Prime Esperienze
Guardare ma non toccare
AlpenBlick
07.01.2026 |
3.122 |
8
"Ero ipnotizzato e la osservavo in silenzio, iniziando a malcelare una certa eccitazione..."
A volte le cose capitano senza un perché, senza averle cercate, quando meno te lo aspetti, per il semplice fatto che deve andare così.Marzia è una collega sulla quarantina, capelli lunghi mori e sguardo gentile. Ci conosciamo da anni tra cene aziendali e chiacchiere del più e del meno nella pausa caffè. Marzia ha sempre avuto su di me un certo impatto: saranno il seno educatamente contenuto in vestiti che, più che valorizzarlo, lo velano, le gambe slanciate che a volte facevano capolino dalla gonna, un piglio spontaneo e cortese, il suo sorridere educato o le sue inaspettate e apparentemente casuali uscite con doppi sensi che non ti aspetteresti mai da una persona così composta. Niente di strano o particolare, ma proprio questo "non essere" l’ha sempre resa ai miei occhi intrigante e curiosa. Ho sempre avuto la sensazione che ci fosse molto di più da scoprire. E non mi sbagliavo.
In una delle nostre chiacchierate siamo finiti a parlare di mare, spiaggia e costumi. La prova costume, uno degli argomenti più gettonati tra colleghe alla macchinetta, è diventato anche il nostro tema del giorno. Tra un suo "non entro più nel costume dell'anno scorso" e un "a febbraio ricomincio palestra", approfittavo del pretesto per osservare le sue forme, cercando di immaginare cosa nascondesse al di sotto di quel maglioncino colorato. Rientrati alle nostre postazioni, con l'idea di fare una battuta volutamente impertinente, le scrissi un messaggio: "Comunque in costume secondo me stai bene anche adesso, non devi aspettare l'estate", convinto che mi avrebbe risposto con il suo solito "non fare lo scemo". Ma questa volta la risposta fu di tutt'altro tenore: "Avresti voglia di scoprirlo?".
Questo rilancio non l’avevo previsto così, spiazzato, non scrissi più nulla fino al pomeriggio quando, dopo aver passato tutto il tempo a immaginarla, le risposi con un "certo".
Quel che mi scrisse dopo fu ancora più criptico: "Ho una proposta per te". Allora risposi invitandola a essere più chiara, ma non ricevetti risposta. Sono rimasto con la curiosità e una sorta di eccitazione fino a quando, la sera stessa, un messaggio sul telefono mi fece trasalire. Era Paolo, suo marito, che mi chiedeva se avessi davvero voglia di vedere sua moglie in costume. Avevo paura fosse il preludio di una sfuriata di gelosia, mi chiedevo come avesse fatto a sapere dello scambio di messaggi tra di noi o perché lei gli avesse raccontato questa cosa che, a tutti gli effetti, era quasi innocente. Ma per l'ennesima volta rimasi sorpreso.
Paolo mi scrisse dicendomi che, se avessi voluto, potevo vedere Marzia, ma che avrei dovuto sottostare a delle regole ben chiare che mi avrebbe spiegato lei. La situazione si faceva tanto strana quanto intrigante, così alla fine trovai il coraggio di rispondere con un semplice "ok".
Il ritrovo era per le 21:00 al parcheggio nel bosco, dopo il bar al Pian del Gacc. Le sue istruzioni erano chiare: io dovevo aspettare in macchina seduto sul sedile posteriore. "Paolo mi accompagnerà da te, parcheggeremo vicini, tu aspettami seduto in macchina. Ti do solo due regole: per nessun motivo devi provare a toccarmi, altrimenti me ne vado, e non devi fermarmi qualsiasi cosa io faccia". Così mi aveva scritto.
All'ora prestabilita io ero al parcheggio, eccitato e intimorito. Non sapevo cosa aspettarmi: e se fosse stato solo uno scherzo? Puntualissimi arrivarono anche loro. Ho visto Marzia scendere dalla macchina e avvicinarsi alla mia, per poi entrare e sedersi con me. La luce fioca di un lampione illuminava l'abitacolo e lei, con il suo solito vestire sobrio, mi rivolse un sorriso malizioso per me nuovo. "Ricordati le regole: non mi devi toccare e non mi devi fermare, o me ne vado", ribadì. Mentre mi diceva queste cose, Paolo si stava spostando con l'auto in un parcheggio defilato poco più in là, spegnendo fari e motore e rimanendo a bordo.
Senza aspettare la mia risposta, Marzia iniziò a togliersi prima il giaccone, poi il maglioncino, rimanendo con una semplice camicia bianca. Io restavo in silenzio e lei, con una disinvoltura che non le avrei mai attribuito, iniziò a slacciare uno alla volta i bottoni. Prima uno, poi l'altro, e io per la prima volta iniziavo a intravedere quello che avevo solo immaginato in questi anni. Due seni sodi, tondi, vicini tanto da formare una bellissima valle, erano stretti in un reggiseno nero di pizzo, e due capezzoli pronunciati si definivano turgidi in quella stoffa leggera. Marzia era tranquilla e, tolta la camicetta, iniziò ad accarezzarsi dolcemente, avvicinandosi a me quasi per mettere alla prova il nostro patto. Ero ipnotizzato e la osservavo in silenzio, iniziando a malcelare una certa eccitazione. Ma resistere valeva la pena pur di non interrompere quello spettacolo.
Dopo aver disegnato più e più volte le sue curve lentamente con le dita, si mise le mani dietro la schiena e, con un rapido movimento, slacciò il reggiseno liberando il petto che, come in un sussulto di sollievo per quella libertà conquistata, sussultò davanti ai miei occhi. Tondo e sodo, non troppo grande, il seno di Marzia aveva un'areola scura e ampia che rispondeva all'eccitazione con un inturgidimento tale da far perdere la testa. Quelle areole culminavano in due capezzoli altrettanto emozionati.
"Adesso comportati bene, non rovinare tutto", mi disse, e io riuscii solo a risponderle balbettando: "Fai quello che vuoi". Marzia iniziò dapprima a massaggiarsi e stringersi il seno come a volermelo premere contro; sorrideva e respirava con un leggero affanno, quindi si spostò sempre più verso di me dicendo: "Fermo". Oramai era praticamente salita a cavalcioni su di me e il suo seno si trovava a pochi centimetri dal mio volto; ne potevo sentire il calore e il profumo, e ormai anche la mia eccitazione non poteva essere più nascosta. Marzia sicuramente, nella sua posizione, la poteva sentire reclamare libertà dai pantaloni sotto le sue gambe, ma non se ne curava. Io non sapevo dove mettere le mani per evitare di cadere nella provocazione, così le nascosi dietro la schiena.
Come se fosse stato il segnale che aspettava, subito iniziò ad appoggiare, prima delicatamente poi in maniera più concreta, il suo seno sul mio volto: ne sentivo la fragranza e mi pareva di percepirne persino il sapore in bocca da quanto ero eccitato. Non so dire per quanto questa dolcissima tortura sia andata avanti, ma che sia stato un secondo soltanto o un'ora, quel seno che mi avvolgeva il volto con movimenti morbidi e sensuali e quel suo ansimare, ora sempre più evidente, mi hanno tenuto in uno stato di eccitazione dove il tempo sembrava fermo e immobile. Solo quei capezzoli turgidi e quei cuscini caldi davano il ritmo al momento.
Tenere le mani al proprio posto non era così difficile, anche se la voglia di afferrare quei seni e renderli miei era alle stelle. Il difficile era non aprire la bocca e provare a baciarli, succhiarli, leccarli, soprattutto quando i suoi capezzoli passavano sulle mie labbra. Non mi è mai capitato di arrivare così vicino ad esplodere senza avere stimolazioni dirette, ma davvero mancava poco perché io venissi travolto da quel momento di calda magia.
Come se Marzia avesse capito, tornò a sedersi al mio fianco e, allungando una mano, iniziò ad accarezzarmi i pantaloni. Senza chiedere il permesso e senza curarsi di nulla, mi slacciò la zip liberando quel povero prigioniero rinchiuso senza colpe. Mentre con una mano continuava ad accarezzarsi il seno, con l'altra iniziò a masturbarmi con movimenti alternati, lenti e veloci.
Non ci volle molto perché la carica di energia che avevo accumulato fosse pronta ad esplodere: non feci in tempo a dire nulla che Marzia mi aveva già fatto voltare porgendomi i due seni come bersaglio e, a quella visione, finii per venire su di loro con un sospiro quasi di sollievo.
Scoppiammo a ridere tutti e due. Marzia iniziò a ripulirsi con un fazzolettino e io mi ricomposi. Poi si rivestì e, come se mi avesse letto nella mente, mi disse: "No, nemmeno adesso puoi toccare". Sicuramente il mio viso mostrò una certa delusione, allora lei aggiunse: "Quante volte ti hanno detto 'guardare ma non toccare' da piccolo? Scommetto che questa frase adesso avrà tutt'altro valore per te".
Marzia, dopo essersi rivestita, mi salutò dicendomi che ora tornava da Paolo e che sarebbero andati a casa. "Domani al lavoro non guardarmi strano, promesso?", disse, e io risposi: "Sarà più difficile che tenere le mani ferme". Lei scoppiò a ridere e scese dalla macchina. Io rimasi lì, immobile, fino a quando non vidi più i fari della loro auto allontanarsi, quindi, con il profumo di quel seno ancora sul volto, tornai a casa. Cosa le avrei detto domani? Arrivato a casa con questo pensiero nella testa, mi addormentai ancora eccitato, con il profumo di quel seno stupendo ancora addosso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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