Prime Esperienze
La conferenza a Budapest 3/10
17.01.2026 |
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"Dopo pochi minuti il primo sborrò copiosamente, senza controllo, fiotti caldi che le riempirono la bocca..."
PARTE 3/10Giulia seguì Eszter con passi incerti, come se ogni metro percorso fosse una decisione che non aveva ancora preso del tutto. La curiosità le bruciava dentro, mescolata a un’eccitazione di cui si vergognava profondamente. Il suo corpo andava da solo: si sentiva una stupida per aver accettato, eppure non riusciva a fermarsi.
Il corridoio oltre la porta era illuminato solo da piccoli spot incassati nel soffitto nero, lame di luce fredda che colpivano la moquette verde petrolio come riflettori su un palcoscenico vuoto.
Le pareti erano rivestite di velluto borgogna, e l’aria era densa, calda, profumata di qualcosa di primordiale e costoso. Sente dei mugolii lontani. Ogni passo attutito sembrava amplificare il battito del suo cuore.
Eszter camminava davanti, silenziosa, il vestito nero che la accarezzava a ogni movimento.
Non parlava. Non si voltava. Solo quando entrarono in una piccola stanza molto buia, una specie di palchetto si un teatro, si fermò e fece un piccolo cenno con la mano: silenzio. Giulia obbedì.
Dall’altra parte della tenda chiusa i suoni che prima si sentivano in lontananza diventarono più forti più chiari: sospiri, gemiti bassi, grugniti soffocati, respiri spezzati: nessuna parola. Solo suoni atavici.
Giulia sentì un calore improvviso accendersi nella sua fica.
Strinse le cosce, imbarazzata dal fatto che il suo corpo avesse preso il sopravvento uscendo dal suo controllo razionale. Si senti come colta sul fatto, esposta nella sua reazione incontrollata a quelli che erano solo rumori, anche se inconfondibili.
Eszter scostò lentamente una porzione della tenda.
Giulia distolse lo sguardo per istinto, ma era già troppo tardi.
Oltre la tenda, illuminata da luci taglienti che fendevano il buio come lame, c’era una donna bendata, sui quarant’anni, corpo voluttuoso, fianchi pieni, seni pesanti che oscillavano al ritmo del respiro affannato.
Era legata a un attrezzo di metallo e pelle nera – gambe spalancate e sollevate, mani avvinghiate a dei supporti. Quell’attrezzo la rendeva completamente accessibile, completamente esposta.
La sua pelle brillava di lubrificante, lucida, scintillante.
Una ragazza minuta, capelli corti platino, era inginocchiata tra le sue cosce e la masturbava con movimenti lenti, precisi, quasi crudeli: la donna mugolava, il corpo che si inarcava ogni volta che le dita affondavano più a fondo, ogni volta che il suo clitoride subita un nuovo colpo con la punta della lingua che la ragazza usava come uno stiletto.
Fu solo dopo qualche secondo che Giulia notò il resto.
Nell’ombra, intorno al cerchio di luce, c’erano uomini.
Nudi. In piedi. I cazzi eretti, lucidi di olio, che si muovevano ritmicamente nelle loro mani.
Una decina, forse di più.
Aspettavano. Pazienti. Predatori e prede nello stesso momento.
Eszter lanciò un’occhiata a Giulia.
Negli occhi della ragazza c’era un misto di divertimento e trionfo: sapeva esattamente cosa stava succedendo dentro di lei.
Giulia era atterrita.
Ma sotto l’orrore c’era qualcos’altro.
Qualcosa di violento.
Sentì la sua fica incendiarsi.
Un calore liquido, immediato, che le risalì lungo la spina dorsale.
Le mutandine erano già intrise.
Le labbra gonfie premevano contro il tessuto, e ogni piccolo movimento le faceva sfregare in modo insopportabile.
Non aveva provato qualcosa di simile, di così forte, di così intenso da molto tempo.
Eszter le indicò con un gesto la sedia.
Giulia si sedette, le gambe che tremavano.
Non riusciva a distogliere lo sguardo.
Poi Eszter entrò sulla scena.
Gli uomini emisero un rumore basso, quasi un ringhio collettivo istintivo… come un fallo allo stadio.
La accolsero come se fosse attesa da sempre.
Eszter alzò una mano zittendoli.
Il silenzio fu immediato.
Con movimenti lenti, teatrali, lasciò cadere l’abito da sera.
Sotto indossava lingerie nera trasparente, raffinata, oscena.
Il reggiseno a balconcino le sollevava i seni ovviamente perfetti, sodi, i capezzoli duri visibili attraverso il pizzo. Il perizoma era così sottile che piu che coprire accentuava le sue forme: le labbra rasate, già umide, leggermente scostate dal clitoride teso.
I cazzi nella penombra si mossero all’unisono, cappelle lucide che catturavano la luce tagliente.
La donna bendata avvertì il cambiamento, ma non poteva sapere cosa fosse successo.
Eszter le si avvicinò.
Le sfiorò le labbra con la lingua leccandole i bordi della bocca, poi si chinò e la baciò.
Un bacio profondo, possessivo.
Poi la scavalcò con una gamba, si posizionò a cavalcioni del suo viso: prese la donna per i capelli e le affondò il viso nella sua fica spalancandola.
La donna gemette contro la carne di Eszter, la lingua che cercava, affamata.
Eszter si sfregava contro quel viso, premendo il clitoride contro il naso, affondandola sul mento, fino a rendere il volto della donna lucido dei suoi umori.
Giulia non se ne rendeva conto ma aveva la bocca aperta.
Gli occhi spalancati.
Le mani aggrappate ai braccioli della sedia così forte che le nocche erano bianche.
Sentiva il bagnato fuoriuscire dalle mutandine.
Le cosce strette non bastavano più a contenerlo.
Il calore era ovunque.
Le tremavano le ginocchia.
Eszter si sollevò dalla bocca della donna e il sguardo incrociò gli occhi di Giulia.
La sua fica era rossa, turgida, aperta, luccicante come una ferita fresca.
Si alzò, lasciando la donna bendata ansimante, frustrata, la bocca spalancata in cerca di altro.
Poi Eszter camminò lungo il cerchio degli uomini.
Li guardò uno a uno.
Ne prese uno in bocca per pochi secondi, succhiò con violenza, poi lo lasciò.
Ne baciò un altro, sfiorò un terzo, si fece toccare da un quarto.
Ogni gesto era calcolato, ogni tocco una promessa.
Alla fine fece un cenno.
Gli uomini si avvicinarono.
Lenti. Disciplinati.
Il primo si posizionò lentamente davanti alla bocca della donna bendata senza toccarla.
Lei sentì il calore, l’odore muschiato, e istintivamente aprì le labbra, la lingua che cercava la cappella.
Lui entrò.
Lento all’inizio, poi con forza.
La donna muoveva la testa per quanto poteva, affamata. Lui spingeva coi fianchi.
Un secondo uomo si inginocchiò tra le sue gambe e la leccò voracemente.
Dopo pochi minuti il primo sborrò copiosamente, senza controllo, fiotti caldi che le riempirono la bocca.
Eszter gli impedì di toccarsi, lo costrinse a finire così, poi con le dita ripulì il viso della donna e gliele fece succhiare.
Poi alzò lo sguardo verso il palchetto e come sia spettava vide la sedia vuota.
Giulia era fuggita.
Corse lungo il corridoio buio, il cuore in gola, le gambe molli.
Si sentiva ancora tutto addosso: l’odore di sesso, il suono dei gemiti, la vista di quella fica rossa e aperta, di quei cazzi lucidi che aspettavano il loro turno.
Ma soprattutto sentiva se stessa.
Le labbra della sua fica sfregavano viscide l’una contro l’altra a ogni passo.
Il bagnato le colava lungo l’interno delle cosce.
Non aveva mai avuto un’eccitazione così violenta, così incontrollabile.
Era tornata ragazzina, quando si masturbava di nascosto sotto le coperte, terrorizzata e affamata allo stesso tempo.
L’ascensore sembrava lontanissimo.
Voleva solo la camera.
Voleva Matteo.
Voleva toccarsi.
Voleva piangere.
Voleva tutto insieme.
Non si voltò indietro finché finalmente arrivò ansimando alla sua camera e chiudendo la porta capi che ciò da cui stava scappando l’aveva seguita fin là e che ora era chiusa in una stanza insieme al suo desiderio che ormai aveva preso il sopravvento.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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