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Lui & Lei

Finestrino appannato


di Sosalinos
26.01.2026    |    2.316    |    1 8.7
"Ogni spinta mi fa perdere un pezzo di maschera: il tipo educato, il tipo che non parla mai per primo, il tipo che tiene tutto dentro..."
Era un giovedì qualunque, treno regionale da Milano a Bergamo, ultimo della serata.
Vagoni quasi vuoti, luci al neon che tremolano, odore di ferro freddo e caffè stantio dal bar in fondo.
Io salgo a Lambrate alle 23:47, cappuccio tirato su, zaino in spalla, posto vicino al finestrino.
La giornata mi pesa addosso: otto ore di ufficio, mail inutili, sorrisi finti a colleghi che non sopporto.
Dentro di me, un nodo stretto, quel desiderio represso che sale la sera, quando il buio ti fa pensare a cosa potresti fare se solo non fossi così… controllato.
Mi siedo, gambe aperte quanto basta per stare comodo, mani nelle tasche della felpa.
Penso a lei, a una lei qualunque, a un corpo che non conosco ma che immagino morbido, deciso, capace di prendermi e farmi dimenticare tutto.
È una fantasia stupida, lo so, ma stasera è più forte del solito.
Il treno parte con un sobbalzo, e io fisso il riflesso del mio viso sul vetro buio: occhi stanchi, barba incolta, pancia che spinge contro la cerniera.
Tu sali due fermate dopo, Sesto San Giovanni.
Giacca di pelle nera, jeans scuri che ti modellano le cosce, capelli raccolti in una coda disordinata, auricolari nelle orecchie ma volume basso – si sente il ritmo elettronico che ti fa muovere appena il piede.
Ti siedi di fronte a me, dall’altro lato del corridoio.
Non ci guardiamo subito.
Prima è solo uno sguardo di sfuggita: vedo le tue labbra socchiuse, il modo in cui stringi la borsa sulle ginocchia, come se anche tu avessi una giornata da scrollarti di dosso.
Dentro di te, chissà cosa gira: forse un capo stronzo, un fidanzato che non capisce, o semplicemente quella noia che ti fa desiderare qualcosa di pericoloso, di proibito.
Qualcosa che ti faccia sentire viva, potente, senza dover spiegare niente a nessuno.
Ti togli un auricolare, lo lasci penzolare.
Io abbasso il cappuccio.
Il treno accelera, le luci delle stazioni sfrecciano via.
Ora gli sguardi si fanno più insistenti.
Io ti fisso le mani: dita lunghe, unghie corte, smalto nero sbeccato.
Penso a quelle dita sulla mia pelle, che stringono, che guidano.
Tu mi squadri il collo, la curva della felpa sul petto, le mani che ora tengo ferme sulle ginocchia per non tradirmi.
Senti un calore familiare tra le cosce, quel prurito che sale quando vedi qualcuno vulnerabile, pronto a cedere.
Perché proprio lui? Perché proprio stasera? Perché il treno è quasi vuoto, perché il buio fuori è complice, perché la vita quotidiana ti soffoca e hai bisogno di rompere qualcosa.
Non sei qui per amore, non per chiacchiere: sei qui per quel brivido che ti fa bagnare solo a pensarlo, per possedere qualcuno che non resiste.
A Greco-Pirelli il vagone è deserto.
Solo noi due.
Il silenzio è elettrico, pesante come l’umidità dell’aria.
Tu ti alzi, vieni a sederti accanto a me.
Non chiedi permesso.
Ti siedi vicina, coscia contro coscia.
Il contatto è immediato, caldo attraverso i jeans.
Sento il tuo profumo: vaniglia mista a sudore leggero, sigaretta spenta da poco, e qualcosa di più intimo, di animale.
Il mio cuore accelera, il sangue pompa giù, facendomi irrigidire nei pantaloni.
Penso: “Perché non fermarla? Perché qui, su un treno pubblico?” Ma la risposta è semplice: perché il rischio mi eccita, perché il contesto sbagliato rende tutto più vero, più urgente.
Perché stasera non voglio essere il bravo ragazzo: voglio lasciarmi andare, mollare i freni che mi tengono inchiodato alla routine.
«Hai freddo?» chiedi, voce bassa, rauca, con un sottotono che dice “sappiamo entrambi che non è del freddo che parliamo”.
«No» rispondo, ma la voce mi esce tremante, tradendo l’eccitazione che mi stringe lo stomaco.
La tua mano finisce sulla mia coscia.
Non è una carezza gentile: stringe, decisa, le dita che affondano nella carne morbida attraverso il tessuto.
Sento il calore della tua palma irradiare, salire verso l’inguine.
Io non mi muovo, ma dentro di me esplode: “Sì, prendimi, fammi vedere cosa vuoi”.
Tu pensi: “È morbido, cedevole, perfetto per quello che ho in mente. Non resisterà, e questo mi fa bagnare di più”.
Il treno entra in galleria, le luci si abbassano per un secondo, il buio ci avvolge come una coperta complice.
Quando tornano, i tuoi occhi sono più scuri, dilatati dal desiderio.
«Togliti la felpa» dici, non un ordine urlato, ma un sussurro che vibra nell’aria, carico di promessa.
Lo faccio, mani che tremano mentre tiro su il tessuto, esponendo la maglietta aderente, la pancia morbida che si alza e abbassa con il respiro accelerato, i capezzoli tesi che spingono contro il cotone.
Tu infili la mano sotto, palmo aperto sulla mia pelle calda, umida di sudore nervoso.
Le tue dita tracciano cerchi lenti intorno all’ombelico, scendendo piano verso l’elastico dei pantaloni.
«Brutto tempo per mascherarsi» mormori, e sorridi per la prima volta – un sorriso sporco, complice, che mi fa indurire completamente.
Il contesto non conta più: il treno potrebbe fermarsi, qualcuno potrebbe salire, ma proprio quel “nonostante” ci spinge oltre.
È il brivido del proibito che ci fa lasciare andare, che dissolve le maschere – la tua di donna composta, la mia di uomo controllato – e tira fuori la perversione pura, il bisogno crudo di possedere e essere posseduto.
Mi prendi la mano, la porti tra le tue cosce.
Jeans stretti, ma il calore passa lo stesso, umido, invitante.
Senti che sono già duro, premuto contro la zip, ma non è quello che conta stasera.
Tu slacci il bottone dei tuoi jeans, abbassi la zip quel tanto che basta.
Le mie dita trovano pelle nuda, bagnata, scivolosa.
Non c’è preliminare.
Solo bisogno.
Tu ti sposti, ti metti a cavalcioni su di me, schiena contro il finestrino.
Le luci del vagone illuminano il tuo viso: occhi lucidi, bocca socchiusa, respiro corto.
Mi abbassi i pantaloni quel tanto che serve, esponendomi all’aria fredda del vagone.
Non entriamo subito.
Prima ti strofini contro di me, bagnata, calda, lenta, il tuo umore che mi bagna la pelle.
Io gemo piano contro il tuo collo, inalando il tuo odore, le mani che ti stringono i fianchi per non cadere.
«Voglio sentirti cedere» dici, voce rotta dal desiderio.
E io cedo.
Ti alzi un attimo, tiri fuori dalla tasca interna della giacca una piccola imbracatura pieghevole – quella che avevi già preparato, come se sapessi che sarebbe finita così.
La indossi in fretta, sotto lo sguardo mio che non batte ciglio.
Il dildo è medio, nero, già lucido di lubrificante che avevi applicato prima.
Mi fai girare, faccia al finestrino.
Mani sul vetro freddo.
Il treno riparte, vibrazioni che si aggiungono alle tue.
Spingi piano.
La prima entrata è lenta, bruciante, bellissima.
Sento ogni millimetro: la resistenza che cede, il calore che mi riempie, il tuo gemito soffocato quando sei a metà.
«Cazzo… sei stretto» mormori, sorpresa da te stessa.
Inizi a muoverti.
Affondi ritmati, profondi, il sedile che cigola sotto di noi.
Le tue mani sui miei fianchi, dita che affondano nella carne morbida.
Ogni spinta mi fa perdere un pezzo di maschera: il tipo educato, il tipo che non parla mai per primo, il tipo che tiene tutto dentro.
Tu perdi la tua: la ragazza che sorride gentile al lavoro, che dice “va tutto bene”, che non chiede mai quello che vuole davvero.
Acceleriamo insieme.
Il rumore dei nostri corpi copre quello del treno.
Tu allunghi una mano davanti, stringi il mio sesso, muovi in sincronia con le spinte.
«Vieni quando vengo io» dici, quasi un ringhio.
Sento il tuo respiro cambiare, diventare irregolare.
Le tue cosce tremano contro le mie.
Io sono al limite da minuti.
Un’ultima spinta lunga, profonda.
Resti dentro, ferma, contratta.
Io esplodo: fiotti caldi sulla tua mano, sul sedile.
Tu vieni subito dopo, un gemito soffocato contro la mia spalla, il corpo che si irrigidisce mentre stringi forte intorno al dildo, pulsando.
Restiamo così fino alla fermata successiva.
Corpi sudati, appiccicati, respiri che tornano lenti.
Tu ti ritiri piano, sistemi tutto in fretta.
Io mi rivesto con mani che tremano ancora.
Il treno rallenta.
Tu ti alzi, mi guardi.
«Prossima settimana stesso treno?» chiedi.
Annuisco.
Scendiamo separati, come se niente fosse successo.
Ma sappiamo entrambi che le maschere sono cadute.
E che non le rimetteremo più tanto facilmente.
Se anche tu hai voglia di un incontro che nasce dal nulla, senza nomi, senza spiegazioni, solo corpi che si riconoscono e si lasciano andare fino in fondo… scrivimi.
Il prossimo treno è vicino. 😏
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