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Prime Esperienze

La conferenza a Budapest 1/10


di Samirlau
16.01.2026    |    1.970    |    0 9.2
"La giovane annuì con un espressione complice, si alzò con grazia felina e sparì verso gli ascensori della lobby..."
PARTE 1/10

La sera era ormai inoltrata a Budapest, e vista dal silenzio ovattato della loro suite del Four Seasons, la citta sembra una visione quasi irreale.

Al quarto piano, nella River-View Park Suite numero 412, la luce calda delle lampade Art Deco accendeva il soggiorno con riflessi dorati: il divano in velluto verde scuro invitava al relax, la scrivania di mogano lucido reggeva il laptop di Matteo ancora aperto sulle slide finali della sua presentazione di domani, mentre fuori dalle vetrate a tutta altezza il Danubio scorreva lento e nero sotto il Ponte delle Catene illuminato come un gioiello antico.

Giulia sedeva sul vasto letto, le mani intrecciate in grembo, le gambe strette sotto il tubino nero che le arrivava al ginocchio – lo aveva indossato un’ora prima pensando che da lì a poco sarebbero usciti insieme. Era una stanza bellissima: spaziosa, elegante, con quella vista che toglieva il fiato – per una coppia giovane come loro, abituata a hotel più modesti, sembrava quasi un lusso rubato. Matteo, 34 anni, camicia azzurra sbottonata sul petto, occhiali da lettura calati sul naso, mormorava tra sé numeri e grafici, perso nel suo mondo di fintech e algoritmi. La sua azienda lo aveva mandato a questa conferenza e per lui era l'opportunita per fare un salto significativo nella sua carriera e questa stanza un po' ne era l'anteprima.

«Amore… finisci davvero tra poco?» chiese lei con quella voce timida di chi non vuole disturbare.
Lui alzò gli occhi, le sorrise stanco ma dolce. «Sì, tesoro. Venti, trenta minuti al massimo. Poi scendo con te al MÚZSA. Vai pure avanti, prenditi un bicchiere, rilassati. Te lo meriti.»

Giulia annuì piano, ma dentro si sentiva un po’ a disagio: avrebbe voluto una serata diversa, godersi la città con Matteo – il suo unico tutto fin dai tempi del liceo: il primo bacio, il primo amore, il primo e unico uomo. Staccarsi da lui anche per mezz’ora le metteva un po’ di ansia, ma allo stesso tempo voleva vedere la vita che animava quel posto meraviglioso.
Si alzò, lisciò il vestito sui fianchi, prese la piccola pochette e con un piccolo sospiro quasi a farsi coraggio disse: «Vado giù allora… ti aspetto»

Matteo le mandò un bacio volante staccando gli occhi dallo schermo solo per un secondo. «Arrivo subito, eh.»
Lei sorrise nervosa, uscì dalla suite chiudendosi piano la porta alle spalle.

Il corridoio del quarto piano era silenzioso, illuminato da applique dorate. L’ascensore la portò giù nella lobby grandiosa: mosaici Zsolnay che scintillavano ovunque sotto il grande lampadario Preciosa, come milioni di minuscole stelle incastonate nel tempo, l’aria profumata di fiori freschi e legno antico. Il MÚZSA, il lobby bar, era lì, a pochi passi: luci soffuse, sgabelli in velluto, la pianista che suonava melodie jazz lente e accoglienti.

Giulia passò di fianco al bancone con passo incerto fino a un tavolino in una parte defilata, le gambe accavallate strette, ordinò un bicchiere di Tokaji Aszú con voce bassissima.

Fu allora che lo sentì.

Uno sguardo. Non aggressivo, non invadente. Solo… presente.

Seduto a pochi metri, un uomo sulla sessantina, impeccabile con una giacca doppiopetto in velluto borgogna, una maglia a collo alto, capelli brizzolati pettinati all’indietro, barba corta e perfetta. Accanto a lui, in piedi, una ragazza giovanissima in abito lungo nero, capelli lisci nerissimi che le arrivavano alla vita, fisico snello e teso. Lei gli parlava piano, sfiorandogli il braccio, ma lui sembrava ascoltare con un sorriso distante, quasi distratto.

I loro occhi si incrociarono per un istante. Giulia abbassò subito lo sguardo, le guance in fiamme. Prese un sorso troppo rapido, il vino dolce le scaldò la gola.

Lui sussurrò qualcosa alla ragazza, che si girò e diede un veloce sguardo a Giulia, poi lui con un colpetto sul gomito le fece capire di andarsene. La giovane annuì con un espressione complice, si alzò con grazia felina e sparì verso gli ascensori della lobby.

Subito dopo, lui si alzò con calma. Si avvicinò lento, senza fretta. Giulia intuì che si stava dirigendo verso di lei ed era presa dall’agitazione, dal panico quasi. Sperava di sbagliarsi e di non sbagliarsi quasi sorpresa o scioccata di sentirsi così… il cuore le martellava nel petto, le mani tremavano leggermente sul bordo del tavolino.

«Buonasera» mormorò lui in un inglese morbido, con accento appena percettibile. «Posso offrirle un altro bicchiere? Il suo sembra quasi finito… e sarebbe un peccato, in un posto come questo.»

Giulia sobbalzò leggermente sulla sedia. Alzò gli occhi solo per un secondo, poi li riabbassò sulle sue mani tremanti.
«Io… no, grazie. Sto bene così» balbettò, la voce piccolissima.

Lui non insistette. Si fermò a una certa distanza, appoggiandosi leggermente al bordo del tavolino vicino, abbastanza vicino da farle arrivare il suo profumo: cedro, tabacco speziato, un velo di cuoio antico.

«Non volevo disturbarla» disse piano. «Siamo in questo posto meraviglioso… ha visto, sono rimasto solo… perché stare seduti da soli in silenzio e perdere l’opportunità di una conversazione interessante?»

Pentendosene nel momento stesso in cui pronunciava queste parole, disse: «Sono sposata…»
Lui sorrise piano, un sorriso caldo, quasi di tenerezza...
«Ma cara signora, l’ho immaginato… ha un anello al dito… ma è forse un ostacolo a una conversazione amichevole? Mi deve perdonare, io passo in questo albergo molto tempo e mi piace parlare con i volti nuovi che vedo. E non può immaginare quanti incontri indimenticabili mi sia capitato di fare negli anni. Non è vero, György?»
Si rivolse al barman dietro il bancone che annuì vistosamente:
«Certo, signore! Qui siete un’istituzione. Signora, lavoro qui da anni e da lui ho solo da ascoltare e imparare!»

«Posso?» chiese lui, indicando la sedia vuota di fronte a lei.
Giulia, sempre più intrigata da questo personaggio, esitò solo un secondo. E, nonostante la sua agitazione, annuì piano, le mani che stringevano il bicchiere come un’ancora.
«Sì… prego.»
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