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1. La moglie dell'impiegato


di amorepassailguanto
04.09.2026    |    125    |    0 6.0
"Cammina lentamente su due zeppe alte, rotea che chiappe, si espone, gli passa davanti..."
Il signore in grigio, impiegato comunale, va al lavoro col un suo carico di dolore grigio. Sa che, verso le 11, la moglie lo tradirà, nel suo letto, col barista di fronte, un aitante e palestrato quarantenne, tatuato, con aria gay, che lo saluta con rispetto ipocrita quando passa a prendere il consueto caffè e vorrebbe che fossero almeno amici, visto che lui si fa la sua donna, ma l'altro rimane freddo. Mentre prosegue verso l'ufficio ripensa a che ora lo farà, sa che lo farà quasi certamente nel suo letto, sa che non deve parlarne. Sa che il figlio ormai autonomo, deride i valori nei quali egli dice di credere. Sa che le sue parole sono buone solo con qualche amico alle soglie come lui della pensione, a commentare le partite e la virilità dei giocatori. Sa che il suo stipendio è tutto quello che interessa la moglie, in piena discesa nell’abisso della donna che sente sfuggirle la vita è pretende, con le buone o le cattive, che siano rispettare certe apparenze di normalità, all’ombra delle quali fare le sue piccole e grandi trasgressioni. Sa che l’espressione della sua gelosia, ultimo residuo di un amore ormai in cenere, viene punita duramente al solo sospetto dalla moglie.

Prima si consideravano una "coppia aperta". Poi, per la noia di vedere i rispettivi nasi un giorno sì e l'altro pure, erano diventati scambisti. Ma ad un certo punto lei lo ha estromesso, godendo del suo disappunto quando faceva misteriose allusioni ai suoi amanti. Nella strada dove abitano li conoscono e alcune delle commesse dei negozi, quando lui porta in giro il cane, lo salutano. Lui risponde con cortesia ma avverte nella loro cordialità sopra le righe qualcosa di ironico. In due negozi di vestiti la moglie si reca regolarmente, chiama le commesse per nome e a volte le sostituisce alla cassa, qualche volta le porta in casa, dove le conversazioni animate tacciono o cambiano argomento quando lui arriva. Qualche volta le sente ridere insieme, la moglie e Mara, una pugliese con i capelli rossi, ma se prova ad avvicinarsi hanno sempre qualcosa da fare. Con Mara ci ha provato una volta, in negozio, ma ha ricevuto un rifiuto.

La moglie aveva iniziato a manifestare disprezzo, facendolo sentire un insignificante cornuto e certe volte umiliandolo in pubblico, o davanti ai colleghi di ufficio, con l'accusa di impotenza. L'accusa è falsa, ma lei la ripete con soddisfazione visibile, quando sa che lui si renderebbe ridicolo se provasse a difendersi, per esempio davanti al capoufficio dal quale, come tutti sanno, si fa ingroppare anche se l'ufficio del marito è a tre porte di distanza. Recentemente gli ha detto di essersi fatta scopare dai clienti in almeno cinque negozi in città, con oscure allusioni a dettagli scabrosi. Esce e rientra senza dire dove va e cosa fa. A casa va in giro nuda. Quando lui osserva lividi o altri segno sul suo corpo, o trova in casa tracce di sigarette altrui, preservativi usati, aggeggi bizzarri nascosti in fondo ai cassetti, capelli in bagno che non sa di chi, guarda altrove e non dice nulla.

Il suo lavoro consiste nel redigere un rapporto mensile sulle cervellotiche regole delle uscite ed entrate del personale, degne di una commedia kafkiana e, si sospetta, volutamente inapplicabili. Dovrebbe cronometrare i tempi di spostamento fra le diverse sedi, disporre telecamere, verificare il funzionamento degli apparati di controllo, spesso messi fuori uso da un chewingum o qualche biglietto dell’autobus piegato e infilato a forza nella fessura del marcatempo. E’, insomma, una specie di ispettore. E’ lui che, sulla carta, dovrebbe garantire il funzionamento dei marcatempo ai bar interni nelle sedi di viale Aldo Moro 50 e 21; effettuare controlli casuali per verificare l’effettiva rispondenza fra timbrature e presenza al lavoro; stabilire i tempi massimi per gli spostamenti fra varie sedi; stampare i moduli che devono essere presentati, firmati dal dirigente, ad ogni uscita o ingresso; ritirarli e controllarli regolarmente. Il suo ufficio è costituito da lui e due segretarie che arrivano al lavoro con vestiti attillati che ne mettono in evidenza le forme e passano il tempo a truccarsi e a fare, fra loro e al telefono, pettegolezzi che scorticherebbero un coccodrillo. Sono loro che effettuano il computo delle pause utilizzate e no, secondo un insieme bizantino di minuti, recuperi a a fine turno, premi di produzione, causali barocche che incidono sul montante annuo di 36 ore di permesso. Poi lui firma e distribuisce i recuperi. Tutti gli testimoniano una amicizia sempre un po’ sopra le righe e gli sono grati di esercitare questo regime di controlli una notevole dose di approssimazione. Il rovescio della medaglia è che se gli assenteisti si fanno beccare, per esempio in un secondo lavoro, è lui che ci andrà di mezzo, se ai controllori del controllore risulteranno controlli omessi. Quindi vige, in parallelo alle regole dichiarate, un codice d’onore degli assenteisti (la totalità del personale comunale) che consiste nell’ opporre un muro di gomma a qualsiasi ingerenza. Quando il signore in grigio interviene, è solo per interrompere gli abusi più spudorati con il consenso degli altri. Ma per il resto sa di poter lasciare tranquillamente correre.

Ora gli hanno assegnato una nuova responsabilità: convalidare i dati sanitari degli artisti di strada autorizzati ad esibirsi in piazza, secondo una disposizione recente dal Consiglio Comunale. Deve verificare che chi ha passato l’esame della nuova commissione per cantare in pubblico, formata da 2 insegnanti in pensione, uno "cattolico", uno "comunista" e un funzionario comunale (quindi pronto al compromessi), non abbia la tisi, e che non sia “uno stronzo", definizione che non può essere motivo di esclusione per motivi costituzionali, come dice sempre il suo dirigente ammiccando, mormorando a mezza voce che “’gli stronzi sono sempre e solo grane" e facendo capire che avrebbe apprezzato che il nullaosta sanitario fosse loro negato con qualche pretesto. Il “Regolamento in materia di Artisti di Strada“, che pare scritto da Cesare Beccaria in persona, non lo autorizza a farlo. Sta dunque al signore in grigio trovare qualche scusa: questo è lo spazio per i suoi abusi di ufficio. I candidati sono convocati al tardo pomeriggio, quando il personale sta per allontanarsi. Assistito da una delle due segretarie, soprannominata "sergente",
alta quasi un metro e ottanta, che per qualche motivo non ha peli ne capelli né sopracciglia, il signore in grigio verifica i certificati richiesti. Quando il nulla osta sanitario è concesso, estrae dalla cartellina dell’artista la licenza comunale e vi appone il timbro a due colori del nullaosta sanitario, ben sapendo che è l’ultimo atto della procedura. Prende tutto il tempo che vuole, con l’artista davanti. Quando il nulla osta sanitario non è concesso i candidati di solito protestano e lui rimane immobile e grigio come una pietra, non apre la cartellina, a volte si diverte a fornire scuse chiaramente inventate. Indica sulla mappa alla parete i perimetri delle due aree periferiche dove non si possono esibire, in attesa di avere le carte in regola. E il momento in cui allunga le mani e l'ultimo di ottenere il riesame della sua pratica. Altrimenti le invita ad uscire. Se è una donna e si concede, il riesame è immediato e con esito positivo. All’inizio era stato un po' scrupoloso, poi ebbe una affaire con una suonatrice di chitarra acustica, che un giorno scomparve come era apparsa. La tresca era stata prontamente raccontata dalle due segretarie dopo che una volta lui si era chiuso dentro a chiave e dalla porta dell’ufficio erano usciti rumori inequivocabili. Gli altri impiegati, che li avevano visti insieme in un locale in via Nazario Sauro, avevano fatto qualche battuta, ma niente di più. Così si era sparsa la voce che il nullaosta era meglio chiederlo prima, e questo gli dà motivo di vedere gli artisti almeno due volte. Qualche volta si becca una bella puncicata, specie se ha a che fare con donne che sanno difendersi. Quando si rende conto di avere davanti un soggetto fragile, suggerisce visite mediche. Con uno di loro, uno psicologo di qualche anno più vecchio di lui, è entrato in confidenza quando aveva revocato il permesso ad un madonnaro austriaco completamente asociale, che aveva preso a male parole lui e il dirigente e poi aveva fatto tutti i ricorsi possibili, arrivando fino alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo, senza ottenere nulla. Il tipico “stronzo”, nel linguaggio dell’ufficio. Con l’andare degli anni aveva inventato modi di approccio più morbidi, con i quali comporre un suo rosario di avventurette che potevano bilanciare, almeno nella sua fantasia, le turpi sconcezze della moglie che gli venivano riferite.

Una volta la segretaria più affidabile, il sergente, gli portò una lettera anonima che riferiva le prodezze di sua moglie con tre o quattro camionisti nel parcheggio di un autogrill. Questo fu motivo di una scenata domestica, dove lui sostenne di avere uguale diritto alla tranquillità e l'aveva minacciata di farla pentire se dovesse arrivargli un'altra lettera del genere.

Accadde poi che una arpista polacca a cui erano rimasti sei denti, lo riconobbe in un ristorante affollato dove la coppia cenava con una coppia di amici scambisti. Fioccavamo le barzellette oscene, le battute spinte e le mani arrivavano un po’ dovunque. La polacca lo rimproverò pubblicamente della sua condotta usando le parole più volgari che conosceva e altre incomprensibili, certo non amichevoli, espressioni in polacco, come schiocchi di serpe, e tirandogli alla fine in faccia un paio di mutande sporche e altri oggetti osceni che, chissà come, aveva nella borsa. Lui uscì dietro alla polacca e poco dopo la raggiunse. L’altra coppia e la moglie uscirono dal locale e li trovarono per strada, e salirono tutti nelle stanze fatiscenti dove un prete le aveva permesso di rifugiarsi, dove si scatenò subito un’orgia durante la quale tutti frustarono la polacca che pareva prenderci gusto. Sulla via del ritorno a casa, ad un’ora molto tarda, le donne si fecero sbattere a turno su una panca di pietra, dall’altro uomo, mentre lui faceva la guardia e sentiva schioccare nella schiena le battute volgari della moglie. A tarda notte erano a casa loro, tutti un po’ sopra le righe in seguito all’accaduto e al pignoletto. Le donne, toccate ambedue dalla pinguedine, ammanettate alla testiera del letto, con addosso redini, collari, calze a rete e finimenti di cuoio, da cui sporgevano pieghe grasse e vulve rasate, mormoravano gli stessi insulti sentiti al ristorante, annusavano le mutande che sua moglie non aveva mancato di raccogliere e infilare in borsa. Stanchi orgasmi si succedevano, durante i quali la moglie era tornata a dargli del frocio, del "cazzetto inservibile”, del “swiniavska", un insulto della polacca che le era rimasto impresso. Poi aveva preteso che si facesse inculare, sul pavimento, dalla sua amica con un aggeggio nero, mentre lei, accovacciata, gli pisciava in faccia. Cosa che a lui non era dispiaciuta in sé, ma per la volgarità che avvertiva negli insulti della moglie e che, quella sì, lo feriva. Tanto che quando lei gli mise la fica contro la faccia ordinandogli di leccarla, la morse facendole fare un urlo e un salto indietro.

Il giorno dopo non sfuggì a nessuno, sulla cronaca locale de Il Resto del Carlino, che l’arpista, tre ore dopo, si era impiccata ad un gancio di un trave nel soffitto. Lui si preoccupò di essere riconosciuto in qualche modo responsabile dell’accaduto, dato che in quella stanza c’erano di sicuro tracce sue, dello psicologo, del prete e di altri che avevano approfittato della situazione. Chiese allo psicologo, occasionale compagno di un po’ troppe merende, di inserire una annotazione di “anamnesi familiare positiva a disturbo bipolare. Alcuni familiari con tentativi di suicidio, non riscontrabili nel soggetto, che si presenta senza sintomi” nel suo dossier, retrodatandola, come aveva fatto lui altre volte per creare un problema che lo psicologo potesse risolvere, e dargli occasione di intrattenersi a lungo con la persona interessata. In questo modo avevano potuto “fare un favore” alla polacca, che nel tempo libero ricambiava lo psicologo, uomo basso e pelato, ventre tondo e barba curatissima, pizzicando il suo nervo e traendo qualche rantolo dal quel corpo di sessantenne. Ora avevano tutti e due paura di essere incriminati per sfruttamento della prostituzione, favoreggiamento e chissà che altro. Il dirigente, visibilmente preoccupato, aveva aperto le ostilità con una ditta privata di pulizie, che impegnava donne immigrate, con accuse di sfruttamento anche sessuale non bene motivate ma pericolose in termini di revoca del contratto. Tutti gli impiegati erano improvvisamente diventati efficientissimi e lo salutavano con deferenza. Al bar interno qualcuno cominciò a parlare di un aumento delle sue responsabilità, di una promozione, di un progresso di carriera.

I documenti, rivisti infinite volte dai due compari per renderli perfettamente coerenti, vennero acquisiti dagli inquirenti e il caso fu chiuso in tre giorni. Venne un ispettore in borghese, chiuso in un pesante soprabito, con grossi baffi da tricheco, a raccogliere gli elementi del caso, acquisì il nullaosta, chiuse la cartellina e rimase per un momento in silenzio. Poi disse col tono di un ordine alle due impiegate: “Favorite lasciarci soli". Quando furono uscite, rimase a guardarlo in silenzio per tre, quattro lunghissimi minuti, prevenendo con un gesto della mano le occhiate interrogative dell’uomo in grigio, come se non ci fosse nulla da dire, tirò fuori una pipa, batte' il fornello sul tacco, buttò la cenere in giro, lo riempì lentamente, la accese e tirò quattro o cinque boccate, soffiandole tutte in faccia all'uomo in grigio. La stanza si riempì di fumo. Poi si alzò, aprì la porta, salutò le segretarie sedute fuori, si voltò a dare una ultima occhiata al signore in grigio, tornò indietro. Davanti alle segretarie, gli mollò un ceffone, si rimise il cappello e andò via. Da allora gli antichi compari si fecero più cauti. L’interesse privato negli atti di ufficio si limitò a mettersi in tasca qualche buona stecca solo quando lo si poteva fare in tutta tranquillità e poi andarla a regalare alle solite puttane dei viali, conosciute per nome. Il resto del tempo in ufficio, dove ha una stanza da solo, lo passa guardando siti porno. Il cazzo ormai non gli diventa più duro. La moglie entrava e usciva, meglio non pensarci. La vita era tornata ancora più grigia e noiosa.

In ufficio un collega gli permette di imboscarsi dicendo al telefono che è "in riunione”. Sulla via del ritorno dal lavoro, dopo una giornata grigia, con largo anticipo sulla fine dell'orario, gironzolando senza meta si trova coinvolto in un assembramento di gente eccitata. Incuriosito, vuole sapere il motivo e apprende che poco prima c'è stata una rapina.

Quattro delinquenti avevano fatto il piano di entrare dalla porta di dietro della grande salumeria Fraticelli, in una zona centrale di Bologna. Alcuni pali della famiglia gironzolavano per sorvegliare le vie di fuga e a dare segnali convenzionali di via libera o di pericolo, dato che non si poteva scappare che a piedi nell’isola pedonale. I rapinatori avevano acquistato una pistoletta, ora in libera vendita, di quelle che spruzzano liquido al peperoncino. Il piano era: uno di loro avrebbe spruzzato il liquido urticante ad un cliente qualsiasi, senza che questi se ne accorgesse. Nella confusione seguente altri due avrebbero arraffato il cassetto della cassa, di solito tenuta da una donna, fatto i cinque metri che separano la cassa dalla porta su via Mercerie e sarebbero spariti nella folla, per una delle tre vie di fuga possibili, aiutati dai pali con i loro segnali convenzionali. Ora: due ore prima della chiusura, un quarto d’ora del passaggio del portavalori che ritirava l'incasso. Bottino previsto: 6-7.000 euro, non di più. Si tratta di Rom, del noto clan Zaziki, nomade ma originario della provincia di Cluj, Romania. Su molti di loro la Polizia ha dati incrociati che descrivono attività di furto e ricettazione. Agiscono secondo loro regole precise, di solito in coppia: uno ruba con destrezza, per esempio sugli autobus, l'altro distrae il pubblico o lo copre. I quattro hanno fra i 22 e i 54 anni.

Quando arrivano sul luogo della progettata rapina uno solo è armato, di coltello a scatto con una lama di 18 centimetri. E' il più anziano, Petri Khron, di 54 anni, una figura repellente, una enorme faccia con un labbro leporino aggiustato male e una larga voglia viola intorno ad un occhio. La gente per questo, quando lo vede, torna a guardarlo e lui lo sa. Lavora in coppia con Ivo, un nipote, che mentre sugli autobus lui canta e chiede l’elemosina alleggerisce le borse delle signore distratte e impietosite dal mostro. Non sa perché ha portato il coltello. Quando è venuta l’ora di “lavorare” stava mangiando pane e formaggio nella sua vecchia Mercedes bianca, con oltre 900.000 chilometri, e il coltello lo aveva in mano per questo. Se lo è messo in tasca senza pensarci e, quando per strada si è accorto di averlo, ha pensato che sarebbe stato meglio liberarsene, ma anche che poteva essere utile a distrarre chiunque si fosse accorto che i due uomini in camice marrone, che camminano pochi metri più avanti, suo cugino e suo nipote, non sono addetti al trasporto di mortadelle come farebbe pensare l’insegna sulle loro spalle.

Ci fu, però, un imprevisto. Tre ore prima il personale di Fraticelli aveva sventato il furto di due piccole mortadelle da 600 grammi ciascuna, tentato da signora insospettabile, italiana, della categoria cosiddetta dei “nuovi poveri”. La donna era stata notata, fermata e perquisita all'uscita. Alta di statura, elegante e un po’ maschile, aveva indossato un reggiseno di sua madre, indumento che di solito non usa dato che il suo seno, ben disegnato ma quasi inesistente, non supera la seconda misura, quantunque avesse fatto benissimo il suo lavoro quanto si era trattato di allattare la figlia che ora aveva quattro anni e la aspettava a casa, si era portata le mortadelle in bagno, le aveva montate nelle enormi coppe, aveva rimesso su di esse la stessa maglia di cachemire beige a collo alto, si era guardata allo specchio e si era sorrisa, vedendosi dotata di quello che a volte aveva invidiato alle amiche. Si chiese se non era l’ idea di avere un seno diverso quello che l’aveva spinta in quell’avventura. Si trovò bella, come sempre. Sapeva bene di essere bella. Ne aveva avuto tante prove, tanto che verso i 16 anni, avvertendo la crescita di una attenzione che aveva qualcosa di maligno fra le coetanee, aveva cominciato a fare amicizia solo con quelli che trovava indifferenti, più giovani o molto più anziani. Aveva avuto le sue avventure, vincendo presto il primo premio: un marito brillante, una bella casa, una gravidanza che aveva affrontato con gioia e portato a termine con tutte le cure che aveva potuto immaginare. Si sorrise di nuovo, chiuse la luce, uscì dalla toilette e si mosse come se niente fosse fra il bancone del self service e il negozio, verso la porta d'uscita. Ma uno dei camerieri l’aveva osservata al suo arrivo un po’ più del necessario. Poco dopo l’aveva vista uscire dal bagno con un seno cresciuto di quattro misure, aveva fatto un segnale all’agente della sicurezza, che si era andato ad appostare fuori dal locale. Una preda così non capita tutti i giorni. Sulle prime, la signora aveva tentato di allontanarsi con albagìa, tanto che la sicurezza aveva ritenuto necessario trattenerla in una colluttazione che tutti i passanti si erano fermati divertiti a guardare e durante la quale la donna era era caduta fra i banchi di ghiaccio della vicina pescheria, dove stata spogliata in pubblico dall’uomo della sicurezza e tre camerieri. Era stata palpata dappertutto e le mortadelle erano venute fuori. Lei si sentiva come se l'avessero stuprata in gruppo. Uno dei pescivendoli, un contadino di Caltagirone, aveva proposto ai colleghi di "portarla di là per vedere se aveva nascosto qualcosa sotto" ma la giovane commessa di un vicino negozio di souvenir, una che conosceva tutta la strada, lo aveva zittito con due parole secche e aveva assunto il controllo della situazione, prendendo la donna per un braccio e dicendo forte di chiamare la polizia. Poi la portò nell'ufficio all'interno del locale dove era avvenuto il furto e dove era conosciuta, da quello in uno piccolo bagno pieno di secchi e di scope, e chiuse la porta a chiave. Fu silenzio. La donna era tutta tremante.
- E adesso cosa succede?
- Niente, lasci che si calmino là fuori, non sanno quello che fanno. Sistemiamo tutto, non si preoccupi. Si sieda, disse abbassando la tavoletta del cesso maleodorante dove pisciavano i commessi.
I vestiti erano bagnati e in qualche punto strappati. Aiutandola a rimetterli, nel piccolo spazio, la commessa era colpita dall'eleganza naturale della sua nuova conoscenza. Le toccò la una spalla, sentì che tremava, e le riavviò i capelli spettinati come avrebbe potuto fare una parrucchiera. La donna si calmò un poco. Poi, tenendo in mano il reggipetto nero enorme, che lei si era tolto, le toccò un seno con l'altra e sussurrò
- Ma come le è venuto in mente?
La donna la guardò, disse qualche frase sconnessa e si sciolse in lacrime.
Restarono per un momento senza dirsi niente, poi la donna si sollevò di nuovo il golf beige, e le fece vedere la sua seconda misura. Sorrisero. La commessa lasciò cadere nel lavandino il reggipetto enorme e l'abbracciò come una bambina.
- Come ti è venuto in mente?
ripeté toccandola, questa volta, sul capezzolo con due dita, mentre sentiva l'odore sano del suo alito. Sentì che il suo proprio seno e il suo sesso erano diventati improvvisamente sensibili e una vampata di desiderio per la sconosciuta. Ma la donna era frastornata e la commessa lo capì. La accarezzò per rassicurarla come può fare una maestra con una bambina che ne ha fatta una delle sue e la aiutò a rivestirsi, non senza farle ancora qualche carezza innocente, sentendo chiaramente che l'altra, prima un po' interdetta, ora gradiva la sua attenzione e le aveva preso un paio di volte le mani con le sue tremanti. Passano così una decina di minuti, dicendo cose a caso, guardandosi. Poi la donna, ora calma, con i capezzoli un po' gonfi sotto il maglione, allungò una mano per toccare il bel seno della commessa, una terza abbondante, e scoppiarono ambedue a ridere.
- Hai un seno più grande del mio
- Ci vuole poco...
Le labbra si toccarono e fu quello il loro momento, chiuse in un bugigattolo polveroso con le scope e i detersivi, al mondo ostile rimasto fuori.
Dopo una manciata di minuti bussarono forte alla porta. Due agenti donne in divisa e un ispettore, in borghese, chiamati da Fraticelli, erano arrivati poco a prelevarla. Lei si era ormai ricomposta e le seguì volentieri, dopo aver salutato la sua salvatrice, ed era ripartita con le poliziotte verso il vicino Commissariato. Si era di nuovo messa a piangere per la vergogna passando davanti alla scalinata di San Petronio, la chiesa dove era andata tante volte, e al Comune dove si era sposata sei anni prima, e non aveva più smesso fino al Commissariato, dove raccontò di essere diventata povera all’improvviso, due mesi prima. Pagare i debiti non era nemmeno pensabile. Tutto era ipotecato, anche il suo conto personale era stato bloccato. Le amicizie fredde e lontane da quando era arrivato il provvedimento di sequestro della attività commerciale, un famoso negozio in via Santo Stefano, della casa di Bologna e di quella nelle Dolomiti. La famiglia era ridotta alla vecchia madre, con la sua pensione che non bastava nemmeno a lei. Il marito scomparso ai Caraibi con i 4 milioni di garanzia e la segretaria assunta sei mesi prima, diventata sua amante. Tutto in pochi mesi. Il conto in banca era asciutto e la dispensa era finita. Due chili di pasta, qualche scatoletta. Aiuto delle due amiche più strette nelle prime settimane, ma poi si era vergognata di chiedere ancora, anche se di sicuro non lo avrebbero negato, ma ora lei aveva bisogno di gesti spontanei. Sta pensando di trovarsi un amante ricco o, più semplicemente, di prostituirsi, ma ha paura. Lei ha un carattere forte, ma non si è accorta di nulla. La fuga del marito l’ha sorpresa. L’idea di rubare le mortadelle nel locale dove si era fermata a mangiare tante volte le era venuta la mattina, prendendo in mano il reggipetto della madre. In commissariato le diedero dell’acqua da bere, una poliziotta rimase a parlare con lei per una ventina di minuti, le fece un caffè, poi la portarono in una macchina senza insegne né lampeggianti, a casa, un villino in stile liberty all’inizio di via Casaglia, fermandosi ad un supermercato per i rifornimenti di base. Davanti alla porta aspettava una assistente sociale avvertita per telefono dalla Questura. In casa la bambina e la madre non sapevano nulla. L’assistente sociale, esperta, si finse una amica di tempi lontani incontrata per caso e si fermò a preparare la cena. Così il gesto disperato aveva innescato una catena di cure che lei non immaginava neanche che esistesse, dato che non ne aveva mai avuto bisogno prima.

Nel corso degli accertamenti di rito, un paio d'ore dopo, l'ispettore era tornato al locale per raccogliere una eventuale denuncia, che era deciso a sconsigliare. Era vicino alla cassa quando una turista russa aveva iniziato a gridare. Il suo occhio addestrato dalle tante nottate passate da agente scelto alla stazione, o di servizio allo stadio, aveva subito notato che, mentre tutti guardavano in direzione delle grida, due uomini si toglievano rapidamente il camice marrone, senza fare attenzione alle urla. Li vide girarsi e avviarsi con un movimento veloce e deciso, come due felini, in direzione opposta. Gli diedero perfino il tempo di prepararsi, perché giunti a tre metri dalla cassa si fermarono per dare una occhiata fuori ai pali e scegliere la via di fuga. Padrone di quel gioco di sguardi, che durò una manciata di secondi, gli fu sufficiente estrarre la pistola e bloccarli non appena saltarono sopra il bancone per sopraffare la cassiera che in quel momento credevano distratta e indifesa. In pochi secondi le mani di tutti i camerieri, e anche di qualche cliente presente, li afferravano da qualche parte. Lo scompiglio era grande. La donna russa, di grande corporatura, sui sessanta, fu portata fuori, all’aria aperta, accomodata su una sedia e soccorsa con un asciugamano bagnato e ghiaccio. Intorno alla lapide che ricorda l’opera di carità di Padre Marella si era assemblata una folla che faceva domande e forniva risposte congetturate lì per lì, confondendo i due episodi della mattinata. Il frate di bruttezza fiabesca che siede di solito a raccogliere le elemosine sotto di essa, cercava di calmare gli animi e diceva di andare a casa. Tutti parlavano di un tentativo di rapina, qualcuno ripeteva che un extracomunitaria si era messa una mortadella fra le cosce, altri che la donna era stata ustionata e poi stuprata, altri che era la madre di una bambina ebrea rapita dai preti. Il signore in grigio, che aveva lasciato l’ufficio per fare la solita spesa alla Coop di piazza Cavour, si era trovato per caso in quell’assembramento di gente eccitata. Dato che non gli capitava mai niente di notevole, si mise a fare domande e a ripetere ad altri le risposte. La versione che veniva ripetuta in quel minuto era che dei rom avevano schizzato liquido urticante alla signora russa e cercato di strapparle la collana, ma poi erano stati tutti arrestati.

Non tutti. Petri, confuso fra il pubblico dentro il locale, si sentiva sicuro, ma il suo aspetto richiamò l’attenzione di un cameriere, che lo guardò con aria interrogativa e disse due parole ad un collega. Petri se ne accorse e uscì in fretta, urtando un terzo cameriere quanto bastava per farlo girare. In strada, tutti erano eccitati ed attenti. Amri, suo nipote, che faceva da palo, gli segnalò con un gesto convenzionale che a destra pareva libero. A sinistra c’era un assembramento attorno ai banchi del pesce. Pochi metri più in là un cameriere gli si mise davanti, con la certezza di avere dietro di sé colleghi pronti ad aiutarlo. Altri uomini lo circondarono e quando lui provò ad aprirsi una via di fuga facendo scattare il meccanismo del coltello a serramanico, e tracciando con la lama un circolo orizzontale, piegato sulle ginocchia, proprio come uno zingaro malvagio rapitore di bambini di qualche fiaba, la folla si ritrasse e si compattò. Petri correva con la sua faccia da mostro, senza sapere da quale parte fosse meglio fuggire. All’altezza della galleria del Leone un cameriere gli tirò addosso una sedia, ne arrivarono altre due da due parti diverse. Petri e l suo coltello scomparvero sotto una coperta di lana lanciata con destrezza da un facchino che stava scaricando un camion. La folla eccitata si mosse avanti come una belva sulla preda e cominciò all’improvviso il pestaggio.

Il signore in grigio, che per caso era finito a tre metri da Petri, si trovò sospinto nella calca che voleva raggiungerlo. Ci saranno state una quarantina, quasi tutti maschi, tutti volti dalla stessa parte, tutti eccitati e aggressivi, e altri si aggiungevano al branco. Improvvisamente si sentì anche lui invaso dalla follia della calca, nuotando in essa a forza di gomiti. Sentirsi sospinto dai corpi degli altri aveva una virtù quasi liberatoria, come se si divenisse cellule di un altro organismo, una belva sovrumana. Mentre più avanti si avvertivano movimenti bruschi, colpi, urla, qualche donna curiosa cercava di incunearsi fra le schiene. Il signore in grigio si trovò spinto contro una di queste, e si dimenò fra i vicini in modo da aderire da dietro al suo corpo. Andò in erezione subito, appena il sedere della donna gli fu davanti, e la donna lo senti, mentre tutti spingevano. Lui insistette strusciandosi. La donna lo lasciò fare, come se non se ne accorgesse. Ma poi spostò il braccio destro dietro, allungando una mano per toccare il cazzo duro. Lui, eccitato, le passò la mano sinistra sotto l' ascella, premette il pollice nel sudore fra i peli, e le prese un seno, poi l'altro con l'altra mano. Poi con la destra scese a stringere la mano che gli accarezzava il cazzo da un po', e cercò il culo, sollevò la gonna e arrivò alle mutande, poi alla pelle e poco dopo raggiunse con un dito al buco piccolo, che senti unto, granuloso, e poco dopo la fica fradicia. Lei che, eccitata a sua volta, rispondeva fremendo e soffiando, piegandosi avanti quando la folla lo permetteva. Sentì l' odore dei capelli poco lavati e poi quello acido, forte e inebriante delle ascelle e iniziò a scostare i vestiti per fotterla da dietro. Ma poi la forza sovrumana della folla che li aveva spinti l'uno contro l'altra, li allontanò come un movimento di marea. Senza capire cosa stesse succedendo, sgomitando a destra e a sinistra, l'uomo si portò al naso la destra graveolente e l’eccitazione gli crebbe ancora. Si sentiva felice in mezzo a grida di smetterla, strattoni di una forza panica diversa dalla curiosità che lo aveva spinto a farsi coinvolgere. Mentre cercava di capire dove era finita la donna, una coppia di agenti di polizia in divisa, accorsi in fretta, intervennero, si fecero strada con la necessaria decisione e portarono via di peso Petri sanguinante. Qualcuno gli aveva dato uno schiaffo, qualcuno lo aveva fatto cadere a terra, qualcuno gli aveva tirato un calcio nella pancia, qualcuno gli aveva rotto tre denti dandogli un calcio in faccia, quando se lo era trovato davanti. Questo quarto qualcuno era l’uomo in grigio. Nel farlo, si era sentito bene. Sentì o pensò di sentire che tutti i presenti lo approvavano. La maggior parte delle donne presenti si erano allontanate e formavano dei capannelli. Gente del genere andava eliminata dalla faccia della terra. Avrebbe dovuto dargliene due, di calci, e romperglieli tutti, i denti. Andò, tremante, all’osteria a farsi un bicchiere di pignoletto. Era così eccitato che si recò in bagno per sfogare nel lavandino il dolore ai testicoli, e poi si avviò verso casa.

A casa, trovò la moglie in bagno, occupata a truccarsi. Lui preferiva non parlarle quando era vestita per uscire, per non ricevere le solite risposte villane e non pensare poi a cosa andasse a fare con chissà chi. Non le sfuggì la sua insolita eccitazione.
- Che ti è successo?
- C’è stata una rapina.
- Una rapina?
- Si, una rapina.
- Una rapina vera?
- A mano armata. Abbiamo arrestato uno dei rapinatori.
- Come “abbiamo”?
- Ho dato una mano a prenderlo.
- Tu?
- Si, io.
- Cosa sono quelle macchie?
- Sangue. Ma non è mio, è suo. L’ ho bloccato.
- Chi?
- Uno zingaro.
- Dove?
- Davanti a Fraticelli.
- Non eri al lavoro?
- No. Ero fuori.
- Racconta.
- Ho visto agitazione, e ho chiesto che succedeva. Per strada tutti dicevano che c’era stata una rapina. Mi sono fermato al solito bar, ho chiesto a Enrico, che mi ha detto che una russa che era stata aggredita. Mentre parlavamo abbiamo sentito gridare.
Ci fu un silenzio. Lei continuava a truccarsi. Lui andò in cucina, aprì il frigorifero, prese del prosciutto e del formaggio e li mise sul tavolo. Dal bagno lei riprese a far domande, a voce alta.
- In frigo ci sono delle seppie con piselli. Mettile al microonde.
È sorpreso dal cambiamento improvviso di programma della moglie che, con tutti i suoi pettegolezzi e le sue trasgressioni, conduce una vita grigia e di una violenza come quella avrebbe voluto essere spettatrice. Lui sente e sa questo desiderio da quando aveva preso forma di sadismo nei suoi confronti.
- Che hai fatto?
- Sono andato verso il rumore, chiedendo a destra e a sinistra.
- Ma chi c'era?
- Donne, gente, il frate, sai quello che di chiede elemosine nell'angolo.
- Si, lo conosco…
- Te sei capace di farti scopare anche da quello.
- Chi ti ha detto che non me lo sono fatto?
L'uomo ripensa a qualche dubbio che gli era venuto quando lei non era ancora sua moglie e si dava da fare con la parrocchia, alla "preparazione al matrimonio" che avevano fatto proprio con quello, e a certe sue espressioni che gli erano sembrate un po’ sopra le righe per un frate, che certi dettagli anatomici dovrebbe ignorarli. Decide di prendere l’aria di conoscere importanti misteri, un po' come quando fa il furbo in ufficio. Ha vivi e presenti i ricordi del disprezzo di quella che ora pare ansiosa di interrogarlo.
- Come lo avete preso?
- A un certo punto è uscito e l’ho visto correre, veniva dalla mia parte... mi sono impostato sui piedi e quando è arrivato gli ho dato un pugno. Dopo.
Appare sulla porta del bagno e le fa segno di uscire. Lei è in sottoveste nera che pare la Magnani. Si chiude a chiave. Non si siede sul cesso ma sul bidè, mentre prova il piacere di svuotarsi e quello di fiutare i residui delle proprie profondità. Alzatosi, si gira per vedere quello che ha fatto. Si guarda allo specchio e esce. Anche la serata di quel giorno così lungo stava prendendo una piega insolita. Siede davanti alla moglie che subito alza una gamba e mette un piede sul bordo della sua sedia. Il ginocchio esce nelle calze a rete, lui vede le mutande e il resto ma fa finta di niente, anzi le sposta il ginocchio e continua a mangiare.
- Lo zingaro ha tirato fuori il coltello, e lo faceva ruotare così:
Fa in aria un cerchio davanti alla moglie con una forchetta presa dal tavolo apparecchiato e finì contro il ginocchio, che la moglie scosta istintivamente, allargando le gambe. Lampeggia la pelle chiara oltre l’orlo della calza. Lei gli guarda le scarpe e gli da un calcetto, con una faccia strana, un sorriso imbarazzato e servile.
- Ti ha ferito?
- Ha cercato di colpirmi, mi sono scansato.
Fa il gesto di colpire il ginocchio, lei lo ritrae ancora, e lui ride, di una risata ambigua. Lei si alza per prendere una bottiglia di vino, gli toglie dalle mani la forchetta, la rimette vicino al piatto e rimette il ginocchio dove era prima, allargando le gambe. Di nuovo si vedono le mutande. Lui sposta il ginocchio della moglie come per non vederle.
- E poi?
- Poi un cameriere lo ha preso alle spalle. Lui si è distratto, e io gli ho fatto uno sgambetto, facendolo cadere. Cercava di rialzarsi. Allora gli ho dato un calcio, l’ho fatto cadere di nuovo. Gli hanno tirato una coperta e poi lo hanno preso a calci e a sediate, di tutto. Era circondato, non aveva scampo. Lo abbiamo tenuto fermo con altri fino all'arrivo della polizia. C’era sangue dappertutto. Forse ha ferito qualcuno, non me.
- E quando è arrivata la polizia?
- Gli hanno messo le manette. Hanno chiesto i documenti a tutti e nei prossimi giorni verremo convocati a testimoniare.
Lei si è sfilata la scarpa. Si è eccitata e ora, chiaramente, vuole eccitarlo. Prende a toccarsi il seno, dondolandosi sulla sedia. Gli spinge il piede contro. Lui ne sente l'odore confuso con quello delle seppie. "Stupida cagna" pensa, respingendo il piede con una mano.
- Ma non devi uscire?
Lei si sbottona la camicetta. Lui si alza in piedi, le prende il polso e glielo torce dietro la schiena. Lei lo guarda interrogativa, e cerca di divincolarsi.
- Ah ecco, fisse tenendola per i polsi e facendola piegare in avanti. Che altro vuoi sapere?
Le solleva la gonna e le affonda una mano nel culo, trovando subito la via sotto le mutande per quello che aveva descritto così bene prima. Le spinge il dito nel buco.
- Dai lasciami…
- Zoccola che sei!
Lei muove la spalla abbastanza forte da colpirlo alla mascella. Lui la prende per i due polsi. Lottano un poco, poi infila una mano davanti e le afferra il monte di Venere sopra le mutande. Lei storce la faccia e gli scosta la mano. Lui la prende per i capelli con la sinistra e con l'altra mano le tira uno schiaffo. Poi un altro, al quale lei reagisce con una specie di rantolo. Lui rimane qualche secondo a guardare il nero del rimmel e il rosso delle labbra, poi ci passa sopra, lentamente, la sua grossa mano.
- Mi hai rovinato il trucco…
Segue subito un manrovescio sulla bocca, duro da farle male. Scorre dal labbro un filo di sangue.
- No, perché...?
- Perché sei una troia!
Le mette una mano nella camicetta e strappa tutti i bottoni e il reggipetto d'un colpo, buttandola sul pavimento della cucina con uno strattone. Poi torna a sedersi a tavola, posa quello che resta del reggipetto strappato vicino alla salvietta e riprende a mangiare. Strisciando in ginocchio sui gomiti, con le mammelle ciondolanti, asciugandosi il sangue con la camicetta, lei gli si riavvicina. Lui butta il suo piatto nella scodella dove mangia il cane, che scodinzola intorno abbaiando e inizia a mangiare, tutto contento, le seppie.
- Ti stai bagnando, zoccola? Ti tira la fica? Vuoi andare in cerca di cazzo? Vai, vai! Vai sui viali!
Lei gli abbraccia una gamba cercandogli il cazzo sotto i pantaloni. Allora la afferra per la gonna, la solleva da terra e la fa sbattere contro la credenza, poi contro il frigorifero. Con un altro strappo le sfila la gonna, gettandola in un angolo, ormai con le sole mutande e le calze strappate. Le è rimasta una striscia rossa sotto un'ascella. Poi, freddamente, le toglie le scarpe a calci, si sfila la cintura dei pantaloni, e inizia a frustarla, come sognava di fare da molto tempo.
- Dai, basta… mi hai fatto male...
- Basta? Cosa basta? Troia schifosa! Vai a farti inculare sui viali!
Ad ogni colpo lei fa un verso, e quando lui si ferma a riprendere fiato e a guardare i segni rossastri e i graffi, gli si avvicina, si aggrappa con le unghie e cerca di aprirgli i pantaloni. Il cazzo ora gli si è fatto duro come, anche prima, succedeva di rado. La prende di nuovo per i capelli, le mette la faccia nella scodella del cane e gliela schiaccia dentro col piede. Mentre la tiene così le spinge di nuovo un dito nel culo, ripensando alla donna che, tre ore prima, la folla che gli aveva sottratto. Lei fa un urlo. Le arriva un altro ceffone, ma è solo uno schiaffo che fa arrossare pelle e indurire il cazzo a chi lo fa.
- Cagna! Puttana! Nel culo...
Le lega le mani dietro la schiena con il guinzaglio del cane. Riprende lentamente gli schiaffi, tenendola per i capelli. Lei lo guarda fisso, geme ad ogni nuovo colpo. La bottiglia cade a terra e si rompe. In ginocchio a terra in mezzo alle seppie, al vino versato e ai piselli in umido, lei ha paura di tagliarsi con i vetri in giro, e gli si aggrappa ancora. Si taglia. Vedendo il suo sangue, si mette a piagnucolare, gli si aggrappa. Lui la prende per i capelli, la porta a strattoni fino al bagno e le mette la faccia sopra il bidè, dove ci sono i due suoi stronzi.
- Nooo, nooo,
grida la donna, prima che lui le spinga la faccia nella sua merda come aveva fatto prima con la scodella del cane. Ma anche in quel “nooo” c’è un tono quasi di resa al gioco, come se ora lei fosse pronta a passare qualsiasi limite. La lascia lì. Dopo un quarto d'ora lei torna in cucina completamente nuda, piena di graffi, con un cerotto sul ginocchio, i capelli bagnati. Cammina lentamente su due zeppe alte, rotea che chiappe, si espone, gli passa davanti. Prende la scopa, raccoglie i cocci dal pavimento. Passa anche il mocio. Poi, buttato un asciugamano a terra, gli si accoccola davanti e comincia un lungo pompino.
- Sono una cagna, sono una troia...
Quando sente che il cazzo è duro abbastanza e lui soggiogato, si butta sul divano, con le mani dietro, aprendosi il culo unto di qualcosa che aveva un suo profumo che si mischia col l'altro. Era così e non altrimenti.
- Dai, mettimelo nel culo...
Lui si avvicina, lei trova l'uccello con le mani, senza girarsi. Non si è lavata. Puzza e da vicino puzza forte, ma non di una puzza qualsiasi. È la sua puzza, il loro paleolitico.
- Dai, mettimelo nel culo... rompimelo... rompimi il culo...
Lo guida al buco e lui finalmente spinge, entrando facilmente ma esercitando una sua brutalità nello sbatterla senza riguardi con i suoi violenti conati di spinta. Lei rantola.
- Oddio, ah… oddio... il tuo cazzo... nel culo... il tuo cazzo nel culo, il tuo cazzoooh…oooh oneee… dai... ah...
Si torce, gli morde un orecchio, rantola, lo eccita all’inverosimile. La prima volta dopo tre anni, inebriato, la penetra a lungo, cerca modi diversi di colpirla, mortificarla, graffiarla da dietro, sempre tenendola piegata all’indietro con i capelli in pugno e il cazzo nel culo. Quando le infila nel culo anche un dito, è lei a fare un urlo mai sentito prima. Vengono insieme e lui le si affloscia sopra pesante, esausto.

Da allora il loro rapporto entrò in una dimensione che forse racconteremo un'altra volta.

Un giorno, all'ora della chiusura, la commessa riconobbe la donna che aveva soccorso, seduta ad un tavolino di un lurido bar vicino al negozio di souvenir, vestita esattamente nello stesso modo elegante di quella giornata movimentata, che la guardava sorridendo e come chiamarla ostentando con delicata fierezza la sua seconda misura.

Petri, col fegato spaccato, morì nove giorni dopo all’ospedale di S.Orsola.
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