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incesto

Salò o l'unica notte di Sodoma (3° Capitolo)


di ferdinandbardamu
10.03.2026    |    2.350    |    5 9.8
"È la conferma finale che lui ha avuto quello che io ho dovuto rubare nella notte, con l’inganno, con la menzogna, con il rischio di distruggere tutto..."
3° Capitolo - Cannibalismo

La sollevo di peso – è leggera, eccitata, docile – e la sdraio a pancia in giù sul letto, con le gambe divaricate, il culo in alto, ancora arrossato dalle mie mani e dalla mia lingua di poco prima. Prendo il tubetto di lubrificante dalla scatola aperta sul pavimento e ne spremo una dose generosa sulle dita; le spalanco le natiche con una mano e, con l’altra, spalmo il gel freddo sull’ano, massaggiando il bordo in cerchi lenti, insistenti, quasi ipnotici. Entro con un dito, poi con due, lubrificando dentro e fuori, preparandola con una calma che è crudele per quanto è lenta. Lei geme piano, il viso affondato nel cuscino, le mani che stringono le lenzuola fino a far sbiancare le nocche.
Mi posiziono dietro di lei. La cappella preme contro l’anello del culo, lucido di lubrificante. Spingo piano, entro centimetro dopo centimetro, sentendo la resistenza iniziale cedere, le pareti calde e vellutate che si aprono per me e poi mi stringono come se non volessero più lasciarmi andare. È una sensazione soffocante, quasi irreale: il calore profondo, la pressione pulsante intorno a ogni vena, il modo in cui il suo corpo mi accoglie e allo stesso tempo resiste, mi trattiene dentro.
Il tempo sembra fermarsi, come se un lenzuolo ovattato avesse coperto tutto, noi, il letto, l’intera casa, e ogni secondo si fosse dilatato, in una persistenza del tempo che ci isola dal resto del mondo. Il suo corpo è morbido, sotto il mio peso e il pensiero di noi due, lì su quel letto, mi fa quasi tremare le mani sui suoi fianchi.
Quando sono completamente dentro mi fermo. Voglio sentire tutto: il suo ano che pulsa intorno al mio cazzo, gli spasmi involontari che mi strizzano
come una mano calda e umida. Sento il suo respiro accelerato, spezzato, il modo in cui il suo culo si contrae e poi si rilassa, come se stesse imparando a sopportarmi, a volermi. Sento il suo cuore battere attraverso le pareti del culo. È come se il suo corpo mi stesse respirando intorno.
Poi inizio a muovermi.
Prima lento: uscite quasi totali – fino a lasciare solo la cappella dentro – e poi rientrate profonde, lente, lasciando che ogni centimetro venga sentito due volte: all’uscita e al ritorno. Ogni volta che rientro fino in fondo lei fa quel piccolo suono soffocato, un misto di sorpresa e piacere, che io raccolgo come una vittoria silenziosa.
Aumento il ritmo. Le mani sui fianchi, le dita che affondano appena nella carne morbida. La tiro indietro contro di me a ogni spinta, facendola incontrare a metà strada. Il letto cigola sotto di noi, i nostri corpi sbattono con quel rumore carnale, ritmico. Il lubrificante rende tutto scivoloso, quasi osceno. Sento il mio stesso respiro diventare pesante. Ogni spinta è una firma. Ogni volta che entro fino in fondo sto cancellando un pezzo di lui. O almeno ci provo. Ma il suo culo mi stringe così forte che sembra voler tenere entrambi dentro di sé.
Martina geme senza ritegno, la voce rotta. Le parole le escono a fatica tra un ansimo e l’altro.
«Inculami… Leo… più forte…»
Quando sento quel nome mi fermo, dentro di lei. Resto immobile col solo rombare dentro le mie orecchie. Non riesco quasi a pensare, a formulare una frase, una spiegazione. Perché lo ha detto! Sono sicuro possa sentire il mio cuore battere, attraverso la mia carne che pesa sulla sua schiena. Se davvero volesse si volterebbe e mi riconoscerebbe. Ma ora ho paura di immaginare quale sarebbe la sua reazione. Non era solo la droga, per tutto questo tempo, mentre la possedevo, lei era con lui. Nella sua testa, in quel gemito, in quella richiesta – io non ci sono mai stato. Solo un corpo, un sostituto, un fantasma che esegue il copione scritto da un altro.
Non è dolore puro. È consapevolezza tagliente. E anche se adesso sono io quello che la sta riempiendo fino in fondo, anche se sono io quello che sente il suo culo stringersi spasmodicamente intorno a me ogni volta che spingo, io quello che può farle perdere il controllo, così – è solo un’illusione. Se lei vuole più forte, glielo darò. Non per punirla, non per rabbia. Per essere lui, per un attimo. Per eseguire la sua parte così bene che forse, in qualche angolo della sua mente annebbiata, la sua immagine e la mia si sovrapporranno.
Stringo i denti e assecondo la sua richiesta. Spingo più forte, più a fondo, con una foga che nasce dal bisogno di sostituirmi. Ogni colpo è una dichiarazione muta. Non la sto punendo per aver detto il suo nome, la sto reclamando nel modo in cui lei stessa ha chiesto di essere reclamata. Con ogni spinta cerco di incidermi dentro di lei, di lasciare un’impronta che Leonardo non potrà mai cancellare del tutto – anche se so che, nel suo ricordo, non sarò io.
Il suo corpo trema sotto di me. Geme più forte, un suono spezzato, animalesco. Io rallento solo per un secondo – per godermi lo spasmo – poi riprendo, più deciso, più profondo, sentendo l’orgasmo montare anche dentro di me, inesorabile, bruciante.
Esco di colpo, il cazzo lucido, gonfio. La giro sulla schiena con uno strattone, le afferro i capelli e le infilo tutto in bocca.
«Apri.»
Vengo subito, gli ultimi fiotti le scivolano giù in gola per la terza volta. Lei ingoia tutto, le labbra strette. Succhia ancora mentre tremo, raccogliendo ogni goccia residua, pulendomi con la lingua fino all’ultima traccia. Non è più piacere, ora. È necessità. Il mio sperma nel suo corpo non deve lasciare tracce. Niente macchie sul lenzuolo, niente odore tra le sue cosce che potrebbe insospettirla domani. La sua bocca è l’unico posto dove posso nascondere le prove.
Quando finisco crollo di lato, il respiro spezzato, il petto che brucia.
Martina resta sdraiata lì, esausta, appagata. Il corpo lucido di sudore, il petto che si alza e si abbassa piano, le gambe ancora divaricate, il culo arrossato e leggermente aperto. Gli occhi semichiusi in un sorriso stanco e vulnerabile. Sembra fragile, ora.

Mi alzo senza dire niente. Esco dalla stanza raccattando i miei vestiti buttati lì, ai piedi del letto. Vado in bagno, apro l’acqua calda, bagno un asciugamano morbido fino a renderlo tiepido. In cucina prendo una lattina di Coca-Cola e torno da lei.
Mi siedo sul bordo del letto. Con l’asciugamano le pulisco per primo il viso – le guance bagnate di sudore, le labbra gonfie, il mento sporco – e lo faccio piano, con una tenerezza che mi sorprende dopo quello che ho appena fatto; poi scendo sui seni, sulla pancia, sull’interno delle cosce. Infine il culo e la fica – con delicatezza infinita ora, passando il panno tra le natiche, intorno all’ano ancora sensibile, dentro le grandi labbra gonfie. Lei sospira piano, si lascia fare, gli occhi chiusi, un piccolo tremito ogni volta che la tocco.
Apro la lattina. Gliela avvicino alle labbra.
«Marti, bevi, dai” le dico. “Non vorrei che domani ti svegliassi col sapore di cazzo in bocca. Sarebbe difficile da spiegare, non trovi?»
Lei fa un cenno di assenso con la testa, sorride debolmente. La mente è ancora altrove.
Mi alzo di nuovo. La scatola è ancora aperta sul pavimento; prendo solamente il dildo e il plug rosa e torno da lei. È ancora supina, le gambe leggermente divaricate, il respiro che si sta calmando. Mi siedo accanto. Infilo il dildo nella fica, lentamente, fino in fondo. Lei geme piano nel dormiveglia, un suono che potrebbe essere piacere o fastidio – non lo so, ma è qualcosa che devo fare. Lo lascio lì, piantato, come un segnaposto per la notte, una firma che troverà al risveglio. Se domani sentirà qualcosa dentro di sé – se sentirà il sesso, l’umidità, il vuoto – penserà di esserselo fatto da sola. I suoi giocattoli, la sua stanza, la sua mano.
Poi la giro su un fianco. Le sollevo una gamba e le premo il plug contro l’ano. Entra con una resistenza minima, la carne ormai arresa, allenata a cedere. Lo spingo dentro fino alla base, sentendo il muscolo contrarsi un’ultima volta prima di accoglierlo del tutto. Lo sistemo bene, con due dita, premendo per essere sicuro che non esca durante la notte. Che resti lì, a ricordarle – anche se non ricorderà – che qualcosa è successo. Ma quel qualcosa, domani, se Dio mi vorrà salvare, avrà il suo nome.
La lascio così: il dildo nella fica, il plug nel culo, il corpo abbandonato, in attesa del risveglio.
Manca solo che si chiuda dentro. Poi sarà fatta. E io sarò in debito con la natura per il resto dei miei giorni – perché mi ha dato ciò che volevo, e non mi ha chiesto nulla in cambio
La scuoto piano per una spalla.
«Marti. Ehi, Marti.»
Lei mugola qualcosa di incomprensibile, la testa che affonda nel cuscino.
«Devi fare un’ultima cosa,» dico, la voce bassa ma ferma.
«Mmm… ho sonno… Leo… lasciami stare…»
Mi chino su di lei, le afferro il mento con due dita e la costringo a girare il viso verso di me. Gli occhi le si aprono a fatica.
«Devi chiudere la porta a chiave,» scandisco le parole. «Non vorrai che tuo padre ti trovi così, no?»
Il nome “padre” la colpisce come uno schiaffo. Gli occhi le si spalancano di colpo, terrorizzata all’idea di suo padre sulla soglia e lei nuda, il corpo ancora accaldato e tradito dal sesso, esposto in tutta la sua oscenità.
Fa un cenno rapido con la testa, quasi convulso, e si tira su a fatica. Le gambe sono molli, il culo arrossato si contrae mentre si muove. Io la seguo, nudo anch’io, il cazzo ancora mezzo duro che dondola a ogni passo. Andiamo insieme alla porta della camera – lei barcolla, si appoggia allo stipite per non cadere.
L’aria del corridoio è fresca, sa di casa, di una normalità che non c’entra niente con quello che abbiamo appena fatto.
«Chiudila,» le dico.
Martina resta lì un attimo, la mano sulla maniglia, gli occhi fissi nei miei. Poi annuisce di nuovo, un gesto piccolo, quasi infantile. Chiude la porta lentamente. Sento il clic della serratura, poi il giro della chiave nella toppa.
Un secondo dopo, il materasso cigola con un tonfo sordo: si è buttata sopra di peso, esausta, il corpo che rimbalza una volta sul letto.
Resto fermo fuori, nel corridoio silenzioso, ascoltando il suo respiro che si sente appena attraverso la porta chiusa.

Non ero lì quando Martina si è svegliata. Ma con un piccolo sforzo di fantasia posso ricostruirne ogni secondo, come se fossi stato seduto in un angolo della sua stanza a guardarla.
Si sarà svegliata con un mal di testa lancinante, la bocca asciutta, quel senso di nausea che sale e scende a ondate. Si sarà tirata su piano, appoggiandosi sui gomiti, e solo allora avrà sentito… qualcosa. Dentro di lei. Il dildo – se non si è sfilato nel sonno – ancora lì, infilato nella fica fino in fondo, umido e freddo ormai. E dietro, il plug che le allarga il culo in un modo ormai familiare, ma che in quel momento le avrà dato una fitta di panico confuso.
Si sarà guardata intorno, confusa. È nuda, il top, la gonna e il perizoma buttati chissà dove. Le lenzuola sono un groviglio ai piedi del letto. Sul pavimento, aperta e capovolta, la scatola dei suoi “tesori” – quelli di solito nascosti nel doppiofondo che solo lei conosce. L’anta dell’armadio aperta, la scatola quasi vuota – contiene solo il vibratore – come prove di un delitto che non ricordava di aver commesso.
Avrà pensato: Ma che cazzo?.. Si sarà alzata di scatto, barcollando. Avrà controllato per prima cosa la porta, nuda com’era, i capezzoli duri per il fresco del mattino. La porta è chiusa a chiave dall’interno. Il cuore le sarà salito in gola. Non capisce. Poi, come si vede in tutti i film, sarà andata alla finestra, avrà scostato la tenda. Pure la finestra è chiusa. Non ricordava niente dopo il locale, dopo il bicchiere che Corrado le aveva tolto di mano.
Immaginarla così, adesso, mi dà una fitta al cuore. Sembra falso, detto da me, ma è così. Se la natura non mi avesse dato lei in quello stato in quel preciso momento, non le avrei mai fatto questo. Non così. Non con questo inganno.
Si sarà tolta il dildo, piano, trattenendo il respiro per non gemere – se non era già uscito fuori durante il sonno. Poi il plug, con una smorfia, sentendo il culo contrarsi nel vuoto improvviso. Li avrà infilati di nuovo nella scatola, richiuso il doppiofondo e rimesso tutto a posto con le mani che le tremavano. Si sarà infilata il pigiama leggero – pantaloncini corti e canottierina – senza reggiseno, i capezzoli che spuntavano sotto il cotone sottile. Poi avrà aperto la porta.
Ecco, la sento.

«Papà?» chiama piano.
«In garage» rispondo senza alzare la voce.
Martina arriva qualche minuto dopo. Scalza, i capelli arruffati, gli occhi ancora un po’ gonfi. Si affaccia alla porta, è tornata in sé ma si vede che è ancora confusa. Si guarda attorno. C’è ovviamente un tassello che le manca, per completare tutta la storia e dare un significato a quell’insolito risveglio.
«Come ti senti?» le chiedo.
«Ho un po’ di mal di testa. Perché?..»
«Non ti ricordi niente di ieri?»
Fa spallucce, ma stavolta sembra più incerta, come se stesse cercando di afferrare un ricordo che le sfugge.
Mi volto verso di lei, mi strofino le mani con uno straccio, indico la fiancata opposta della macchina, quella che lei non può vedere e dove non c’è nessuna traccia di macchia.
«Ti hanno messo qualcosa nel bicchiere. Tre stronzi in discoteca. Corrado li ha visti e li ha fatti scappare. Io sono venuto a prenderti. Eri… fuori di testa. Intontita, sconvolta. Dicevi cose senza senso, ridevi, piangevi, vomitavi… hai vomitato proprio qui, sulla portiera. Sto pulendo per non farlo sapere alla mamma, altrimenti si preoccupa.»
Mento con una naturalezza che mi fa quasi paura.
Martina spalanca gli occhi. Per un attimo crede di ricordare qualcosa – un flash confuso, il mio braccio che la sosteneva, la macchina che oscillava – ma niente di preciso.
«Oddio… davvero? Io… non ricordo quasi niente dopo… Cioè… Leonardo era lì ieri sera? È venuto a casa con me?»
«No, Marti. Leonardo è passato due giorni fa, ricordi?”
Martina resta ferma un attimo, lo sguardo perso sul pavimento del garage. Si morde l’interno della guancia, come fa quando cerca di mettere insieme pezzi che non combaciano.
«Due giorni fa…» ripete piano, quasi tra sé.
Annuisce lentamente, come se stesse provando a far combaciare un puzzle invisibile.
«Quando... stavamo parlando in veranda e Leo è venuto... e allora io e lui siamo saliti in camera mia? E tu sei uscito con i tuoi colleghi…»
La voce le si incrina appena sull’ultima parola. Non è una domanda vera e propria. È più un’auto-conferma, un tentativo di riempire il buco nero della memoria con l’unico ricordo che le sembra solido.
Io resto immobile, lo straccio ancora stretto tra le dita. E capisco. Questa volta è il mio puzzle a essere completo. Due giorni fa. Mentre io ero fuori, a bere birra tiepida con gente che non mi interessa, Leonardo era in casa mia. In camera sua. Con lei. Sul suo letto con la trapunta a fiori che le ho comprato quando aveva quindici anni. L’ha scopata lì, mentre la casa era vuota. E lei se lo ricorda ora, in questo momento, solo perché la mia bugia le ha dato il permesso di spostare il ricordo di ieri notte su quel giorno.
Sembra quasi mi si fermi il cuore. Non è solo gelosia. È la conferma finale che lui ha avuto quello che io ho dovuto rubare nella notte, con l’inganno, con la menzogna, con il rischio di distruggere tutto. Lui l’ha avuta alla luce del giorno, con il suo consenso limpido, mentre io ho dovuto aspettare che fosse drogata.
Stringo lo straccio più forte. Il cotone mi morde il palmo. Fuori, però, tengo la faccia da padre preoccupato.
«Sì, esatto,» dico con voce calma, quasi dolce. «Due giorni fa. Eravamo in veranda, poi siete saliti. Io sono rientrato tardi, vi ho sentiti chiacchierare e ho lasciato perdere. Normale, no? Siete grandi.»
Aggiungo quell’ultima frase con un tono che dovrebbe suonare rilassato, ma dentro mi trema tutto.
Martina abbassa lo sguardo. Le guance le si tingono di un rossore leggero, colpevole. Non dice niente per qualche secondo. Poi mormora:
«Già… mi ricordo ora. Abbiamo… parlato un sacco. E poi… boh, il tempo è volato.»
Non specifica cosa sia successo dopo che il tempo è volato. Non ce n’è bisogno. Il rossore, il modo in cui si stringe le braccia al petto, il piccolo sorriso imbarazzato che le sfugge: tutto dice cosa ha fatto con Leonardo. E lei lo ricorda con tenerezza, o almeno con quella dolce confusione che segue il sesso voluto. Voluto davvero.
Io sorrido, ma è un sorriso tirato. Le metto una mano sulla spalla, un gesto tenero, rassicurante. Non credevo che il mio istinto di conservazione fosse più grande dell’amore per mia figlia. Lei è lì, confusa, sconvolta, e io mento spudoratamente, solo per farla franca. E per questo provo rimorso – un rimorso vero, acuto, che mi stringe lo stomaco – ma non abbastanza da fermarmi. Il suo corpo l’ho preso senza esitare, l’ho voluto per mesi, l’ho avuto tutta la notte. Ma rubarle la mente, farle credere che sia stato tutto un incubo o un ricordo sbagliato… quello mi fa quasi vomitare. Eppure continuo. Perché se lei ricordasse, se capisse, perderei anche l’ultima illusione: che in fondo, in qualche modo distorto, la sto proteggendo.
«Oddio… grazie, papà.» mi dice lei, finalmente rassicurata.
«Alla mamma non diciamo niente, ok?» le sussurro, con un mezzo sorriso da padre premuroso.
Si butta contro di me e mi abbraccia. Il suo corpo preme contro il mio: i seni piccoli e sodi schiacciati sul mio petto attraverso la canottierina sottile, il profumo dei suoi capelli, il calore della sua pancia contro la mia.

Mi chino su di lei e le do un bacio sulla fronte, paterno, permettetemi il termine. La sua pelle è calda, umida di sonno e di stanchezza, e per un attimo, mentre le labbra sfiorano quella fronte liscia, riesco quasi a crederci, quasi a credere di essere solo un padre che ha vegliato su sua figlia tutta la notte, che l’ha riaccompagnata a casa, che l'ha messa al sicuro nella sua stanza.
Quasi.
È la bugia più compiuta della mia vita. Me la racconto ancora oggi, da solo, in piedi accanto al letto, mentre lei dorme e non saprà mai niente. Me la racconto per rendere sopportabile quello che ho fatto, quello che continuo a fare nei miei pensieri ogni volta che la guardo.
Bataille scriveva che il bacio è l'inizio del cannibalismo. Il primo gesto con cui si varca il confine tra l'amore e il consumo, tra la carezza e la fame. Per me è stato il contrario. Non l'inizio, ma la fine. Il post scriptum. La firma in calce a una notte in cui l'ho divorata tutta – la carne, l'anima, la dignità, il ricordo – e non è rimasto più niente da mangiare.
Di lei ho preso tutto. L'ho consumata fino all'osso. E questo bacio, adesso, è solo il modo per pulirmi la bocca, per fingere che non sia stato un pasto ma un gesto d'amore, per fingere a me stesso di non essere un mostro.

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UNA PICCOLA PRECISAZIONE
Questo racconto ha avuto vita breve e travagliata su Eroticiracconti. Avevo iniziato a pubblicarlo due mesi fa circa, ma sono arrivato a postare solo due dei tre capitoli che lo compongono. Il racconto piaceva, aveva bei voti, entrambi i capitoli erano selezionati tra quelli più apprezzati, ma “nel mio destino pace non ce n’è”, come diceva la famosa canzone, e qualcuno (una persona, a dire il vero) ha deciso di indignarsi per un racconto totalmente inventato che parla di persone totalmente inventate. Dopo avermi sbolognato un commento di trenta righe dove mi dava del mostro, della peggio putricola, dello strangolatore di madri, ha segnalato il racconto a quelli di ER e loro, nonostante non violasse nessuna regola del sito, lo hanno rimosso. Non credevo ci fosse bisogno di specificare che questo non è un inno allo scoparsi a tradimento figlie e/o persone varie, ma a quanto pare mi sbagliavo. Mea culpa.
È solo un racconto. Nulla più.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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