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Prime Esperienze

Viaggio sulla Transiberiana


di La-mandria
21.07.2026    |    107    |    2 8.7
"La mano scivola lentamente sotto l'elastico dei pantaloni, trovando la pelle calda, incredibilmente vellutata e ipersensibile..."
Il convoglio della Transiberiana non è semplicemente un mezzo di trasporto; è un microcosmo errante, una cattedrale d’acciaio che divora chilometri di neve e silenzi ancestrali.
All'esterno, la taiga siberiana si estende immensa, un oceano bianco e immobile di abeti secolari sotto un cielo color piombo che sembra non conoscere confini né pietà per i viandanti.
All’interno, il tempo è scandito dal ritmo sordo e cadenzato dei giunti dei binari: un metronomo implacabile e meccanico che culla i passeggeri in una dimensione sospesa, al di là di ogni coordinata geografica.
Lo scompartimento di prima classe, la classica carrozza letto dei treni a lunga percorrenza russi, è un bozzolo ovattato di legno scuro, velluto consunto dal tempo e dettagli ottonati che riflettono la luce calda e ambrata delle piccole lampade d’applique.
Due cuccette inferiori e due superiori delimitano lo spazio ristretto, reso ancora più intimo dal tavolino centrale coperto da un centrino di pizzo bianco consunto ma pulito.
Fuori dai doppi vetri, pesantemente appannati dal gelo esterno e dal calore intenso del riscaldamento a carbone, il paesaggio scorre lento, quasi ipnotico, come un dipinto in bianco e nero che si ripete all’infinito.
In questo spazio angusto, protetto e surriscaldato siedono cinque persone.
Quattro di loro si conoscono profondamente, legate da un passato di viaggi intensi, complicità collaudata e confidenze che non conoscono pudore o reticenze borghesi.
Sono Luisa e Marco, una coppia la cui intesa fisica e mentale è palpabile in ogni sguardo, in ogni sfumatura di voce e Sofia con Andrea, legati da una dinamica altrettanto magnetica, fatta di provocazioni sottili, sguardi obliqui e di un’attrazione mai sopita che sembra elettrizzare l'aria intorno a loro.
Parlano con la disinvoltura di chi ha abbattuto ogni barriera convenzionale, trasformando lo scompartimento in un salotto privato dove la conversazione scivola inevitabilmente verso i territori più nascosti e affascinanti del desiderio.
La quinta presenza è un elemento di totale distacco e, al tempo stesso, un catalizzatore silenzioso e inconsapevole.
Si chiama Clara.
È una donna riservata, elegante nel suo cappotto di lana scura dal taglio rigoroso, con i capelli castani raccolti in un chignon e lo sguardo costantemente rivolto alle pagine del volume che tiene stretto in grembo.
Clara non fa parte del loro cerchio; ha acquistato quel biglietto per un viaggio solitario e meditativo verso Vladivostok, cercando forse una tregua definitiva dalla sua routine ordinata e prevedibile. Non sa ancora che quel vagone ristretto diventerà il teatro di un risveglio sensoriale dirompente, un incubo lucido o un sogno a occhi aperti da cui non vorrà, o non saprà più, fuggire.
Il sole invernale della Siberia tramonta con una rapidità impressionante, tingendo l’orizzonte di sfumature livide, color malva e ardesia, mentre all’interno le lampade da lettura creano un cono di luce intima che taglia l’ombra del vagone.
La conversazione tra i quattro amici si accende gradualmente, alimentata dal tè bollente versato dai caratteristici bicchieri di metallo lavorato inseriti nei podstakanniki, i sostegni tradizionali che tintinnano a ogni sussulto del treno.
“La verità profonda è che la routine è la tomba silenziosa della passione” sta dicendo Marco, sistemandosi meglio contro il cuscino imbottito e guardando Luisa con un sorriso complice che ne illumina i tratti del viso. “Se non alimenti quel fuoco ogni singolo giorno, la cenere finisce inevitabilmente per soffocare tutto. Ricordi quella notte a Irkutsk? Nel piccolo albergo vicino alle sponde ghiacciate del lago?”
Luisa sorride, gli occhi che brillano alla luce fioca della lampada, mentre le dita sfiorano distrattamente il bordo del bicchiere.
“Come potrei dimenticare? Il freddo fuori era feroce, i termometri segnavano trenta gradi sotto zero, ma dentro quella stanza... eravamo così intensamente concentrati a esplorarci che ci siamo dimenticati persino di cenare o di guardare fuori. Credo che la spontaneità assoluta sia l'unico vero antidoto alla noia quotidiana” rispose con tono eccitato al ricordo di quell’esperienza.
Sofia interviene con un movimento elegante, accavallando le gambe con un fruscio morbido di stoffa che attira inevitabilmente l'attenzione magnetica di Andrea. “Non è soltanto questione di spontaneità, Luisa” disse, “È soprattutto una questione di totale abbandono. Io trovo che il vero eccitamento nasca esattamente nel momento in cui decidi di perdere il controllo, di lasciare che sia l'altro a condurti laddove nemmeno tu oseresti avventurarti da sola. Le abitudini, quelle belle e volute, sono soltanto rituali che costruisci per preparare il terreno fertile all'imprevisto.”
Andrea la guarda con un'intensità quasi tangibile, appoggiando la mano pesante vicino alla sua coscia tesa, senza stringere, lasciando che quel contatto leggero sia soltanto una promessa silenziosa. “E i dettagli microscopici contano immensamente” aggiunge lui, con una voce profonda e calibrata che risuona appena nello spazio ristretto dello scompartimento.
Poi incalza.
“Un profumo particolare che ti rimane addosso, il modo in cui la pelle trema e reagisce al brivido improvviso quando varchi la soglia di una stanza gelida, il timbro esatto della voce quando sussurri all'orecchio qualcosa che non oseresti mai pronunciare alla piena luce del sole. Sono queste le piccole cose indelebili che rimangono impresse nella memoria della carne.”
Clara, seduta immobile nell'angolo opposto della cuccetta inferiore, fissa le righe fitte delle pagine del suo libro.
Le dita stringono la carta con tanta forza da sbiancarne le nocche, mentre un brivido impercettibile le percorre i polsi. Cerca con disperazione di concentrarsi sulle parole stampate, ma la voce di Sofia, calda, vellutata e perfettamente modulata, le attraversa le difese come una lama sottile e rovente.
“Abbandono... controllo... dettagli...”
Le parole rimbalzano nella mente di Clara con la forza di un’ eco, acquistando un peso fisico, inaspettatamente carnale.
Non ha mai sentito nessuno parlare con una tale sfrontatezza intellettuale e, al tempo stesso, con una grazia così disarmante.
Per lei, cresciuta in un mondo di convenzioni rigide, di silenzi pudichi e di affetti misurati, quel discorso suona come un urto violento, un terremoto sottile contro le pareti protettive della sua stessa educazione.
Un tonfo sordo scuote il convoglio mentre l'enorme locomotiva affronta uno scambio ferroviario complesso. Il rumore metallico delle ruote sui giunti dei binari si fa più acuto e metallico, accompagnato da un fischio prolungato e lamentoso che fende l'oscurità e il silenzio della notte siberiana.
Nel frattempo, all’interno dello scompartimento, il grande termosifone a parete emana un calore intenso, quasi soffocante, che contrasta violentemente con il gelo glaciale e cristallino che bussa furiosamente ai doppi vetri del finestrino.
Questo microclima chiuso e saturo costringe i passeggeri ad alleggerirsi progressivamente degli abiti più pesanti. Luisa si sfila con gesti lenti il cardigan di lana grossa, rimanendo con una camicetta di seta leggera color avorio che aderisce morbidamente alle forme del seno a ogni respiro. Anche Sofia scioglie lentamente la sciarpa di cachemire bordeaux, scoprendo il collo allungato e le clavicole con un movimento studiato e naturale insieme.
L’aria confinata si impregna di odori sottili e stratificati: il legno antico e lucidato della mobilia, il cuoio pesante delle valigie accatastate nello spazio superiore, il profumo agrumato e fiorito di Sofia e l'essenza calda e muschiata che usa Marco.
Per Clara, quell'atmosfera densa diventa improvvisamente irrespirabile, carica di un'elettricità invisibile che le fa mancare l'aria nei polmoni.
Sente il sangue scorrere con una velocità insolita nelle tempie, un calore improvviso e febbrile che le sale dal petto fino a colorirle le guance.
Cerca di respirare profondamente, socchiudendo appena le labbra, mentre la conversazione dei quattro continua a scorrere fluida come un torrente in piena, toccando argomenti sempre più intimi e personali.
“E vogliamo forse dimenticare le fantasie legate ai luoghi insoliti e proibiti?” riprende Marco, ridendo piano, con un tono che sa di complicità maschile ma priva di volgarità. “Viaggiare su un treno in movimento possiede qualcosa di profondamente primordiale. La consapevolezza assoluta che fuori, oltre quel vetro sottile, c'è il nulla assoluto per migliaia di chilometri, e che qui, in questo guscio ristretto, le regole, i giudizi e le convenzioni del mondo esterno semplicemente non esistono.”
“È una sensazione di totale sospensione” concorda Andrea, voltandosi verso Sofia con un sorriso obliquo e affascinante. “ Qui il tempo perde la sua linearità geometrica. Potrebbe essere pieno giorno o notte fonda, inverno perenne o estate lontana. Esistiamo soltanto noi, questo movimento meccanico e costante che ti spinge inevitabilmente ad aggrapparti a qualcosa di solido, o a qualcuno che sappia accoglierti.”
Clara abbassa lentamente il libro sulle ginocchia.
Non riesce più nemmeno a fingere di leggerne le pagine. Le righe nere stampate sulla carta bianca le appaiono ora come un codice indecifrabile e freddo, mentre le voci dei quattro vicini si fondono in una musica continua, un sottofondo pulsante e ritmato che le penetra sottopelle, modificando il battito del suo cuore.
Vede chiaramente la mano di Marco che sfiora con una naturalezza disarmante quella di Luisa sulla stoffa scura dei pantaloni; nota il modo in cui Sofia inclina leggermente la testa all'indietro, esibendo un sorriso a metà tra l'innocenza fanciullesca e la provocazione consapevole, mentre Andrea la osserva con un desiderio lucido che non ha bisogno di alcuna dichiarazione verbale.
Un brivido caldo e inatteso percorre fulmineo la schiena di Clara, partendo dalla base del collo per irradiarsi lungo ogni singola vertebra, costringendola a contrarre impercettibilmente i muscoli delle spalle nel tentativo vano di contenere quella scossa improvvisa.
Le ore avanzano inesorabili, scandite dal ticchettio regolare dell'orologio da tasca in ottone che Marco ha appoggiato con cura sul tavolino centrale.
All'esterno, la notte siberiana è ormai un abisso nero e impenetrabile in cui le rare e minuscole luci di un villaggio remoto appaiono come scintille effimere prima di essere inghiottite dall'immensità del buio.
All’interno dello scompartimento, la conversazione si fa progressivamente più bassa, quasi confidenziale, trasformandosi in una serie di sussurri che richiedono un ascolto attento, quasi complice.
È il momento magico in cui le maschere sociali che indossiamo di giorno cadono del tutto, sostituite dalla stanchezza fisica e da quell'intimità forzata che solo gli spazi angusti dei viaggi lunghi sanno generare.
“Sai qual è la cosa che, in assoluto, mi accende di più?” mormora Sofia con un filo di voce, inclinandosi leggermente verso il centro del tavolino e abbassando il tono fino a costringere chiunque a prestare attenzione, compresa la figura immobile di Clara nell'angolo. “È la sottile consapevolezza di essere potenzialmente osservati, anche solo attraverso l'immaginazione altrui. Sapere che qualcuno, lì fuori nel corridoio buio o seduto accanto a te, potrebbe soltanto immaginare frammenti di ciò che sta accadendo, anche quando in apparenza non si compie alcun gesto esplicito. È il potere straordinario della mente che alimenta la tensione erotica.”
“Una forma raffinata di voyeurismo psicologico e sensoriale” commenta Luisa, sorseggiando con calma l'ultimo sorso di tè ormai tiepido. “E ammettilo senza pudori, Sofia, ti seduce immensamente l'idea che gli altri possano intuire quanto profondo sia il desiderio che ti circonda.”
“E a chi non piacerebbe?” ribatte Sofia con un sorriso enigmatico e sfuggente, lanciando un'occhiata rapida e laterale proprio nella direzione di Clara.
Quell'occhiata fugace e tagliente colpisce Clara come una frustata invisibile, ma caldissima.
Per una frazione di secondo, la donna teme che abbiano compreso tutto, che si siano accorte di come il suo respiro si sia fatto corto e irregolare, di come le sue dita stiano tremando sottilmente mentre stringono la coperta di lana ripiegata ai piedi della cuccetta.
Ma i quattro amici continuano a parlare tra loro, perfettamente inconsapevoli o forse semplicemente indifferenti, immersi come sono nel loro cerchio magico di certezze e complicità affettiva.
Clara distoglie lentamente lo sguardo, fissando il riflesso stanco e lucido del proprio volto sul vetro scuro del finestrino.
Vede una donna distinta, seria, irreprensibile, la persona che tutti conoscono nella vita di ogni giorno a Mosca, ma nel profondo di sé avverte chiaramente che qualcosa si è incrinato, o forse si è finalmente sbloccato dopo anni di letargo emotivo.
Le parole di Sofia — la tensione, l'abbandono, il brivido sottile di essere desiderate — continuano a risuonare nella sua mente come un eco persistente e martellante.
Inizia a muoversi con gesti misurati e prudenti.
Si sistema il cappotto pesante accanto a sé, si rimbocca la coperta fin sopra la vita con un rigore quasi difensivo, fingendo con se stessa di prepararsi semplicemente al sonno, ma il suo corpo non risponde più ai comandi della stanchezza o della ragione; è straordinariamente sveglio, vibrante, sintonizzato su una frequenza nuova, primordiale e del tutto sconosciuta.
Il capotreno attraversa il corridoio con passo pesante, annunciando con voce roca e stanca che le luci principali del vagone verranno spente da lì a pochi minuti.
È il segnale convenzionale che trasforma il treno in un dormitorio ininterrotto, un serpente d'acciaio silenzioso che continua la sua corsa solitaria nella notte bianca della taiga.
I quattro amici iniziano ordinatamente a preparare le rispettive cuccette. I movimenti sono coordinati, naturali, fluidi, frutto di innumerevoli viaggi condivisi sulle rotaie russe.
Marco e Luisa si sistemano nella cabina superiore e inferiore di un lato, mentre Andrea e Sofia occupano l'altro blocco di cuccette.
C'è un continuo scambio di battute sussurrate a fil di voce, risate soffocate nei cuscini e piccoli gesti d'affetto spontaneo che non accennano a spegnersi nemmeno con l'arrivo dell'ora tarda.
Clara, rifugiata nella cuccetta inferiore opposta, si sdraia supina con la massima cautela.
La luce cruda della lampada a soffitto viene finalmente disattivata dal capotreno, lasciando che lo scompartimento sia rischiarato soltanto dai riflessi argentei e spettrali della luna sulla neve incontaminata fuori dai doppi vetri e da una debole luce arancione proveniente dal corridoio che filtra attraverso i vetri smerigliati della porta scorrevole.
Quel buio parziale e protettivo agisce su Clara come un mantello magico.
Nel riparo rassicurante delle ombre, sente che le rigide inibizioni che l'hanno accompagnata per tutta l'esistenza iniziano a dissolversi lentamente, sciolte dal calore anomalo dello scompartimento e dall'eco vibrante delle parole ascoltate poco prima.
Chiude gli occhi per un brevissimo istante, ma l'immagine vivida di Sofia che si sfila la giacca, il modo in cui Andrea l'ha guardata con possessività affettuosa, le riflessioni di Marco sulla passione che rinasce continuano a proiettarsi nella sua mente con la nitidezza sconvolgente di un film ad alta definizione. Sente un calore localizzato e intenso, un formicolio sottile che parte dal basso ventre e si irradia lentamente lungo i fianchi, rendendo ogni suo respiro più profondo, pesante e consapevole.
Nello spazio accanto, avverte chiaramente il fruscio leggero delle lenzuola di cotone.
I quattro stanno cercando di prendere sonno, ma la vicinanza dei loro corpi è ancora carica di una tensione residua che aleggia nell'aria densa come l'elettricità prima di un temporale estivo.
Il convoglio oscilla pesantemente con un movimento ritmico e cadenzato, quasi una culla gigantesca e metallica che dondola i passeggeri verso le porte del sonno, ma Clara non dorme affatto.
Il suo sistema nervoso è un fascio di cavi tesissimi, una corda di violino pronta a vibrare al minimo soffio d'aria.
Sotto la pesante coperta di lana ruvida, la sua mano destra comincia a muoversi con un'estrema, quasi impercettibile lentezza, come se appartenesse a un'altra persona, a un'entità estranea che agisce guidata da un istinto irrefrenabile.
È un movimento incerto all'inizio, quasi spaventato dalla propria inaudita audacia, ma intriso di una curiosità che non ammette più repliche.
Le dita sfiorano con delicatezza la stoffa morbida dei pantaloni leggeri che indossa sotto la tunica da viaggio, sagomando i contorni del proprio bacino.
Una frase risuona nella sua mente con la forza di un editto: “Il vero eccitamento nasce nel momento in cui decidi di perdere il controllo.”
Quelle parole si trasformano in un comando interiore assoluto, in un lascia passare che le permette finalmente di oltrepassare quel confine invisibile della decenza che si è sempre autoimposta come una prigione dorata.
La mano scivola lentamente sotto l'elastico dei pantaloni, trovando la pelle calda, incredibilmente vellutata e ipersensibile.
Al contatto diretto con i propri polpastrelli, Clara emette un leggero e soffocato sospiro, che per sua fortuna si perde completamente nel rumore sordo e continuo dei binari e nel respiro regolare di Marco, sdraiato poco distante.
La sensazione che la attraversa è quella di una violenta e dolcissima riscoperta.
Ogni singolo millimetro della sua pelle sembra destarsi da un letargo durato decenni.
La sua mente è ormai un turbine magnifico di immagini e sensazioni: non si vede più come la passeggera grigia, silenziosa e invisibile del vagone letto, ma come l'eroina assoluta di una storia segreta, una donna capace di provare un piacere profondo, torbido e inconfessabile nel bel mezzo del nulla gelato della Siberia.
Il treno affronta con decisione una curva ampia e prolungata, rallentando leggermente la sua folle andatura.
Il vagone si inclina impercettibilmente verso destra, e con esso tutti i corpi all'interno subiscono una spinta gentile e inerziale, un contatto ravvicinato con le pareti di legno e con le lenzuola tese.
Per Clara, quel movimento tellurico del treno diventa il battito stesso della sua eccitazione crescente.
Ogni sussulto ritmico dei binari corrisponde a una pressione più decisa e consapevole delle dita, a un affondo del respiro che cerca disperatamente di rimanere silenzioso ma che minaccia a ogni istante di spezzarsi in un gemito.
I suoi pensieri sono ormai completamente svincolati da qualsiasi legame con la realtà quotidiana. Non esistono più il viaggio programmato, le ore che mancano all'arrivo a Vladivostok, né i quattro compagni di scompartimento che dormono placidamente a pochi metri di distanza da lei.
Esistono soltanto il buio protettivo dello scompartimento, il calore intenso della sua pelle e il crescendo inarrestabile di una sensazione fisica e mentale che non aveva mai neppure lontanamente immaginato di poter provare.
La mano si muove adesso con maggiore sicurezza e precisione, guidata da un'urgenza cieca e primordiale.
Le dita esplorano i contorni del proprio corpo con una dedizione nuova, spietata e bellissima insieme.
Ogni sfioramento, ogni pressione calibrata rappresenta una piccola scossa elettrica che le fa inarcare leggermente e silenziosamente la schiena contro il materasso rigido e tradizionale della cuccetta.
Clara assapora pienamente il gusto inebriante della trasgressione, mescolato al brivido sottile e pericoloso di poter essere scoperta da un momento all'altro e, paradossalmente, è proprio questo pericolo invisibile ad alimentare il fuoco che la consuma.
E se qualcuno si svegliasse improvvisamente ora?
Se Marco o Sofia girassero la testa nel buio e la cogliessero in quel gesto?
L'idea non la spaventa più come all'inizio; al contrario, amplifica vertiginosamente il battito del suo cuore, rendendo ogni singolo secondo prezioso, unico e irripetibile.
Il mondo esterno continua a scorrere inesorabile nella sua veste grandiosa di ghiaccio e silenzio. La taiga siberiana è un deserto bianco e smisurato, illuminato a giorno dai riflessi lunari, del tutto indifferente a ciò che accade dentro quel piccolo guscio di metallo in perenne movimento sulle rotaie.
All'interno dello scompartimento, i respiri dei quattro amici rimangono profondi, regolari e pesanti. Nessuno di loro si è minimamente accorto di nulla.
Per loro, Clara è rimasta semplicemente la signora silenziosa, composta e distante salita alla stazione precedente.
Non possono neppure lontanamente immaginare di essere stati la miccia inaspettata che ha acceso un incendio interiore impossibile da spegnere.
Clara si trova ormai vicina al limite estremo della sopportazione fisica ed emotiva.
Il piacere non è più soltanto una sensazione epidermica, ma una liberazione totale, un'esplosione silenziosa e profonda che le attraversa ogni fibra del corpo, dalle punte delle dita dei piedi fino alle radici dei capelli.
I muscoli si contraggono in un sussulto che richiede uno sforzo immane per essere trattenuto; le sue mani afferrano con forza disperata le lenzuola per impedire a qualsiasi suono di sfuggirle dalle labbra, mentre un'ondata di calore immenso le percorre la spina dorsale, lasciandola momentaneamente senza fiato.
Il climax arriva come un'onda lunga, potente e inarrestabile che infrange definitivamente ogni diga della sua precedente esistenza.
Per qualche istante eterno, il tempo si ferma davvero.
Il rumore sordo del treno sembra dissolversi nel nulla, sostituito interamente dal rimbombo sordo e cadenzato del suo stesso sangue che pulsa furiosamente nelle orecchie.
Gli occhi sono serrati con forza, le labbra socchiuse in un sorriso sottile, estatico e quasi irriconoscibile, rivolto unicamente alla sua nuova consapevolezza.
Quando la tensione accumulata finalmente si scioglie, lasciando spazio a un torpore pesante, dolcissimo e rigenerante, Clara rimane immobile nella penombra, con il petto che si alza e si abbassa ritmicamente in lunghi respiri colmi di pace.
Il grande vagone letto riprende la sua marcia regolare e silenziosa, mentre la prima luce livida dell'alba comincia a filtrare lentamente attraverso i vetri spessi e appannati, tingendo l'orizzonte siberiano di un rosa pallido, trasparente e freddo.
Clara apre lentamente gli occhi.
Si sente stranamente leggera, fluttuante, come se avesse finalmente liberato le spalle da un fardello invisibile e pesantissimo che portava con sé fin dall'infanzia.
Il suo corpo è piacevolmente rilassato, pervaso da una stanchezza calda, appagante e profondamente viva.
Si sistema la coperta con gesti calmi, metodici e misurati, aggiustandosi i capelli con la forcina di metallo che era miracolosamente sfuggita alla dissolutezza della notte.
Dall'altra parte dello scompartimento, i primi movimenti furtivi e i sussurri mattutini annunciano il graduale risveglio degli altri passeggeri.
Marco si stiracchia con un profondo grugnito di sonno, mentre Luisa apre gli occhi sorridendo dolcemente, accogliendo il nuovo giorno con un bacio leggero e naturale sulle labbra del compagno. Sofia e Andrea si svegliano poco dopo, scambiandosi sguardi complici, carichi di un'intesa fisica e mentale che non è affatto svanita con il sonno della notte.
“Buongiorno” mormora Sofia con voce roca di sonno, voltandosi verso lo scompartimento e notando con sorpresa Clara già perfettamente sveglia, seduta compostamente sulla sua cuccetta con il solito libro chiuso posato in grembo.
Clara alza lentamente lo sguardo, incontrando direttamente gli occhi scuri e intelligenti di Sofia.
Per un breve istante sospeso nel tempo, tra di loro si crea un silenzio denso di sottintesi, un riconoscimento muto e invisibile tra due donne che condividono, seppur da sponde opposte, un segreto che soltanto una di loro conosce nella sua interezza.
“Buongiorno” risponde Clara, con una voce che appare insolitamente ferma, cristallina, sicura di sé, persino più calda e profonda rispetto al giorno precedente.
Mentre il treno continua la sua corsa inarrestabile attraverso le distese bianche e infinite della Siberia, Clara torna a guardare fuori dal finestrino, osservando affascinata la neve immacolata che si perde all'orizzonte sotto il cielo d'argento.
Non è più la stessa donna grigia e timorosa che era salita su quel convoglio giorni prima; ha scoperto, esplorato e conquistato un angolo nascosto, luminoso e ribelle di sé, un fuoco interiore capace di ardere con forza inesauribile anche nel cuore del ghiaccio più profondo del mondo.

Vacca 24
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