisi.

«Promesso.»

Lei sollevò appena un sopracciglio.

«Vedremo.»

La porta si chiuse dolcemente. Rimasi qualche secondo in silenzio, ripensando alla sua voce, ai suoi ordini e alla sensazione di essermi affidato a qualcuno senza dover fingere nulla.

Quella sera avevo scoperto che la parte più intensa dell’incontro non era stata perdere temporaneamente la visuale o seguire ogni istruzione.

Era stata la fiducia.

E, mentre mi allontanavo, continuavo a sentire nella memoria quel suono inconfondibile.

Tac. Tac. Tac.
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