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Serata soft


di Elettrico20
09.04.2026    |    1.356    |    0 5.3
"La sua presenza era costante, silenziosa, parte di quell’equilibrio strano ma perfettamente chiaro..."
Il citofono suonò proprio mentre stavo guardando le luci del centro accendersi una dopo l’altra. Sorrisi tra me e me, sapendo già che quella non sarebbe stata una serata qualunque.

Quando lei aprì la porta, la prima cosa che notai furono i dettagli. I tacchi alti che scandivano ogni suo passo sul pavimento, il modo in cui le calze a rete disegnavano le sue gambe con una sicurezza quasi provocatoria. Ma più di tutto, era il suo sguardo: diretto, consapevole, come se mi stesse già lasciando entrare molto prima ancora che varcassi la soglia.

“Sei arrivato,” disse.

Entrai con calma, prendendomi il tempo di osservare tutto. L’appartamento era elegante, raffinato, nel cuore della città. Dalle finestre si intravedevano le strade illuminate, ma dentro c’era un’atmosfera completamente diversa, più raccolta, più intensa.

Lui era lì, vicino alla finestra. Mi guardava senza dire nulla, ma non c’era tensione nel suo sguardo. Solo una sorta di attesa lucida.

Chiusi la porta alle mie spalle.

Per un attimo nessuno parlò.

Poi lei fece qualche passo verso di me. Il suono dei tacchi riempiva il silenzio in modo quasi ipnotico. Si fermò molto vicino, abbastanza da farmi percepire il suo respiro.

“Mi piace quando qualcuno prende il controllo,” disse piano.

Sorrisi appena. Non risposi subito. Preferivo lasciare che fosse il momento a costruirsi da solo.

Fu lui a parlare.

“Io guardo,” disse semplicemente. “È quello che vogliamo.”

Annuii lentamente, senza staccare gli occhi da lei.

Mi avvicinai ancora, riducendo completamente la distanza. Le sollevai il mento con due dita, un gesto lento, deciso. Lei non oppose resistenza. Anzi, sembrava aspettarlo.

“Non hai bisogno di dire altro,” le dissi a bassa voce.

Il suo respiro cambiò subito. Più profondo.

Le sfiorai il viso, poi lasciai scivolare la mano lungo il suo braccio. Sentivo la tensione sotto la pelle, quel misto di desiderio e abbandono controllato.

“Guardami,” le dissi.

Lo fece senza esitazione.

Dietro di noi, lui si spostò appena, ma rimase a distanza. La sua presenza era costante, silenziosa, parte di quell’equilibrio strano ma perfettamente chiaro.

Presi il suo polso e lo guidai lentamente lungo il suo fianco. Lei seguì ogni movimento, precisa, come se si stesse lasciando condurre esattamente dove voleva essere.

Il rumore dei suoi tacchi si fece di nuovo sentire quando fece un piccolo passo verso di me. Le calze a rete catturavano la luce soffusa della stanza, creando giochi di ombre sulle sue gambe.

“Non devi pensare,” le dissi. “Lascia fare a me.”

Chiuse gli occhi per un istante, poi li riaprì. C’era qualcosa di diverso adesso: più fiducia, più abbandono.

Io controllavo il ritmo. Non c’era fretta. Ogni gesto era misurato, ogni pausa aveva un peso.

Lui osservava tutto. Non era fuori dalla scena. Era esattamente dove doveva essere. Quando incrociai il suo sguardo, annuì appena. Era un consenso continuo, silenzioso.

Tornai a lei.

Le sfiorai di nuovo il mento, poi la guidai leggermente, facendola arretrare di un passo. Il suono dei tacchi contro il pavimento segnava ogni movimento, rendendo tutto ancora più reale.

“Così,” mormorai.

Lei sorrise appena, senza distogliere lo sguardo dal mio.

La città fuori continuava a scorrere, ma dentro quell’appartamento il tempo sembrava rallentare. Tutto era concentrato lì: nei gesti, nei respiri, nella tensione che cresceva senza bisogno di accelerare.

La osservavo mentre si lasciava guidare, mentre ogni suo movimento diventava una risposta ai miei. Non era solo controllo: era sintonia.

E sapevo che era esattamente quello che volevano entrambi.

Quando mi fermai, lasciando che il silenzio tornasse per un momento, lei rimase lì davanti a me. Immobile, ma presente.

Aprì lentamente le labbra, come per dire qualcosa, ma poi sorrise soltanto.

Alle mie spalle, lui fece un altro piccolo passo avanti.

“È perfetto,” disse piano.

Guardai ancora una volta lei, i tacchi, le calze a rete, il modo in cui stava lì, completamente dentro quel momento.

E capii che non serviva altro.

La notte era appena iniziata.
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