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Prime Esperienze

La prima volta che ci siamo persi dentro


di Sosalinos
15.01.2026    |    2.109    |    5 8.8
"Le tue anche hanno tremato forte, il silicone pulsava dentro di me mentre tu ti contraevi intorno a quel piacere che finalmente avevi lasciato uscire..."
Ci eravamo scritti per quasi tre settimane su Annunci69.
Frasi brevi all’inizio, poi sempre più dirette. Foto di mani, di curve, di cinture nere appoggiate su lenzuola bianche.
Mai facce intere. Mai nomi veri.
Solo quella promessa muta: «Se ci fidiamo, proviamo davvero».
Abbiamo scelto un hotel qualunque, uno di quelli con parcheggio sotterraneo e reception che non alza mai lo sguardo.
Stanza 212, terzo piano.
Io sono arrivato per primo alle 23:14.
Ho spento la luce principale, lasciato solo la lampada arancione del comodino. Mi sono tolto le scarpe, la felpa, i jeans.
Sono rimasto in boxer neri, quelli larghi che non nascondono la pancia morbida né le cosce piene.
Mi sono seduto sul bordo del letto, mani sulle ginocchia, cuore che batteva nelle orecchie.
Alle 23:27 hai bussato due volte, leggeri.
Ho aperto.
Cappotto lungo color antracite, capelli un po’ spettinati dal vento della tangenziale.
Hai chiuso la porta dietro di te senza dire niente.
Hai appoggiato la borsa sul mobiletto.
Ti sei tolta il cappotto lentamente, come se stessi decidendo in quel momento se andare fino in fondo.
Sotto avevi una canotta grigia un po’ larga e pantaloncini da tuta.
Niente reggiseno. I capezzoli già tesi contro la stoffa sottile.
Ci siamo guardati per un tempo che sembrava lunghissimo.
Nessuno dei due aveva l’aria di chi sa esattamente cosa fare.
E proprio quello ci ha eccitati.
«Mai fatto prima con qualcuno che non conosco» hai detto piano, quasi scusandoti.
«Nemmeno io» ho risposto.
La mia voce è uscita più bassa del solito, già incrinata.
Hai tirato fuori dalla borsa l’imbracatura.
Nera, semplice, quella che avevamo scelto insieme nelle chat.
Il dildo medio, non esagerato, lucido di lubrificante che avevi già applicato prima di venire.
Te l’ho preso dalle mani.
«Lascia che te la metta io.»
Ti ho fatto girare.
Le dita mi tremavano mentre facevo passare le cinghie sui tuoi fianchi.
Ho stretto piano, sentendo il calore della tua pelle attraverso il tessuto.
Quando ho finito ti ho voltata di nuovo.
Il silicone nero sporgeva tra le tue gambe, incongruo e bellissimo.
Mi hai guardato negli occhi.
«Se non ce la fai dimmelo subito.»
Ho annuito.
Poi mi sono inginocchiato sul tappeto davanti a te, fronte contro il tuo ventre.
Ho respirato il tuo odore: sapone, pelle calda, un filo di ansia.
Mi hai accarezzato i capelli, non per dominare, ma come per rassicurarti tu stessa.
«Alzati» hai sussurrato.
Mi sono alzato.
Mi hai spinto delicatamente verso il letto.
Mi sono sdraiato sulla schiena, gambe divaricate.
Tu sei rimasta in piedi un attimo, guardandomi.
Poi ti sei inginocchiata tra le mie cosce.
Hai preso il tubetto di lubrificante dal comodino.
Ne hai messo un po’ sulle dita, poi sulla punta del dildo.
Le tue mani erano fredde.
Mi hai sfiorato l’interno delle cosce, poi più in alto, poi dentro.
Un dito, lento.
Due dita.
Io ho chiuso gli occhi e ho lasciato andare la testa all’indietro.
Ogni movimento era una piccola resa.
«Respira profondo» hai detto.
Ho respirato.
Tu hai avvicinato la punta.
Premuto.
La resistenza iniziale mi ha fatto stringere i denti.
Poi qualcosa è ceduto.
La punta è entrata.
Ho emesso un suono che non riconoscevo, mezzo gemito mezzo sospiro.
Tu hai fermato tutto.
«Stai bene?»
«Sì… continua.»
Hai spinto ancora.
Lentamente.
Ogni centimetro era una scoperta.
Per me: la sensazione di essere aperto, riempito, preso.
Per te: il modo in cui il mio corpo reagiva, il modo in cui il mio respiro cambiava, il modo in cui le mie mani afferravano le lenzuola.
Quando sei stata tutta dentro hai aspettato.
Immobile.
Sentivo il tuo battito accelerato attraverso il silicone.
Le tue mani sulle mie cosce tremavano leggermente.
Poi hai iniziato a muoverti.
Movimenti piccoli, quasi esplorativi.
Ogni spinta mi faceva scivolare più lontano dai pensieri.
Il lavoro. Le preoccupazioni. La vergogna di avere un corpo morbido.
Tutto spariva.
Restava solo il calore, la pressione, il tuo respiro che diventava sempre più irregolare.
«Mi piace… oddio mi piace» hai mormorato, quasi sorpresa.
Le tue anche hanno preso ritmo.
Non forte, ma deciso.
Profondo.
Il letto ha iniziato a cigolare piano.
I nostri corpi sbattevano l’uno contro l’altro con un suono bagnato, vivo.
Mi hai guardato negli occhi.
«Voglio lasciarmi andare anch’io» hai detto, la voce rotta.
«Fallo» ho risposto. «Con me.»
Hai accelerato.
Le tue dita si sono conficcate nei miei fianchi morbidi.
Io ho alzato le gambe, ti ho avvolto i fianchi con le caviglie, ti ho tirato più dentro.
Ogni spinta arrivava esattamente dove serviva.
Il piacere saliva a ondate, sempre più vicine.
Senti la mia erezione premere contro il tuo basso ventre a ogni affondo.
Hai infilato una mano tra noi.
Non hai avuto bisogno di muoverla molto.
Ero già al limite.
«Sto per venire» hai ansimato.
«Anch’io… non fermarti.»
Hai spinto fino in fondo, sei rimasta lì, tremante.
Un ultimo movimento circolare, profondo.
Io sono esploso.
Un orgasmo lungo, violento, che mi ha svuotato completamente.
Nello stesso istante tu hai contratto tutto il corpo, hai emesso un suono gutturale, quasi un singhiozzo di sollievo, e sei venuta con me.
Le tue anche hanno tremato forte, il silicone pulsava dentro di me mentre tu ti contraevi intorno a quel piacere che finalmente avevi lasciato uscire.
Siamo rimasti incastrati così per un tempo lunghissimo.
Il silicone ancora dentro.
I respiri che si calmavano insieme.
Sudore che si raffreddava sulla pelle.
Nessuno dei due aveva fretta di staccarsi.
Alla fine ti sei ritirata piano.
Ti sei sdraiata accanto a me.
Mi hai appoggiato una mano sulla pancia, senza dire niente.
Io ho girato la testa e ti ho baciato la spalla.
Non c’è stato bisogno di parole.
Avevamo fatto esattamente quello che volevamo.
Ci eravamo lasciati andare.
Insieme.
Senza maschere.
Senza esperienza.
Solo desiderio puro.
Se anche tu hai voglia di una prima volta così… scrivimi.
Non serve essere esperti.
Serve solo voler mollare tutto, per una sera.
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