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Mistress forli
06.01.2026 |
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Mi impone di restare consapevole del corpo senza concedermi alcuna via di sfogo..."
La punizione non comincia quando la Mistress entra nella stanza.Comincia molto prima, nel momento in cui capisco che non mi verrà spiegato nulla.
Sono già legato quando lei arriva. Le corde sono tese al punto giusto: non abbastanza da ferire, abbastanza da impedire ogni illusione di libertà. Ogni nodo è una decisione presa da altri, e il mio corpo lo sa. Non posso cambiare posizione. Non posso alleviare la tensione. Posso solo resistere.
Lei si ferma a qualche passo da me. Non mi guarda subito. Prima osserva l’insieme: la postura forzata, il modo in cui cerco di controllare il respiro, la rigidità che tradisce lo sforzo. Sta leggendo i segni della mia disciplina, e anche quelli della mia mancanza.
«Sei in ritardo», dice infine.
Non temporalmente. Interiormente.
Non chiedo scusa. Non mi è stato concesso di parlare. La punizione, lo so, non sarà rumorosa. Sarà precisa. Calcolata. Lenta.
Accanto a lei c’è un uomo. Non è qui per guidare, né per consolarmi. È una presenza funzionale, una conferma silenziosa della sua autorità. La Mistress gli parla di me come si parla di un esercizio, di una prova da valutare. Io ascolto, immobilizzato, mentre vengo analizzato senza diritto di replica.
«Tende a cercare sollievo», dice lei.
«Dobbiamo toglierglielo.»
Quelle parole mi attraversano più delle corde. Capisco che la punizione non sarà un gesto, ma una sottrazione continua. Mi verrà tolto tutto ciò che il corpo cerca istintivamente: movimento, scarico della tensione, distrazione.
Lei si avvicina finalmente. Mi gira intorno, lenta. Ogni passo è un richiamo al controllo. Quando passa alle mie spalle, il mio corpo reagisce. Lei se ne accorge subito.
«Fermo.»
Mi immobilizzo ancora di più. Le gambe tremano. Non interviene. Il tremore è parte della lezione. Mi ordina di mantenere la posizione, non per un tempo definito, ma “finché smetterai di aspettarti che finisca”. È in quel momento che capisco quanto sarà lunga.
La Mistress parla poco, ma quando lo fa, è per correggere. Il respiro, lo sguardo, la tensione delle spalle. Ogni micro-reazione viene notata e regolata. Non c’è rabbia nel suo controllo, solo determinazione. La punizione non è emotiva: è strutturale.
A un certo punto mi costringe a sollevare lo sguardo. Non per cercare compassione, ma per verificare la resa. I suoi occhi sono freddi, lucidi. Non promettono nulla.
«Sei ancora concentrato su ciò che vuoi», dice.
«Io voglio che tu sia concentrato su ciò che ti viene negato.»
Mi impone di restare consapevole del corpo senza concedermi alcuna via di sfogo. Ogni impulso deve essere riconosciuto e immediatamente represso. Se fallisco, lei se ne accorge. E ricomincia da capo. La punizione non aumenta: si prolunga.
L’uomo interviene solo quando lei glielo chiede, con gesti minimi che aumentano la mia vulnerabilità senza mai offrire sollievo. È un’estensione del suo comando, non un’alternativa. Questo rende tutto più netto: non c’è triangolazione, solo gerarchia.
Il tempo perde forma. Non so quanto dura. So solo che, a un certo punto, smetto di lottare contro la tensione. Non perché passa, ma perché smetto di oppormi. È lì che lei ottiene ciò che vuole.
«Adesso ascolti», dice piano.
Non è una minaccia. È una constatazione.
Quando finalmente decide di allentare leggermente le corde, non è una liberazione. È una verifica finale. Il corpo risponde diversamente. Più calmo. Più presente. Lei lo vede.
La punizione termina senza cerimonie. Una mano ferma sulla schiena, niente parole inutili. Aftercare essenziale, controllato, come tutto il resto.
«Ricorda questa sensazione», conclude.
«Non è umiliazione. È addestramento.»
E io so che non dimenticherò.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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