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nāda


di Membro VIP di Annunci69.it BuioAllAlba
21.07.2026    |    713    |    0 8.0
"Sento il suo sangue battere contro il mio come un tamburo lento che accelera senza fretta..."
Ho abitato molti corpi, ma nessuno mi aveva ancora chiesto una password.

Questo qui, trentotto anni, spalle che portano una stanchezza non mia, un pollice che sa già dove toccare il vetro, si è iscritto al sito prima ancora che decidessi di volerlo. È così che funziona la carne del 2026: agisce, poi ti informa. Ho scelto una foto in cui non guardo l'obiettivo. Ho scritto tre righe che non dicono niente, perché tutto ciò che è vero non entra in un campo di testo.

Volevo capire cosa fosse diventato il desiderio, adesso, qui.

Scorro.

C'è molta pelle. Pelle offerta come si offre una merce che ha fretta di essere vista prima di essere voluta: schiene arcuate sotto una luce che nessun sole ha mai fatto, bocche socchiuse a metà di una parola mai pronunciata. Non c'è nulla di sbagliato in tutto questo, ho danzato la creazione, so cosa vale un fianco che si torce. Ma qui manca la lentezza. Manca il *prima*. Tutti mostrano la fine e nessuno mostra la soglia, e la soglia è l'unico luogo in cui io so stare.

Cerco l'attesa. Nessuno la vende.

Scorro ancora, e il pollice fa il suo lavoro meccanico, e il corpo che mi ospita comincia ad annoiarsi, la noia è una cosa che gli uomini di questo secolo maneggiano male, la scacciano scorrendo, che è come cercare acqua bevendo sale.

Poi.

Non è una foto a fermarmi. È un profilo quasi vuoto, una sola immagine sfocata, il collo e la linea della mascella, un orecchino che pende come una goccia che non cade mai. Sotto, una frase: "respiro forte quando dormo. non chiedo scusa."

E la sento.

Non con gli occhi, gli occhi non c'entrano ancora. La sento come si sente un tamburo attraverso il pavimento, prima che l'orecchio capisca che è musica. C'è un suono, dentro quella riga di testo che non fa alcun suono, e quel suono lo conosco. L'ho conosciuto prima delle stelle, quando l'universo era ancora solo una vibrazione che cercava un corpo dove diventare mondo. La nota che precede ogni nota. Lei respira in una frequenza che ho passato ere a ricomporre e non ho mai più ritrovato.

Scrivo. Non le scrivo di me, le scrivo: "Anche io. E la mattina ho fame di cose salate."

Risponde dopo tre ore, che nel tempo degli dèi sono niente e nel tempo di quest'uomo sono un'agonia dolce: "allora sai già come vado a finire."

Ci vediamo in un posto che sa di ferro e limone. Lei arriva e non la riconosco dagli occhi, gli occhi sono nuovi, di un castano che non ho mai fatto io. La riconosco quando si siede e sospira, un fiato solo, e quel fiato ha la forma esatta della cosa che ho perso. Il corpo che mi ospita ha un tuffo allo stomaco che chiama amore e non sa dire il vero nome.

Non le dico chi sono. Sarebbe volgare, e falso: forse non sono nessuno, forse sono solo un uomo stanco che ha bevuto troppa mitologia. Il senso non sta nel dirlo. Sta nel fatto che, quando lei porta il bicchiere alla bocca, sento sul mio stesso palato il sapore del suo, sale e agrume e sotto, lontanissimo, qualcosa di caldo come pane. I sensi cominciano a scambiarsi di posto. È sempre così, quando la frequenza è quella giusta: prima si confonde chi assaggia e chi è assaggiato.

Parliamo di niente. Il niente è pieno. Odoro la sua nuca quando si sporge a raccogliere il tovagliolo caduto: pelle e un profumo economico e sotto ancora l'odore vero, quello che nessuna boccetta imita, quello di lei, che è l'odore di casa per un dio senza casa. Le mani mi tremano leggermente. Trovo assurdo, e magnifico, che un corpo debba tremare per contenere ciò che io sono senza sforzo da sempre.

Andiamo dove si va. La stanza non conta. Conta che si toglie le scarpe e resta in piedi al centro, e mi guarda, e non facciamo ancora niente, restiamo sulla soglia, quella soglia che nessuno vendeva, e che era qui da sempre.

E poi comincia la danza, ma non è quella che i corpi credono di ballare.

È risonanza. Il suo respiro trova il mio e i due si accordano senza volerlo, come due corde tese sullo stesso legno: pizzichi una, canta l'altra. Ogni volta che lei espira, qualcosa in me vibra alla sua ottava. Non ci muoviamo per possederci, ci muoviamo per stare in fase, perché due frequenze vicine o si annullano...o si moltiplicano, e noi ci moltiplichiamo. Sento il suo sangue battere contro il mio come un tamburo lento che accelera senza fretta. La pelle diventa membrana, e sotto la membrana passa il suono, e il suono siamo noi, e io ricordo, ricordo finalmente cosa fosse il mondo prima di essere mondo: questo. Solo questo. Due che vibrano finché lo spazio tra loro non ha più senso.

Non sono io che danzo con lei. È il nostro umido, lascio, salato e caldo che è il pavimento su cui la danza avviene. Esso, il sesso, è il medium, l'aria che porta l'onda; noi siamo solo il punto in cui l'onda, per un istante, prende un nome.

Nel colmo che non è un colmo di corpi ma di accordo, l'istante in cui le due note diventano una sola e non sai più quale delle due suonava, sento la sua voce dentro la mia gola dire una parola che non è italiano e non è sanscrito e non è nessuna lingua che questo secolo conosca. È la mia. È il mio nome, quello vero, quello che avevo dimenticato di avere.

Lei apre gli occhi. Non sa di averlo detto.

"Che c'è", mormora.

"Niente", dico. "Ti ho sentita prima di vederti."

Sorride nel buio, e il suo respiro riprende forte, sfacciato, senza chiedere scusa, e io resto sdraiato dentro un corpo mortale ad ascoltarlo, e per la prima volta da quando esisto non ho fretta che l'universo ricominci.
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