2. Due amiche
- Come va? Non so nemmeno come chiamarla. L’accento era un incerto e un po’ cantante.
- Paola. Dammi del tu. E tu?
- Amparo, risponde dopo qualche secondo, come se facesse una rivelazione.
- Non sei italiana?
- Sono nata a Fortaleza, in Brasile. Ma vivo in Italia da un po' di anni. Parla un po’ cantando, come viene naturale ai brasiliani. E poi sfodera di nuovo un sorriso solare che scalda l’anima a Paola.
- Senti, ora che tutto è passato volevo ringraziarti. Sei stata veramente brava. in quel macello.
- No macelo. Pescheria, Paola, rispose l'altra canzonandola. Paola nota i dettagli che alle donne non sfuggono. Per esempio le scarpe. Porta mocassini costosi con un tacco di 3 o 4 centimetri.
- Se vuoi, aspetto la chiusura facendo qualche giro qui intorno e poi ceniamo insieme. Ho un po' di cose da raccontarti e poi, dopo quel trambusto...Hai impegni stasera?
- Sì, ma non importa. Faccio una telefonata e mi libero. Andiamo al persiano? Mi conoscono. Staremo tranquille e si mangia benissimo. Ora però devo tornare in negozio. Ci vediamo dopo le 8 all’ Osteria del Sole, dice Amparo col suo sorriso radioso e ritorna sui suoi passi, consapevole della sua avvenenza, della massa dei suoi capelli.
Paola la guarda allontanarsi, mettendo i piedi sulla stessa linea, come se fosse sulla passerella di una sfilata, vestita di un tessuto elastico che le stringe i fianchi. Le viene in mente che stia ancheggiando più del normale per lei. Ha curiosità per la persona che l'aveva aiutata, e che ora avrebbe conosciuto meglio. Poi guarda gli addetti alla pescheria che stanno smontando i banchi. Le corre un brivido per la schiena ricordando la violenza subita in mezzo al ghiaccio. Pensa di essere vestita come quel giorno e si allontana per evitare di essere riconosciuta. Dello zingaro morto aveva saputo dai giornali che, stando alle risposte dell'ispettore, avevano scritto che la Polizia era lì per "abituali controlli". Il suo tentativo di furto sarebbe rimasto segreto, se in tutto il mercato da due settimane non si parlasse d'altro. Carica di malignità inventate la storia era arrivata all'orecchio di quelle che un tempo erano sue amiche. Nessuna di queste le aveva mai perdonato la sua bellezza, il suo successo, una sua certa fragilità che veniva considerata affettazione. Ne incontrò due un giorno al mercato, che nelle conversazioni si divertivano a scorticare gli assenti come coccodrilli: Elisabetta, avvocatessa che aveva fatto qualcosa per suo marito ai bei tempi, e Cecilia, che era stata sua compagna di banco alle elementari, abbastanza avanti nella pinguedine, ambedue accompagnate dalle rispettive domestiche esotiche. Furono così fredde e scostanti che Paola capì che della sua vita precedente non c'era nulla da recuperare. Ma ora stava per incontrare l’unica testimone del disastro. Sorrise e pensò di comprare un regalo nella mezz’ora che rimaneva. Entrò un negozietto profumato d’incenso. Una delle prime cose che vide fu un braccialetto fatto di 5 strane palle bianche dipinte con figure stilizzate, tenute insieme da una treccia di cuoio. La venditrice le spiegò che provenivano dal Perù e rappresentavano dei feticci locali, e che la lavorazione era brasiliana, di Fortaleza. Fu come se in quel momento passasse l’ombra di un angelo. Mise il pacchetto nella borsa. Poco dopo si sedeva nell’osteria dove aveva dato appuntamento all’amica. Amparo arriva puntuale. Da quando appare nel vano della porta a quando, salutando al passaggio quelli che conosce, si siede di fronte a lei con la sua criniera scura, Paola osserva, nei presenti, segni di un cambiamento di atmosfera. Qualcuno si gira per guardarla. Si sentono un paio “Ciao Amparo”. Lei sorride a destra e a sinistra. Gli sguardi delle donne presenti fendono l’aria come frecce avvelenate. Prendono un taxi e dopo poco sono al ristorante persiano, che Paola ha prenotato a suo nome. Una donna della reception, vedendole, esclama a voce bassa:
- Signora Amparo! Che piacere vederla! Siete in due o aspettate qualcuno?
- Due!, fa Amparo, come uno sparo, dopo qualche secondo, come se la domanda fosse difficile. Paola disse il nome al quale aveva prenotato. Tutte e tre hanno un breve sorriso di complicità femminile, ciascuna a suo modo: Amparo radiosa, Paola elegante e piacevolmente sorpresa da tutte le novità, la donna del locale discreta e professionale.
- Bene. Tavolo 5. E senza dire altro le offre una borsa dalla quale prende una tessera di plastica con il numero stampato. Amparo estrae dalla sua il telefono e con un gesto che ha qualcosa di perentorio suggerisce a Paola di fare lo stesso.
- Se qualcuno ti chiama, lo vedrai uscendo. Puoi anche telefonare a casa e dare il numero del ristorante, se vuoi stare del tutto tranquilla. Questi aggeggi registrano tutto, sono il massimo dell’ indiscrezione. Qui hanno una borsa per ogni tavolo.
Paola chiama a casa e dice alla madre che sarebbe rimasta a cena fuori e di segnare il numero del ristorante, se avesse avuto bisogno, dato che il suo telefono era quasi scarico. Amparo approva con un cenno del capo. Poco dopo sono di nuovo sedute, l’una di fronte all’altra, nel silenzio ovattato di una specie dì alcova.
- Dove eravamo rimaste?
- A quando ti ho chiesto come ti era venuto in mente di rubare le mortadelle, risponde Amparo ridendo, e abbassa lo sguardo sul seno di Paola. Quando lo rialza, Paola sorride quasi materna.
Racconta la storia che i lettori conoscono. Ad ogni pausa, Amparo assente, seria. Quando arriva alla scoperta del furto, commenta che, due giorni prima, il pescivendolo di Caltagirone si era preso un ceffone da lei in pieno negozio, dopodiché i maschi della strada l’avevan lasciata in pace. Conosce tutti. Paola ha il vago pensiero di non aver mai saputo farsi rispettare. La sua bellezza era come un compito a scuola che una non sa mai se hai scelto il modo giusto di portarlo a termine. Ora Amparo dava altri segnali. Paola ne era rassicurata e si sentiva libera, forse per la prima volta. Ricorda le carezze di Amparo nello sgabuzzino e sente il seno chiederne ancora. Tanto che Amparo se ne accorge, la chiama per nome e sotto il tavolo le tocca un piede con il suo.
- Paola…
Lo sguardo di Amparo scende di nuovo sul seno. Paola sorrise e arrossice. I capezzoli le si sono visibilmente induriti sotto la maglia di cachemire. Per superare quel momento, cerca nella borsa il regalo e porge il pacchetto ad Amparo, che lo apre, sorride, esclama:
- Grazie, Paola, sei stata molto cara. So chi fa questi braccialetti. Un giorno forse ti racconto cosa sono questi disegni.
- Raccontami di te.
- Ho lasciato il Brasile otto anni fa, a diciannove anni. Fino a dieci sono stata con mia madre e due sorelline gemelle, di sette anni più piccole, a Fortaleza, dove sono nata. Abitavamo in un sobborgo vicino al fiume. Non una favela. Un posto abitato da gente povera. Mia madre era una bella donna e riceveva uomini di ogni andatura, poveri e ricchi. Uno di questo lo conoscevo, si chiamava Joao, quando ero piccola mi faceva giocare. Ma poi cominciò a guardarmi in modo strano. Sai, da noi non ci sono le famiglie come qui. Solo a partire da un certo livello sociale. Noi poveri viviamo in tribu. Ci si conosce tutti. Un giorno Joao venne quando mia madre era in fabbrica a fare sigari, io badavo alle gemelline. Sapeva tutto di noi. Aprii la porta e lui mi violentò senza dire una parola. Era venuto apposta. Ero troppo piccola, mi fece male. Quando tornò mia madre, mi trovò che piangevo in un angolo. Le raccontai tutto. Lei mi consolò dicendomi che non era niente, che sarebbe passato e che a tutte le donne prima o poi succede, e che le prime volte faceva male. Poi ci mise a letto con l’ordine di non aprire a nessuno. Il giorno dopo ci alzammo come tutti gli altri. Io stavo meglio. Uscii a giocare con le mie amiche della strada. Tutte sapevano tutto. Mi dissero subito che gli occhi di Joao erano sul desvio, dove si fanno salire e scendere le barche. Era lì che lavorava. Ora si chiama Desvio dos Ohlos. Joao lo trovarono legato in una delle barche, con due palle di cotone al posto degli occhi. Bussò la polizia una mattina presto. Parlarono a lungo con mia madre. Poi se ne andarono, salutando con un tono meno brusco di quello con il quale avevano bussato. La faccenda fu classificata come regolamento di conti, attribuita ad ignoti e archiviata. Dopo, mia madre mi mandò, con le gemelline, in una colonia per bambini gestita da un prete cattolico. Diceva che dovevo ancora crescere qualche anno, poi sarei tornata da lei. Dopo nemmeno una settimana che ero lì, il prete provò ad alzarmi la gonna, ma io gli dissi che lo avrei detto a mia madre se ci provava un’altra volta con me o con le mie sorelline. Lo dissi apposta a voce alta, in modo che le donne che lavoravano lì mi sentissero. E da allora non ci ha più provato. Avevo undici anni. Ecco come sono diventata donna, da bambina che ero. In seguito, il prete aveva organizzato una specie di scuola per analfabeti, in una zona lontana circa quattrocento chilometri, una giornata di viaggio in autobus. I bambini, una ventina di tutte le età, senza genitori, venivano dalle favelas o dalla foresta. Ci portarono lì, me e le sorelline. Passarono quattro anni, forse i più belli della mia vita fino ad ora. Andavamo nella foresta, la notte si sentivano versi di animali, rumori, odori. Ero diventata una specie di assistente delle due maestre e ormai sapevo tutto del bosco, delle piante, degli animali. Le gemelle avevano imparato a fare i versi degli uccelli così bene che gli uccelli rispondevano. Avevo il compito di accudire alle faccende non scolastiche, pulire, cucinare, sgridare i bambini quando serviva. E partecipavo alle lezioni, avevo imparato a leggere e a scrivere e ormai avevo letto tutti i libri che c’erano. Quando non c’era niente di nuovo da leggere, leggevo la guida del telefono. Un giorno mi dissero di andare a Fortaleza con un elenco di cose da comprare: quaderni, matite, libri che non si trovavano altrove, insomma le cose che servivano alla scuola. In quei 6 anni avevo fatto il viaggio 6 volte, a Natale, ed ero stata una settimana con mia madre. Presi la corriera. Arrivai, feci i miei acquisti, cenammo insieme, le raccontai cosa facevamo, e il giorno dopo ripresi la stessa corriera per la mia scuola. La prima fermata era a circa centocinquanta chilometri. La seconda dopo altri cento. Lì vidi una macchina della polizia. Quando videro sul biglietto dove andavo, mi portarono in una stanza e mi dissero che non avrei più trovato la scuola, e una sola parola: cangaceiros. Andai alla scuola più vicina e lasciai tutto quello che avevo comprato. Sapevo cosa voleva dire, e anche cosa non voleva dire.
Amparo rimane per un po’ in silenzio. Paola posa una mano sulla sua, che era fredda e un po’ tremava. Sul bel viso dell’amica Paola vide qualcosa come un’ombra prima che lei si coprisse con le mani. Rimasero così per qualche secondo, poi Amparo riprese il controllo. Paola era sorpresa e seria.
- Dimmi.
- Voleva dire che era tutto finito. Voleva dire che avevano ammazzato tutti. Andai comunque. Le baracche dove dormivamo erano bruciate, la chiesa era in piedi ma devastata, non c’era più nessuno. Là li chiamano cangaceiros, ma è una parola vecchia. I cangacerios erano povera gente che si era data al banditismo. Questi sono diversi. Sono terroristi organizzati da centri di comando, spietati, drogati con droghe nuove, non la solita erba o le pozioni delle tribù della selva. I bananieri li pagano per distruggere una scuola come la nostra. Prendono roba pesante e perdono ogni umanità, uccidono tutto, anche le bestie. Andai un po’ in giro, vidi i quaderni che usavamo, i vestiti. Non c’erano resti umani, li avevano bruciati tutti in una catasta poco lontano, buttandoci benzina. Sapevo che in quel mucchio puzzolente, dove rovistavano i cani, c’erano le mie sorelline, a meno che qualcuna non fosse stata così fortunata o furba da riuscire a nascondersi. Le chiamai a voce alta, andando attorno come una pazza. Poi feci due croci di legno con i loro nomi e qualche fiore raccolto nel bosco. Rimasi li fino a sera, seduta nella chiesa o in quello che ne restava, sperando che almeno una si fosse salvata. Ma non c’era veramente più nessuno, dove poche ore prima era tutta vita. Io ero partita per Fortaleza alle sette di mattina, quei vigliacchi erano arrivati alle dieci. Suonai anche la campana, sapendo che era pericoloso. Ma niente, solo cani e uccellacci. Quando passò di nuovo l’autobus per Fortaleza l’autista mi disse solo “Coraggio”. Mia madre capì vedendomi dopo così poco tempo che era successo qualcosa di grave. Disse che aveva delle economie da parte che potevano bastare per iniziare una nuova vita. Fu allora che decisi di andarmene. Ormai sapevo come bisognava fare. Come lei. La puttana.
- Sai, io ho fatto una vita molto più normale, in mezzo a gente piena di soldi. Mi sono accorta di come funziona davvero quando mi sono mancati insieme i soldi e la gente. Dimmi il seguito.
- Ho fatto il passaporto, e la puttana per un po’. Un giorno mi è capitato uno che andava in giro con una grossa pistola. Da noi è abbastanza frequente. Si faceva chiamare Big Sur. Questo fece venire altri tre, volevano divertirsi con me. Ma fra di noi le cose si sanno. Io sapevo già i nomi di tutti e ancora me li ricordo: Sierra, El Capitàn, Angelito. Erano loro che avevano fatto il colpo alla missione. Mi sono allontanata con una scusa, ma in certe bottiglie di birra in un frigorifero che stava in una stanza vicina avevo messo un sonnifero e poi le avevo richiuse. La cosa ha funzionato. Quando sono tornata le bottiglie erano sul pavimento e loro dormivano. Ho preso la pistola e un cuscino per attutire i colpi e li ho ammazzati, tutti e quattro. Poi sono dovuta andare via. La polizia collabora con quelli. Se fossi rimasta forse mi avrebbero arrestata. Era uscita sul giornale la notizia che una barca italiana aveva vinto la seconda tappa del triangolo atlantico, da Cape Town a Rio, e che si prevedevano cerimonie di premiazione la settimana seguente. Andai a Rio, da una amica. Fuori dello yachting club vedevamo gente che entrava e usciva, fino a quando abbiamo conosciuto Marco, un ragazzo bellissimo, uno degli italiani che avevano vinto la corsa. Fu lui a farci entrare la prima volta, me e la mia amica. Poi abbiamo conosciuto gli altri. In genere era gente dell’alta società. Quelli che avevano vinto la regata erano marinai e basta. Uno, di Castiglione della Pescaia, Marco, un altro, Lucio, di Porto Ercole. Gente del popolo. Mi misi con Marco. Per me l’importante era di arrivare in Italia. Sai, in Brasile l’Italia la sogniamo tutti. Cercavano gente per riportare una grossa barca in Italia. Marco me lo disse e io non ci ho pensato un secondo. La traversata durò tre mesi. Sono arrivata così, otto anni fa. Al porto, quando il capitano portò i miei documenti alla dogana, fu l’unico momento che ho avuto un po’ paura. Ma avevamo già fatto scalo in Portogallo e in Spagna e non era successo niente. il giorno prima, da un bar, avevo telefonato a mia madre, che mi aveva detto che nessuno mi aveva cercata. Passai senza problemi. Due mesi dopo Marco si è sparato in bocca, non so perché, credo fosse una partita di eroina, ma a me non diceva niente. Da allora riesco ad arrangiarmi, e anche a mandare denaro in Brasile. Il lavoro in negozio è necessario per il permesso di soggiorno. Per vivere faccio la puttana.
Paola è scossa. Una storia come quella avrebbe potuto sognarla sui romanzi che leggeva da ragazzina. Ora ha trentanove anni. Segni di età continuano a comparire nello specchio. Tiene la sua mano du quella dell’amica che ora sa essere una puttana con 4 morti alle spalle. La guarda e si accorge solo allora che i suoi occhi divergono leggermene e che hanno due colori diversi, l’occhio sinistro quasi azzurro, il destro marrone. Amparo lo capisce e, come al solito, spara:
- Belli i miei occhi, vero?
- Bellissimi. Ci vedi bene, con tutti e due? Non capisco con quale mi guardi.
- Con tutti e due da vicino devo fare uno sforzo, e se dura troppo mi viene il mal di testa. Di solito guardo con uno, questo (indica il destro). Ma se lo chiudo vedo bene anche con l’altro. Insieme vedo un campo più vasto del normale, mi ha detto l’oculista. In Brasile le razze si mischiano. È pieno di gente strana, che voi non immaginate nemmeno. Si può essere solo puttane, in Brasile. A meno che una non nasca ricca. Tu sei nata ricca, vero?
- Si. Sono andata in un asilo di suore. Da piccola ho avuto una strana malattia. I medici si contraddicevano fra loro e prescrivevano medicine diverse. Mi hanno dato di tutto, mentre io ero sempre più magra, tanto che le una zia un po’ speciale, una donna enorme e molto colta, che non aveva figli ma comandava un po’ su tutti, disse di interrompere tutte le cure. Ci sono voluti sei mesi, ma mi sono ripresa. Sui dodici anni, dato che, e che ho preferito persone appartenenti ad altre età: bambini, vecchi. Nei bambini e nelle persone meno giovani trovavo qualcosa da imparare. Al pomeriggio andavo ad aiutare in un nido e anche con i bambini c’erano momenti belli. Al liceo ho avuto uno straordinario professore che mi ha introdotta a letture impegnative. Poi sono andata in una scuola per famiglie agiate, con compagne per le quali gli uomini, sembravano più che altro mezzi per generare invidia nelle coetanee. Prima, da bambine, ci dicevamo tutto, c’era una grande curiosità. Nel giro di uno, due anni, era scomparsa. Nessun maschio poteva passare più di un quarto d’ora senza provare a mettermi le mani addosso. Le altre mi criticavano per questo, dicevano che era affettazione. Dopo studi di storia dell’arte, un marito e una figlia alla quale mi sono dedicata completamente. Credevo di risolvere tutto in un matrimonio. È durato 8 anni e poi è andato in fumo da un giorno all’altro. Il resto lo sai.
Paola racconta ancora qualcosa altro di sé, ma come se il cibo avesse perso sapore. Fra il racconto di Amparo e quello di Paola, il tempo della cena è trascorso. Si alzano. Al momento di pagare Paola apre la borsa, ma Amparo la previene, dicendo alla donna che le aveva accolte di mettere tutto sul suo conto. Si incamminano sotto i portici.
- Ora mi sento vuota, dopo tutte le nostre chiacchiere.
- Anche io. Tu dove abiti?
- Fuori, devo prendere un autobus. Tu?
- A un chilometro e mezzo da qui. Vado a piedi.
- Ti accompagno un pezzo.
A un certo punto, Amparo prende la mano di Paola, che scopre allora di averlo desiderato e risponde al contatto, intrecciando le dita dell’altra con le sue. Arrivarono così, camminando nel lungo portico &senza parlare, fino alla casa.
- Puoi dormire qui se vuoi.
È chiaramente un invito amoroso, che Amparo accoglie subito. Salendo le scale le dice, con semplicità:
- È stato un colpo di fulmine, tanto mi sei sembrata bella, e mentre lei cerca le chiavi le fa una delicata e profonda carezza al sedere.
Quando Paola trova le chiavi le tremano le mani. Entrano, vanno in salotto, Paola accende la luce, Amparo la spegne e finiscono sul divano a baciarsi al buio, e poi a letto. Nel buio Amparo chiede:
- E questa cosa di radertela, come ti è venuta in mente?
- Mio marito diceva di preferirmi così. Tutte qui lo fanno. Mi è rimasta l’abitudine.
Sgusciando nel lettone come un pesce nell’acqua, Amparo le spinge la testa sulla sua selva, poi la porta più volte all’orgasmo in modi diversi. Prendono sonno solo verso le sei della mattina.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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