Prime Esperienze
Sentire tutto
AlpenBlick
12.01.2026 |
2.446 |
6
"Ora ero sdraiata, nuda, con le gambe aperte che tremavano e lui aveva la testa affondata tra di esse..."
Questo racconto inizia svelando quel che non si è detto in "Guardare ma non toccare" e racconta cosa è successo dopo. Questa volta è Marzia a parlare.Più e più volte mio marito Paolo aveva espresso la propria voglia di vedermi tra le braccia di un altro, ma io mi ero sempre rifiutata. Non volevo sentirmi un oggetto ceduto o un trofeo da esibire. La cosa mi faceva rabbrividire: mi sentivo una prostituta al pensiero di andare a letto con un altro uomo solo perché mi veniva chiesto, anche se a permettermelo era Paolo.
Ecco, proprio quella parola "permettere" mi indisponeva. "Se mai capiterà, sarà perché lo voglio io, non ho bisogno di avere l'autorizzazione per fare nulla", rispondevo a Paolo ogni qualvolta lui tornava sull'argomento, mettendo così fine a ogni discussione.
Ogni tanto ci pensavo, a dire il vero. E quando lo facevo, un fremito mi partiva dalla nuca e mi scendeva lungo il petto fino allo stomaco, mi correva sulla pelle giù fino a bagnare la mia fantasia. Ero sempre stata una donna tranquilla, non sicuramente una santa, ma comunque entro quei confini che il senso comune definiva come invalicabili. Ma da quando Paolo mi aveva confidato il suo desiderio, si era accesa una piccola fiamma e quei confini non sembravano più così rilevanti nemmeno a me. Questo a Paolo non lo avrei mai detto; su questo ero risoluta. "Quando sarò pronta, sarò io a decidere", mi ripetevo.
Quando dissi a Paolo: "Sono disposta a concederti di realizzare la tua fantasia", lui stentò a crederci. Ovviamente avevo usato la parola "concederti" volutamente, ma lui, distratto com'era da quella notizia, non ci badò nemmeno ma avrei avuto sicuramente occasione per ribadirgli il concetto.
Avevo deciso quella stessa mattina, dopo che Matteo mi aveva detto: "Comunque in costume secondo me stai bene anche adesso, non devi aspettare l'estate". Quella frase, il modo in cui l'aveva pronunciata, lo sguardo... in me era scattato qualcosa. Mi ero immaginata in piedi, con il mio costume preferito a fiori blu e rossi che mi faceva un bel seno e un sedere forse più sodo di quel che era nella realtà, davanti a Matteo che mi ammirava. Essere guardata, apprezzata e ammirata: questa fu la scintilla. L'eccitazione che si generò nel rispondere "Avresti voglia di scoprirlo?" mi rimase addosso tutto il giorno e, mentre lavoravo, più volte strinsi le cosce strofinandole tra di loro, cercando un'intima pressione che non faceva altro che confermare la bontà della mia decisione.
Lui era un uomo piacevole, allegro, sagace e pungente. Mi divertivo molto a parlare con lui, ridevo delle sue battute, lo rimproveravo quando faceva delle affermazioni sconvenienti o se ne usciva con allusioni piccanti. Non era mai volgare, ma di certo non si censurava troppo e questo, sotto sotto, mi piaceva. Lui era l'uomo giusto. Così, arrivata a casa, avevo definito le regole dell'incontro con mio marito. Paolo scrisse a Matteo (che era suo amico) organizzando tutto per la sera successiva.
Spogliarmi, accarezzarmi, esibirmi, strusciarmi su Matteo, vederlo rapito e sentire il suo respiro sul mio seno mi avevano fatto perdere ogni inibizione. L'eccitazione di Matteo mi aveva fatta andare oltre quello che la mia fantasia aveva previsto. Alla fine il seme caldo sul seno lo desideravo, lo speravo e me lo ero preso. Era stato un esperimento, un mettermi in gioco, mai avrei pensato di scoprire una nuova libertà dentro di me.
Erano trascorse diverse settimane da quell'incontro. Dopo i primi giorni di imbarazzo in ufficio, io e Matteo eravamo tranquilli e tutto procedeva come se nulla fosse accaduto. Non avevamo mai avuto il coraggio di tornare sull'argomento, scambiandoci solo alcuni sorrisi d'intesa di tanto in tanto. L'incontro rimaneva chiuso in una parentesi temporale a sé, ma mi illudevo che per entrambi, in realtà, era un chiodo fisso.
Continuavo a chiedermi se Matteo pensasse ancora al mio seno turgido e profumato, al mio capezzolo che gli sfiorava le labbra, ma che non aveva potuto baciare. Quanto avrebbe voluto avere un'occasione per farlo. Io sentivo gli effetti di quella dolce droga che era l'eccitazione: il brivido dei bottoni che si aprivano uno a uno, il freddo dell'auto in contrasto con la lava che avevo nelle vene, il calore del respiro di Matteo sul mio capezzolo, quegli occhi che mi imploravano di concedergli la libertà di assaggiarmi. Erano settimane di tortura per entrambi.
Paolo aveva insistito tanto per quel fine settimana al Passo Occlini; diceva che avevamo bisogno di staccare la spina e che il parcheggio sotto il Corno Bianco, in quel periodo, regalava tramonti indimenticabili. Posizionammo il camper nel parcheggio semideserto, defilato dagli altri mezzi presenti per garantirci un po' di privacy. Il sole già tramontava e colorava la montagna di un caldo rosso tendente al viola; guardavo la cima, ammaliata da quello spettacolo. Paolo, sistemato il camper, prese coraggio e disse: "Ho una sorpresa per te, ma ti devi fidare".
Lo conoscevo bene e capii all'istante che tramava qualcosa. Mi spiegò che, dopo avermi vista così emozionata dall'incontro avuto con Matteo la prima volta, mi aveva organizzato un altro momento molto intenso, ma diverso.
Mentre parlava, però, notai qualcosa di insolito nel suo tono. Paolo non era mai stato un bravo pianificatore, eppure ora snocciolava dettagli e condizioni quasi che stesse ripetendo a memoria una lezione ben imparata, o che seguisse un copione scritto da una mano più audace della sua.
"Questa volta, se te la senti, sarai tu a beneficiare delle attenzioni di qualcuno. Le regole da rispettare questa volta però le avrai tu". Fu anche molto chiaro nello specificare che non ero obbligata, che era solo una possibilità e che potevo dire di no ma l'espressione "Le regole da rispettare questa volta le avrai tu" suonavano un po' di rivincita,e un sottile dubbio mi metteva in allerta: che non fosse tutta farina del suo sacco?
Ascoltavo, inizialmente arrabbiata per il tranello, ma quel modo così insolito di esporsi mi incuriosiva. Chi poteva avergli suggerito un’idea così estrema? Chi aveva stabilito che io dovessi restare bendata, all’oscuro di tutto? Più lo ascoltavo nominare e ricordare Matteo e quanto mi era piaciuto, più mi cresceva la curiosità di lasciarmi andare. Anzi, più che curiosità ne sentivo proprio il bisogno. Avevo voglia di rivivere quelle emozioni, quelle vibrazioni, di nuovo. Ovviamente non dissi subito di sì; un po' mi divertiva vedere Paolo incartarsi con le parole cercando di convincermi, e solo quando lui capitolò in un mesto "Mi sa che ho fatto una cazzata a organizzare questa cosa", lo stupii con un: "Sai che ti dico? Ci sto. Ma voglio che mi garantisci che chi salirà sul camper sia solo uno e che non corro rischi". "Fidati, non ti metterei mai in situazioni pericolose."
Ero seduta sul letto, composta, con la benda sugli occhi, in silenzio. Indossavo il mio pigiama in cotone rosa, quello con il colletto da uomo e i bottoni viola. Non avevo messo il reggiseno; mi piaceva il contatto di quel tessuto sulla pelle. Nel camper la temperatura era piacevole; fuori sentivo gli ultimi fringuelli chiamarsi a rapporto per ritirarsi nel bosco sottostante per la notte. Non sapevo quanto avrei dovuto aspettare, ma quel cinguettio in sottofondo mi aiutava. Nel silenzio ogni rumore era amplificato. Il frigorifero sembrava un rombo, persino il mio pigiama che si muoveva ad ogni mio respiro sembrava avere un suono.
Paolo era uscito da qualche minuto ma, in quel buio forzato, anche il tempo sembrava aver perso il suo scorrere naturale. "Cosa mi sarà venuto in mente di accettare", mi dicevo. Ma se la razionalità mi suggeriva di togliermi la benda e chiudere quel gioco ancor prima di cominciare, l'eccitazione che piano mi stava montando mi faceva aspettare. Ecco allora lo stesso fremito della prima volta nella pancia, la stessa goccia che correva sulla pelle giù fino a bagnare la mia fantasia. Ero sempre più nervosa ed eccitata, ma nulla accadeva. Ero sempre sola ma il mio corpo non era mai stato così vivo. Senza la vista, la pelle era diventata ipersensibile: sentivo il fresco dell’aria che entrava dalle bocchette del camper accarezzarmi le guance, ogni respiro faceva strusciare i capezzoli contro il cotone del pigiama, un attrito leggero che però mi rimandava scosse elettriche fino alla base della schiena.
Il "clack" della porta mi fece trasalire; un brivido, ora di paura, mi corse lungo la schiena. Sentii chiaramente il freddo entrare dalla porta, avevo la pelle d'oca. "Ci siamo", mi dissi. Qualcuno con passo leggero si era avvicinato all'ingresso della zona notte e si era fermato. Potevo sentirne il respiro, leggero. "Ciao", dissi con la voce rotta da una nervosa emozione, ma l'unica risposta che ricevetti fu un leggero e rassicurante "Ssssh".
Adesso questa figura si era avvicinata e mi stava davanti; ne sentivo la presenza. Feci per ritirarmi, quando una mano mi sfiorò con una delicata carezza sul volto, scostando i capelli dall'orecchio. "OK, è un uomo", mi dissi. Quella mano era calda, grande e leggermente ruvida. Un leggero profumo agrumato mi solleticò il naso. Dopo il primo momento, assecondando la carezza, piegai leggermente il capo su un lato, permettendo a quella mano di sfiorarmi il lobo dell'orecchio e il collo. Era un tocco delicato che mi calmava e mi eccitava contemporaneamente. Non era una mano estranea; la sensazione era che fosse conosciuta. Nonostante fossi in balia della situazione e di quest'uomo, quella carezza paradossalmente mi rassicurò. Sentii di potermi fidare.
Poi la mano scese lungo la mia spalla e il braccio fino alla punta delle dita e, con una leggera pressione dal basso verso il palmo, mi invitò ad alzarmi. Compresi e mi misi in piedi, ferma con le braccia lungo il corpo, senza sapere cosa avrei dovuto fare o subire. Seduta mi sentivo più protetta ma in piedi, al buio, mi sentivo persa. A quella prima mano si aggiunse la seconda e tutte e due iniziarono a sfiorarmi il volto, le spalle, le braccia con movimenti sicuri. Erano mani tranquille che sapevano come muoversi; seguivano e disegnavano ogni forma del mio corpo senza mai concentrarsi troppo su un solo punto. Quando iniziarono a contornarmi il seno, sentii un brivido dentro. Iniziavo a sentirmi bagnata, calda, e il mio respiro si faceva evidente. Ero ancora vestita, ma quei movimenti mi accendevano tutti i recettori più sensibili, come se stesse toccando la mia pelle nuda.
Nella mia mente era un turbinio di colori. Vedevo il rosso dell'eccitazione, l'arancione di quel corpo caldo che ora mi abbracciava, il blu del timore per quel che sarebbe successo, il verde brillante del desiderio che sboccia e che non vuole fermarsi.
Quando le sue mani iniziarono a sbottonare la camicia, il tempo si fermò sul rumore di ogni asola che cedeva. Sentivo il dorso delle sue dita, ruvido e caldo, sfiorarmi lo sterno a ogni movimento. Quando il tessuto scivolò giù dalle spalle, il contatto dell'aria fredda mi fece sussultare, ma fu un istante: le sue mani tornarono subito su di me, non più leggere, ma piene, possessive. Mi afferrò i seni con decisione, quasi a voler sentire tutto il mio peso e il calore che emanavo. Il contrasto tra la forza di quella stretta e la morbidezza della mia pelle mi tolse il fiato.
Alla fine la camicia senza più sostegni cadde a terra lasciandomi nuda davanti a lui. I miei capezzoli non fecero in tempo a inturgidirsi che una sensazione calda, umida e piena li avvolse. Sentii delle labbra morbide e il fiato caldo sulla pelle, una lingua che iniziava a disegnare le mie rotondità e a stuzzicare i capezzoli. La mia eccitazione era grande e, anziché sottrarmi, esposi il petto a quella cascata di baci inarcando leggermente la schiena offrendomi come in un sacrificio.
"Chi sei" chiesi, ma lui anziché rispondere mi strinse ancora di più i seni come a sottolineare che il mio ruolo fosse quello di sentire e non sapere. "Chi è? Quanto ci sa fare?". Nel mare dell'eccitazione mi venivano comunque a galla ogni tanto altre domande, ma poi il turbinio del momento scombinava tutti i miei pensieri e lui mai avrebbe risposto.
Ora ero sdraiata, nuda, con le gambe aperte che tremavano e lui aveva la testa affondata tra di esse. Me le teneva ferme mentre con la lingua esplorava le mie labbra pronunciate, le succhiava, salendo fino al punto più elettrico senza però mai soffermarsi. Passaggi furtivi e rapidi per poi tornare giù in quella che oramai era diventata una cascata in piena. Tremavo e fremevo; avrei voluto togliermi la benda, guardare in faccia il mio "boia", baciarlo e prendermi quello di cui adesso, più di ogni altra cosa, avevo bisogno. Ma l'anonima figura proseguiva nel tenermi sulla corda, senza mai dare pace a quella inebriante agonia.
Non ce la facevo più, non respiravo, costretta in quella tensione muscolare che mi faceva singhiozzare e a volte urlare. Lo volevo, avevo assoluto bisogno di essere presa profondamente, forte, di sentirmi riempita. Volevo piangere e urlare, ridere e godere. Mai ero rimasta così tanto sul filo del rasoio. Il cappio dell'orgasmo si stringeva sempre più sul mio stomaco. Volevo esplodere. Lo volevo. Ma lui proseguiva imperterrito nel suo obiettivo: portarmi oltre il limite.
Un sapore dolce e salato, caldo, mi invase la bocca. Il suo membro mi premeva sulle labbra e io spalancai il mio nido caldo. Subito lo sentii fino in gola. Allora mi ritirai e lo presi in mano iniziando a leccarlo e succhiarlo, profondamente. La mia lingua cercava di avvolgere quel glande pulsante; ero vorace. Avevo perso il controllo ed ora a comandare erano soltanto il mio istinto e la pelle. Non mi chiedevo più chi fosse: l'odore degli ormoni mi annebbiava, le gocce di sudore sussultavano e mi scendevano dal seno come una sorgente scende da un crinale. Tremavo, ma continuavo a succhiare. Desideravo sentirmi piena; non c'erano più arcobaleni di colori nella mia mente, solo un rosso carminio pieno, vivido e infuocato. Nella mia bocca dolorante per tanto ardore sentivo quel membro pulsare, duro come un ramo secolare, e percepivo la forza repressa di un'inevitabile esplosione.
Quando mi allargò le gambe, sentii la sua determinazione fisica, un peso muscolare che mi schiacciava e mi apriva allo stesso tempo. Mi sentii piena, sopraffatta, dolcemente lacerata nel piacere. Fu un lampo, una fiammata; non avrei mai immaginato di poter arrivare ancora più in alto. Non c’era spazio per i pensieri, solo per il rumore dei nostri corpi che sbattevano l’uno contro l’altro, un suono umido e sordo che scandiva un ritmo selvaggio. Non era più eccitazione o desiderio: capii in quel momento il vero senso della parola "agonia". Lo sentivo muoversi sempre più profondamente dentro di me; il suo respiro era un vento e il mio urlare muto era la musica delle fronde del bosco. Mi sentivo dolcemente lacerata, colmata da una durezza che non lasciava tregua. Gli affondai le unghie nella schiena, cercando di ancorarmi a quel titano che mi stava portando via la ragione. Sentivo l’odore del suo sudore, il sapore salato sulla sua spalla che morsi per non urlare troppo forte. Oramai eravamo un fuoco unico, indomabile. Tutto bruciava intorno a noi. Ad ogni affondo potente gemevo, urlavo; lui soffiava e irrigidiva i muscoli. Io non lo sentivo soltanto, lo vivevo come se fosse parte di me. Lui con una mano mi teneva una gamba mentre con l'altra mi stringeva il seno. Oramai il dado era tratto, non c'era più ritmo in nessuno dei due. Come un cuore in defibrillazione ero tutta uno spasmo e lui affondava i propri colpi con sofferenza. Ogni suo affondo era una scossa che mi partiva dalle viscere e mi esplodeva nel cervello. Ero un bersaglio centrato ripetutamente, una diga che stava per cedere sotto colpi troppo potenti per essere arginati.
Poi la diga cedette. Un caldo intenso mi esplose dentro. Pulsante, grande, invadente. Un urlo rotto, e anche io esondai.
Lui cadde come un titano abbattuto su di me. Entrambi avevamo ancora dei fremiti. Uno sopra l'altra, pelle a pelle, sudati, eravamo guancia a guancia. Lo sentivo respirare e sentivo quel cuore grande battere ancora all'impazzata. Ero elettrica, sopraffatta e al tempo stesso sfinita, molle, felice. Lui si sfilò lasciando fluire l'ultimo lascito di piacere e rimase lì, per qualche minuto, sdraiato con me in silenzio. Avrei voluto togliermi la benda, vederlo, ringraziarlo guardandolo negli occhi, ma non ce la facevo. Non avevo più forze. Sussurrai qualcosa che sembrava un "grazie", ma ricevetti di nuovo un "Ssssh" come risposta.
Eravamo in silenzio, fermi e immobili per un tempo che non riuscii a misurare. I nostri respiri, prima sincronizzati, ora erano sottili, calmi. Lui, che prima era un estraneo, ora lo sentivo stranamente amico. Si alzò e mi coprì con una coperta rimboccandomela come a una bambina. Avrei voluto fermarlo, trattenerlo, dirgli "Chi sei!", ma lui mi baciò prima che potessi parlare. Un bacio dolce, armonioso, profondo, che portava ancora il sapore dei nostri umori mischiati sulle sue labbra.
Lo sentii rivestirsi nel buio, un fruscio di stoffa che sembrava amplificato dal silenzio della montagna. Ogni suo passo verso la porta era un rintocco nel mio cuore. Poi, il "clack" metallico della serratura: il freddo della notte entrò per un istante, prima che il silenzio tornasse a farsi assoluto. Ero di nuovo sola.
Con le dita tremanti sciolsi il nodo della benda. Quando il tessuto scivolò via, i miei occhi parevano non volersi riadattare: anche se la luce nel camper era soffusa, mi parve violenta come un sole di mezzogiorno. Mi alzai a fatica, le gambe pesanti e i muscoli ancora percorsi da piccoli spasmi elettrici. Mi avvolsi nella coperta, cercando di trattenere addosso il calore di quel corpo che mi aveva appena posseduta.
Mi trascinai al finestrino, appoggiando la fronte gelida contro il vetro. Fuori, il mondo era un abisso di oscurità. Le luci degli altri camper erano spente, e sopra di me la Via Lattea sembrava vibrare insieme ai miei sensi. Mi parve di scorgere un'ombra, una sagoma scura che si allontanava lenta verso il limitare del bosco. Sforzai la vista, ma i miei occhi, non ancora riabituati alla libertà, faticavano a mettere a fuoco.
Poi, un sussulto. "Matteo".
Quel passo, la linea delle spalle che svaniva nel buio. No, non poteva essere lui. La mia mente cercava disperatamente di dare un nome a quell'estasi, di ricondurre l'ignoto a qualcosa di sicuro, di già amato. Ma mentre l'ombra si dissolveva definitivamente, portai le mani al viso. Sulle punte delle mie dita, tra i capelli, sulla pelle del collo, sentivo ancora quel profumo agrumato, ora mescolato all'odore della passione.
Mi raggomitolai sul letto, affondando il viso nel cuscino che profumava ancora di lui. Era Matteo? O era stato il fantasma di un desiderio che Paolo aveva solo saputo evocare? Chiusi gli occhi, lasciando che l'eco di quel piacere mi cullasse, sfinita, fino ad addormentarmi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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