Prime Esperienze
Il Tarlo della Perversione
10.07.2026 |
43 |
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"Ogni volta, uno di loro commentava—un dettaglio sul corpo, un movimento, un suono..."
Il pomeriggio era tiepido, quasi caldo per essere ottobre. Elena camminava lungo il vialetto del parco con passo nervoso, le mani infilate nelle tasche del cappotto leggero. Si era chiesta almeno dieci volte perché avesse accettato quell'incontro. Non sapeva nemmeno il suo vero nome—solo "Marco74" su quella chat anonima.Eppure, dopo settimane di messaggi, di confidenze sussurrate in digitale, di quelle parole che non avrebbe mai osato dire a nessun altro... eccola lì, in un parco che di solito evitava proprio per i cani.
Lo riconobbe subito. Lui era già seduto su una panchina all'ombra di un grande platano, un uomo sui quarantacinque, capelli brizzolati, occhi chiari che sembravano sorridere. Teneva un libro aperto in mano, ma quando la vide alzare lo sguardo, si mise a osservarla con un'intensità che la fece sentire nuda.
—Elena? —chiese con voce calma, anche se lei notò che le sue dita tremavano leggermente sul bordo del libro.
—Sì. Marco?
Lui annuì, chiudendo il libro e spostandosi sulla panchina per farle spazio. Lei esitò un attimo, poi si sedette, tenendo una distanza di sicurezza.
Per qualche minuto nessuno parlò. Davanti a loro, un uomo sulla trentina lanciava un frisbee a un border collie che scattava come una molla, prendendolo al volo con un balzo aggraziato.
—È bello, vero? —disse Marco, indicando il cane.
Elena represse un brivido. —Non lo so. Di solito mi fanno paura.
—Lo so. Me l'hai detto.
Lei si morse il labbro. Parlare in chat era stato diverso. Lì, faccia a faccia, ogni parola sembrava pesare il doppio.
—Quella cosa... quel video... —mormorò, guardandosi le mani—. Continuo a chiedermi perché non riesco a toglierlo dalla testa.
—Perché ti ha turbata.
—Mi ha disgustata! —ribatté lei, forse con troppa veemenza. —Voglio dire... era volgare, animalesco... quel cane che...
Si fermò, arrossendo.
Marco non distolse lo sguardo. Anzi, si chinò leggermente verso di lei. —Eppure ci pensi ancora.
—Sì. —La voce le uscì appena sussurrata. —È come un tarlo. La parte razionale di me lo trova ripugnante, ma poi... la notte, quando sono sola...
Un labrador passò davanti a loro, al guinzaglio di una donna anziana. Era grosso, muscoloso, con il pelo lucido e un'andatura pigra. Elena lo seguì con lo sguardo, senza rendersene conto.
—Lo stai guardando, —disse Marco con un tono che non era una domanda.
—Io? No, io...
—Si vede come ti tremano le gambe.
Lei abbassò lo sguardo e vide che, in effetti, una delle sue cosce tremava leggermente. La punta delle dita le formicolava.
—Cazzo... —mormorò, più a se stessa che a lui.
—Non c'è niente di male. —La voce di Marco era calma, quasi ipnotica. —Siamo qui per questo, no? Per parlarne. Per non giudicarci.
Lei sollevò lo sguardo e incontrò i suoi occhi. C'erano comprensione, ma anche qualcos'altro. Un barlume di eccitazione.
—Tu... —Elena esitò—. Tu cosa provi quando li guardi?
Lui sorrise, un sorriso lento, complice. —Dipende dal cane. Da come si muove. Da come annusa l'aria, da come scodinzola. Da certe cose che... beh, certe cose non si dicono in pubblico.
Ma le stava dicendo, eccome.
In quel momento, un pastore tedesco passò accanto a loro. Il padrone, un uomo alto, lo teneva al guinzaglio corto. Il cane camminava con passo deciso, il muso proteso in avanti, la coda rigida.
Marco lo seguì con gli occhi. Elena sentì un nodo allo stomaco.
—Quello è un bel maschio, —disse lui a bassa voce, come se parlasse tra sé.
—Perché lo dici?
—Guarda come si muove. Sicuro. Dominante. Ogni passo è una dichiarazione.
Elei provò a guardare con i suoi occhi. Vide solo un cane grosso che le faceva battere il cuore più forte. Ma sotto la paura, qualcosa si muoveva. Un calore sconosciuto.
—Non capisco perché mi attrae, —confessò lei, la voce rotta dall'imbarazzo.
—Non devi capirlo. Devi solo godertelo.
Lei si voltò verso di lui, sorpresa dalla franchezza. —Godermelo?
—Sì. Qui, seduti su questa panchina, mentre guardiamo cani che passeggiano. Nessuno sa cosa passa per la nostra testa. Solo noi.
Elena sentì un brivido caldo percorrerle la schiena. Si morse l'interno della guancia. —Se qualcuno lo sapesse...
—Nessuno lo saprà. —Marco si avvicinò ancora, abbastanza da sentire il suo odore, un misto di dopobarba e sudore leggero. —Ti piace questa cosa, vero? Sapere che stiamo facendo qualcosa di sbagliato senza che nessuno lo veda?
Lei annuì, quasi impercettibilmente.
Un altro cane, questa volta un golden retriever, si avvicinò annusando il terreno. Si fermò a pochi metri da loro, sollevò una zampa posteriore e urinò contro un albero, con un gesto che lei non aveva mai notato prima.
—Sta marcando il territorio, —spiegò Marco, la voce bassa, quasi un soffio. —È un gesto di possesso. Mostra agli altri cani che quello spazio è suo.
—Perché me lo stai dicendo? —chiese lei, sentendo il respiro farsi corto.
—Perché voglio che tu noti i dettagli. La tensione del suo corpo. Il modo in cui la zampa trema leggermente mentre fa pipì. Poi, quando ha finito, l'odore che lascia.
Elena deglutì. Si accorse di avere le mani sudate. —Sto iniziando a pensare cose...
—Che cose?
—Non lo so. Cose che non dovrei.
—Dimmi.
Lei scosse la testa, ma lui posò una mano sul suo ginocchio. Non un contatto pesante, solo due dita che toccavano appena la stoffa dei pantaloni.
—Non devi vergognarti con me, Elena. Ti ho capita dal primo messaggio. Sei una donna normale, con desideri normali. Solo che i tuoi desideri hanno preso una piega diversa. E va bene così.
Lei inspirò profondamente, poi parlò, la voce rotta dall'eccitazione e dall'orrore di sé. —Mentre quel cane faceva pipì... ho pensato a come si sarebbe mosso se... se stesse montando qualcosa. I fianchi che si muovono. Il respiro affannoso.
—E questo ti eccita?
—Mi vergogno a dirlo, ma sì. Mi sta facendo eccitare un fottuto cane.
Marco sorrise, un sorriso che la fece sentire compresa e sporca allo stesso tempo. —Non è il cane. È la trasgressione. È il fatto che stai seduta qui, in pubblico, a parlare di queste cose con uno sconosciuto. È sapere che quello che provi è proibito.
—E tu? —chiese lei, guardandolo dritto negli occhi. —Tu cosa provi?
Lui non rispose subito. Invece, guardò un altro cane che passava, un dobermann elegante e scattante, dal pelo nero lucido come seta.
—Vedi quello? —disse lui, indicando con un cenno del mento. —Non sta nemmeno facendo niente. Sta solo camminando. Ma io lo guardo e penso a come le sue zampe si muovono ritmicamente. Al modo in cui il suo petto si alza e si abbassa mentre respira. Alla forza che ha nei muscoli delle cosce.
Elena sentì un nodo alla gola. —Ti sta facendo effetto?
—Cosa credi?
Lei guardò verso il suo grembo, poi distolse lo sguardo, imbarazzata. Ma vide abbastanza. —Oh.
—Sì, oh.
Per un po' rimasero in silenzio, guardando i cani che passavano. Un bassotto. Un husky. Un meticcio dal pelo arruffato. Ogni volta, uno di loro commentava—un dettaglio sul corpo, un movimento, un suono. Ogni commento era una piccola violazione, una goccia di piacere proibito che si accumulava.
—Non l'avevo mai fatto, —disse Elena a un certo punto. —Parlare di cani così. Mi sento in fiamme.
—Anche io.
—Se qualcuno ci sentisse... —Lei guardò intorno. Un gruppo di ragazzi rideva lontano, una madre spingeva un passeggino. Nessuno li guardava.— ...ci prenderebbero per malati.
—E invece siamo solo due persone che hanno scoperto un desiderio in comune.
Lei si passò una mano sulla nuca, dove sentiva il calore salire. —Siamo malati?
—Forse sì. Ma chi se ne frega.
Elena rise, una risata nervosa, liberatoria. Poi si voltò verso di lui. —Torneremo qui?
—Ogni volta che vuoi.
—E parleremo ancora di... —Non riuscì a finire.
—Di tutto. Di più. Di ogni cane che passa.
Lei annuì, sentendo un formicolio tra le gambe. Non era ancora pronta a fare niente. Ma sapere che esisteva qualcuno con cui condividere quella perversione era come una droga.
Un ultimo cane passò, un alano enorme, con un padrone che faceva fatica a tenerlo. Era imponente, muscoloso, con un membro visibile che oscillava mentre camminava.
Marco lo guardò, poi guardò lei.
—Quello è il mio preferito, —disse, con un sorriso complice.
Elena sentì il cuore batterle all'impazzata. —Anche il mio.
E mentre il sole calava e il parco si svuotava, loro rimasero seduti su quella panchina, a parlare di cani, di desideri inconfessabili, di quella perversione che li univa come un segreto prezioso.
Senza toccarsi, senza fare niente.
Ma con l'eccitazione che cresceva, parola dopo parola, sguardo dopo sguardo, fino a diventare quasi insopportabile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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