COPPIA FELICE
Himeros78
Sono una donna che all’apparenza ha tutto sotto controllo: professionista affermata, madre di un bambino di quattro anni, moglie innamorata e complice. Quello che non si vede a prima vista è che vivo di segreti. Segreti che non mi schiacciano, anzi, mi eccitano. Segreti che ormai non appartengono solo a me, perché il mio uomo li conosce bene e li gode fino in fondo, ogni volta che glieli racconto. Quella mattina, entrando in ufficio, sentivo già il battito accelerato. La gonna un po’ più corta del solito, la camicetta che lasciava intravedere il reggiseno nero di pizzo e il profumo che sapevo avrebbe inebriato chiunque si fosse avvicinato troppo. Non avevo neanche fatto in tempo a sistemarmi alla scrivania che il mio capo mi fece cenno dalla porta del suo ufficio. Il suo sguardo era già una promessa.
Chiusi la porta alle mie spalle. Lui non perse tempo. «Sai perché ti ho chiamata?» chiese con quel mezzo sorriso che ormai mi faceva bagnare solo a guardarlo. «Per farmi lavorare duro?» risposi con finta ironia e, prima ancora di finire la frase mi aveva già spinta contro la scrivania. Le sue mani scivolarono veloci sotto la mia camicetta, trovando i miei capezzoli tesi. Io ansimai piano, fingendo una resistenza che in realtà non avevo nessuna intenzione di opporre. «Se qualcuno ci sente…» mormorai, più per gioco che per paura. «Non mi interessa» ringhiò, abbassandomi la gonna con uno strappo, «tu sei qui per farti scopare come piace a me.»
Il legno freddo della scrivania mi graffiava le cosce nude mentre lui mi apriva le gambe. Le mutandine scivolarono via e due dita entrarono in me senza esitazione. «Sempre pronta…» sussurrò al mio orecchio, «troia mia.» Un gemito mi sfuggì nonostante cercassi di trattenerlo. Sentivo il calore che mi esplodeva dentro, il respiro che si faceva corto, l’odore del suo dopobarba mescolato al mio sesso. Quando mi penetrò, lo fece con una forza animalesca. Ogni colpo faceva tremare la scrivania, ogni spinta mi piegava in avanti, costringendomi a guardare il mio riflesso nel vetro della finestra. «Guarda come ti scopo…» mi ordinava tirandomi i capelli. «Sì… più forte…» gemevo, senza freni, mentre lui mi usava come la sua puttana personale. Non so quanto durò, ma uscii da lì con le gambe che ancora tremavano e le cosce umide, incapace di pensare a nient’altro se non al momento in cui avrei potuto raccontare tutto a mio marito.
Il vero orgasmo mi aspettava a casa. Lui era già lì, nudo sul divano, con lo sguardo acceso e famelico. «Allora?» mi chiese senza bisogno di spiegazioni. Mi inginocchiai davanti a lui, sorridendo maliziosa. «Vuoi sapere dove mi ha presa oggi?» «Dimmi ogni dettaglio.» Iniziai a raccontare tutto, parola per parola, mentre la mia bocca si apriva su di lui. «Mi ha messo contro la scrivania, ha strappato le mutandine, mi ha fatto urlare come una puttana…» Lui gemeva piano, ma voleva di più. La sua mano afferrò i miei capelli, costringendomi a fermarmi. «Non solo con la bocca. Sali sopra di me e raccontamelo mentre ti scopo io.»
Mi accomodai su di lui, scivolando lentamente dentro di me. Iniziai a muovermi piano, stringendolo forte tra le cosce. «Poi mi ha preso da dietro… così…» ansimai, mentre lo cavalcavo. «Continua…» mi incitava, affondando le mani sui miei fianchi. «Ogni colpo faceva tremare la scrivania… mi tirava i capelli… mi diceva di guardarmi mentre mi scopava…» Ogni parola accendeva il suo corpo e il mio, fino a quando non seppi più distinguere se stavo godendo per la memoria dell’ufficio o per l’uomo che in quel momento mi scopava sul divano. Era come vivere la stessa scena due volte, moltiplicata, amplificata, sporca e bellissima. Urlai il suo nome mescolato ai ricordi del mio capo e venni forte, graffiandogli il petto e bagnandomi sopra di lui. E questo è il segreto che condivido con l’uomo che amo.
Capitolo 2 – Lui
Sono un uomo che non ha mai amato le mezze misure. Ho una moglie che adoro e che mi fa impazzire ogni volta che mi racconta le sue avventure, ma non mi limito certo ad ascoltare. Anch’io ho i miei segreti da condividere con lei, perché la nostra complicità vive di fantasie che diventano carne. Una sera, a casa di conoscenti, la tensione con lei – la moglie di un amico – era già nell’aria da tempo. Non era il mio migliore amico e forse proprio questo rendeva tutto più facile, più sporco. Bastò uno sguardo più lungo del normale, un bicchiere di vino scivolato tra le mani, una risata che sapeva di promessa. Quando uscii in terrazza per fumare, lei mi seguì. Restammo qualche secondo in silenzio, il suo profumo mescolato al fumo, il suo corpo troppo vicino al mio.
«Sai che non dovremmo?» mormorò con un filo di voce. «Proprio per questo lo vogliamo» le risposi e la presi per i fianchi, baciandola con la fame che avevo dentro da settimane. Il bacio diventò subito più profondo, le mani scivolarono sotto il vestito, trovando la pelle calda e la voglia che non aspettava altro. Si piegò contro il muro, il respiro affannoso, e quando infilai la mano tra le sue cosce trovai già l’umidità che tradiva la sua attesa. «Non dirmi che non ci hai mai pensato» le sussurrai all’orecchio. «Ogni volta che vi guardo insieme» ammise lei con un gemito strozzato. La presi lì, in piedi, con il rischio che qualcuno potesse sorprenderci da un momento all’altro. Ogni spinta era trattenuta per non fare rumore e proprio questo rendeva tutto più proibito e irresistibile. Lei si stringeva a me, mordendomi il collo per soffocare i gemiti, mentre io non pensavo ad altro che al momento in cui avrei raccontato tutto a mia moglie, sapendo che si sarebbe eccitata tanto quanto me. E infatti quella notte, sdraiati insieme, le confessai ogni dettaglio. Vidi nei suoi occhi non gelosia, ma brama. Si accese come un fuoco e mi prese con una passione che non vedevo da tempo. È questo il nostro gioco: vivere le nostre avventure e poi riviverle insieme, scoprendo che l’eros è più potente quando si divide e si racconta.
Un giorno lei andò oltre. Mi chiamò proprio mentre stava per entrare nell’ufficio del capo. La sua voce al telefono era bassa e tremante, già pregna di voglia. «Se vuoi, puoi sentire tutto» mi sussurrò. Non feci in tempo a rispondere che percepii il suono della porta che si chiudeva dietro di lei, poi il rumore dei suoi passi e infine una voce maschile, dura, autoritaria. «Finalmente sei qui… spogliati subito, fammi vedere come ti sei preparata per me.» Io trattenni il respiro e la mano corse al mio cazzo, che già pulsava sotto i pantaloni. «Ha appena strappato la mia camicetta… ora mi piega sulla scrivania» mi raccontava ansimando, e io la sentivo gemere davvero, non era solo per me. Poi arrivò di nuovo la voce del capo, roca e feroce: «Guarda come sei bagnata, sembri nata per essere scopata in ufficio. Apri bene le gambe.» «Oh sì… adesso mi scopa forte, amore, mi prende senza pietà…» la sentivo dire, e tra le sue parole si infilavano i colpi secchi, i gemiti e ancora le frasi di lui che non lasciavano spazio a dubbi: «Sei la mia troia, ti piace farti usare così? Dimmi che sei la mia puttana da ufficio.» «Sì… sono la tua…» urlò lei, e io al telefono quasi esplosi, segandomi con la stessa foga con cui lui la stava possedendo. «Sta tirandomi i capelli, mi costringe a guardarmi nel vetro mentre mi prende… oh Dio, mi viene forte…» Io gemetti nel microfono, incapace di resistere: «Continua, raccontami tutto, voglio sentire ogni colpo, ogni urlo…» E lei obbedì, mentre la voce del capo tornava a farsi sentire: «Non fermarti, vieni per me, vieni come la troia che sei.» Il suono dei loro corpi che sbattevano, il respiro spezzato di mia moglie e i suoi gemiti che diventavano un tutt’uno con la mia masturbazione mi portarono al limite. Esplosi al telefono, la mano sporca e il cuore che martellava, mentre dall’altra parte lei urlava venendo sotto di lui.
Poi la linea cadde per qualche minuto. Rimasi disteso sul letto, ancora ansimante, con la pelle bagnata di sudore e lo sperma che mi colava tra le dita. Quando il telefono squillò di nuovo, il suo nome sullo schermo mi fece tremare. Risposi subito. La sua voce era roca, arsa, ancora carica di orgasmo. «Amore… mi sono appena rivestita… ho le cosce appiccicose, le mutandine distrutte… e sento ancora il suo sperma che cola dentro di me.» Io chiusi gli occhi, stringendo forte il telefono e il mio cazzo già ricominciava a pulsare nonostante fossi venuto da poco. «Raccontami tutto» le dissi, con la voce bassa. «Mi ha preso forte fino all’ultimo, mi ha riempita completamente… quando sono uscita dall’ufficio sentivo le gambe molli, il profumo del suo sudore ancora sulla mia pelle. E il bello è che non vedevo l’ora di dirtelo, di farti immaginare ogni goccia che mi cola tra le cosce.» Gemetti piano, eccitato oltre ogni limite. Lei rise, una risata sporca, felice, complice. «Adesso tornerò a casa con il suo odore addosso… e tu potrai di nuovo scoparmi sentendo quello che mi ha lasciato dentro.» In quel momento capii che non c’era più confine: eravamo marito e moglie, amanti e complici, voyeurs e attori allo stesso tempo. Il nostro desiderio era diventato un filo continuo che ci univa, dalle sue urla nell’ufficio del capo ai miei gemiti sporchi nel letto di casa. E nulla, da quel giorno, fu più come prima.
Capitolo 3 – La babysitter
Chi mi vede per strada non sospetterebbe mai quello che mi passa per la testa. Sono timida, cresciuta in una famiglia cattolica, abituata a vestirmi in modo semplice, casto, quasi severo. Le gonne al ginocchio, le camicette chiuse fino all’ultimo bottone, i capelli raccolti. Un’immagine che racconta poco o nulla del mondo che mi porto dentro. Perché dietro quella facciata da brava ragazza si nascondono pensieri che non avrei mai il coraggio di confessare a nessuno. Fantasie sporche, immagini che mi incendiano di notte, desideri che diventano più forti ogni volta che entro in quella casa. È stata lei a reclutarmi. Bellissima, sicura, elegante. Quando mi ha proposto di occuparmi del bambino, mi ha fissato con uno sguardo che mi ha fatto arrossire, come se sapesse già tutto di me. Lui era lì accanto: uomo deciso, virile, con quell’aria di chi non deve dimostrare niente a nessuno. Li ho osservati fin dal primo giorno e ho capito che non erano una coppia come le altre. C’era un’intesa tra loro che non avevo mai visto prima, una complicità che trapelava dai gesti più banali, dagli sguardi, perfino dal modo in cui lui la sfiorava quando pensava che nessuno li guardasse.
Un pomeriggio, mentre sistemavo la camera, aprii per sbaglio un cassetto e trovai alcuni oggetti che non avevo mai visto da vicino: un paio di manette, un plug, un vibratore. Restai immobile con il cuore che mi martellava in gola. Li toccai piano e già solo quello mi fece arrossire. Chiusi il cassetto di scatto, ma quella sera a casa non riuscii a togliermeli dalla testa. Mi infilai sotto le lenzuola e con la mano iniziai a toccarmi pensando a lui che mi prendeva con forza, mentre lei, bellissima e sorridente, godeva di fianco a me, stringendo quel vibratore tra le cosce. Venne da sé: gemetti forte, bagnandomi come non mi era mai successo prima.
Qualche giorno dopo la scoperta più sconvolgente. Lui aveva lasciato acceso il tablet sul tavolo del soggiorno. Per curiosità lo guardai e trovai una pagina aperta: il “Palco delle esibizioniste” di Annunci69. Rimasi ipnotizzata. C’erano foto di loro due mentre scopavano, immagini esplicite e provocanti, accompagnate da commenti spinti di utenti eccitati che li incitavano a fare sempre di più. Mi sedetti sul divano, incapace di smettere di leggere. Ogni parola era benzina sul fuoco che mi ardeva dentro. Mi infilai una mano sotto la gonna e iniziai a toccarmi lì, scivolando tra le gambe mentre leggevo quei commenti. Mi immaginavo al posto di lei, ripresa mentre godeva sotto di lui, esposta al giudizio di centinaia di sconosciuti che si segavano sulle nostre immagini. Non mi accorsi che la porta si era aperta. Lui era rientrato. Lo vidi solo con la coda dell’occhio, ma non mi fermai. Non potevo. Arrossii fino a sentirmi bruciare il viso, continuando a toccarmi con la testa buttata all’indietro, gli occhi chiusi per la vergogna e il piacere che ormai mi travolgeva. Lui si fermò accanto al divano e la sua voce fu calma, quasi divertita: «Non smettere. Continua.» E io obbedii, gemendo più forte, scivolando sempre più in basso, contorcendomi sul tessuto caldo del divano come se stessi vivendo la scena più naturale del mondo. L’orgasmo mi colpì improvviso e violento. Rimasi ferma, le cosce tremanti, il respiro spezzato, la bocca socchiusa, la mano ancora incollata alla figa bagnata. Non osavo aprire gli occhi, non sapevo come guardarlo. E fu allora che lo sentii muoversi. Aprii appena le palpebre e vidi il suo cazzo duro, lucente, che si avvicinava alle mie labbra. Mi sfiorò con la cappella, come a chiedermi di aprirmi. Io rimasi immobile, la bocca semiaperta e lui ne approfittò, facendomi scivolare dentro piano, sporcandomi con il suo sapore e la sua durezza. Non protestai, non ebbi la forza né la volontà di farlo. Lo succhiai timida e affamata, gli occhi ancora umidi, le guance accese, mentre lui gemeva sopra di me, affondando a ritmo lento ma deciso. Mi teneva i capelli, mi guidava, mi faceva scivolare la lingua su tutta la lunghezza. Sentivo il mio cuore esplodere in petto, il corpo ancora scosso dall’orgasmo che avevo appena avuto. Il colpo finale arrivò rapido. Con un gemito profondo mi riempì la bocca e le guance di schizzi caldi e densi che mi scivolarono addosso, segnandomi come una macchia indelebile. Restai lì, le labbra sporche, il viso rosso, il respiro corto. E lui mi guardò come se fosse stato tutto naturale, come se non ci fosse nulla di strano in quella scena depravata che ci aveva appena uniti. Non riuscivo a togliermi dalla testa quello che era successo sul divano. Lui mi aveva colta sul fatto e invece di sgridarmi mi aveva usata, facendomi assaporare il suo cazzo fino a sporcarmi tutta la faccia. Pensavo che fosse un segreto da tenere tra noi, ma mi sbagliavo. Qualche giorno dopo capii che anche lei sapeva tutto.
Eravamo sedute insieme in salotto. Io cercavo di mostrarmi naturale, ma dentro ero un turbine di vergogna e desiderio. Lei mi guardava con quegli occhi che sembravano leggermi dentro e a un certo punto si avvicinò, posando la mano sulla mia coscia. Sentii il cuore accelerare, il sangue che mi correva nelle vene. Non riuscii a muovermi. «Sai che so, vero?» mi chiese con voce bassa. Abbassai lo sguardo e non risposi. Lei sorrise, un sorriso lento, sensuale, e prima che potessi reagire le sue labbra erano già sulle mie. Mi baciò con la lingua, decisa, invadente, facendomi cedere subito. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare, assaggiando il suo sapore, il suo respiro caldo che si mescolava al mio. Poi mi fece alzare. Io rimasi immobile in piedi davanti a lei, che era rimasta seduta sul divano come una regina che stava per concedersi un gioco nuovo. Mi fissava dritta negli occhi, mentre con calma faceva scivolare la mano sotto la mia gonna. Non ebbi la forza di fermarla, non volli nemmeno provarci. Le sue dita incontrarono subito il tessuto delle mie mutandine e quando iniziò a massaggiarmi lì sopra sentii un brivido attraversarmi tutta. Il calore si fece immediato, mi bagnai in un attimo e un sospiro mi sfuggì dalle labbra senza che riuscissi a trattenerlo. «Così…» mormorò, mentre continuava a sfiorarmi e io arrossii ancora di più, il viso infuocato, le gambe che tremavano. Ogni suo tocco era un colpo diretto al mio ventre e le mutandine si inzuppavano sempre di più. Sentivo le cosce che tremavano, il fiato corto, i sospiri che diventavano gemiti appena trattenuti. Lei continuava a massaggiarmi con calma, il viso rilassato, lo sguardo sicuro di chi sa di avere tutto il controllo. Io ero rossa, persa, incapace di smettere di muovermi contro la sua mano. Poi, all’improvviso, smise. Ritirò lentamente la mano dalla mia gonna e se la portò alle labbra, assaggiando appena l’umidità che mi aveva strappato. «Sei dolce» mormorò, guardandomi dritta negli occhi. Io restai immobile, con il respiro ancora spezzato e il corpo che chiedeva di più.
Lei sorrise, accarezzandomi la coscia con calma. «Non voglio farti venire adesso. Prima devi capire davvero chi siamo.» Mi rimisi a sedere accanto a lei, tremante, cercando di capire se fosse un rifiuto o una promessa. Lei si avvicinò al mio orecchio e sussurrò piano, con voce calda: «Se lo vorrai, potrai guardarci. Guardarci scopare, senza veli, senza limiti. E allora capirai tutto.» Il cuore mi esplose in petto. Mi morse il labbro con dolcezza e si rialzò, lasciandomi sul divano con le mutandine bagnate e il desiderio in gola. Non mi aveva dato l’orgasmo, ma mi aveva regalato qualcosa di più: una porta socchiusa su un mondo che sapevo mi avrebbe travolta. Rimasi ferma, incapace di parlare, il viso ancora arrossato e le cosce umide. E fu allora che mi colpì un pensiero sconvolgente: tutti i sogni più sporchi, quelli che per anni avevo coltivato di nascosto sotto le lenzuola, toccandomi da sola al buio, ora stavano prendendo forma davanti a me. Ero entrata davvero dentro le mie fantasie più proibite.
Capitolo 4 – Occhi
Quella sera ricevetti un messaggio che mi tolse il respiro: “Se vuoi, vieni. La porta sarà socchiusa. Il bambino dorme di sopra. Nasconditi dietro il setto tra salotto e cucina. Non fare rumore. Solo guarda, toccati e poi vai via.” Il cuore prese a battermi così forte che pensai di non riuscire a uscire di casa. Mi guardai allo specchio: avevo addosso solo una maglietta corta, senza reggiseno e un pantaloncino con l’elastico. Non mi cambiai. Non volevo perdere tempo. Uscii così, con i capezzoli che già si intuivano sotto il tessuto leggero e la testa piena di fantasie sporche. Quando entrai, trovai davvero la porta socchiusa. Camminai in punta di piedi, il fiato corto e mi sistemai dietro il setto come mi era stato detto. Appoggiai la schiena al muro e sbirciai. Quello che vidi mi paralizzò e mi accese nello stesso istante.
Lei era stesa sul divano, nuda, con le gambe spalancate. Lui era in ginocchio tra le sue cosce, la lingua che le lavorava la figa lucida, le dita che la aprivano senza pudore. I suoi gemiti riempivano la stanza, un misto di piacere e ordine sporco: «Più forte, sì, fammi godere così» sussurrava con tono sommesso. Il mio respiro divenne immediatamente affannoso. Con una mano mi presi un seno sotto la maglietta, lo strinsi, giocando con il capezzolo già duro. L’altra scivolò dentro i pantaloncini, oltre l’elastico, trovando subito la figa calda e bagnata. Mi massaggiai il clitoride senza smettere di guardarli. Ogni colpo di lingua, ogni spinta di dita dentro di lei, diventava il mio ritmo. Quando lui la penetrò con un colpo secco, vidi la sua espressione cambiare, la testa buttata all’indietro, la bocca che gridava: «Sì! Scopami!» Il suono dei loro corpi che sbattevano era chiaro, reale, sporco. Io infilai due dita dentro di me e mi contorsi piano, mordendomi il labbro per non urlare.
Non c’era più pudore. Li guardavo come una drogata, la mia mano stringeva il seno, le dita affondavano nella figa fradicia e sentivo il piacere crescere come un’esplosione imminente. Lui la prendeva forte, le teneva i capelli e le urlava: «Dimmi che sei la mia troia!» e lei, con il viso stravolto dal piacere, gemeva: «Sì, sono la tua troia, scopami più forte!» Quelle parole mi fecero venire un brivido violento. Il mio corpo si piegò in avanti, le cosce tremarono, le dita scivolarono più a fondo e l’orgasmo mi travolse. Mi strinsi la bocca con la mano libera per non gridare, ma le gambe cedettero e rimasi piegata contro il muro, bagnata, sudata, con il viso rosso di vergogna e godimento. Restai qualche istante immobile, ancora tremante, gli occhi lucidi e la mano sporca della mia umidità. Li osservai un’ultima volta, mentre lui la prendeva con violenza e lei urlava senza freni. Poi, come da istruzioni, raccolsi le forze, mi ricomposi alla meglio e sgattaiolai fuori dalla porta, con la sensazione che niente, nella mia vita, sarebbe mai stato lo stesso.
Capitolo 5 – Mani
Il messaggio arrivò secco e preciso: “Stasera vieni. La porta sarà socchiusa. Dentro troverai una sedia al centro del salone. Spogliati, siediti, bendati. Non parlare. Non muoverti.” Quando entrai, la scena era già pronta. Al centro del salone c’era una sedia e sopra, piegata con cura, una benda nera. Mi tremavano le mani mentre chiudevo piano la porta alle mie spalle. Mi spogliai lentamente, fino a restare completamente nuda, con la pelle che bruciava di vergogna e desiderio. Poi presi la benda, la legai forte dietro la testa e mi sedetti. Il silenzio era assordante. Sentivo solo il mio respiro, il battito del cuore che mi martellava nel petto, le cosce già umide contro il legno della sedia. Rimasi così per un tempo che non so misurare, finché le sentii: le loro voci, i loro passi. Non erano solo due. C’era anche un’altra voce maschile.
Il primo suono fu un gemito soffocato, poi il rumore inconfondibile di un pompino dato senza tregua. «Apri bene la bocca, così, brava» ordinò una voce roca. La immaginai inginocchiata, la testa guidata da mani forti, la bocca riempita da un cazzo duro che le spingeva fino in gola. Mi portai istintivamente una mano al seno, lo strinsi, giocando con il capezzolo teso. L’altra mano scivolò tra le gambe, fino a raggiungere la fica calda e bagnata. «Piegati, puttana» disse un’altra voce. Subito dopo sentii lo schiocco dei colpi, la carne che sbatteva forte. Lei gemeva con la bocca ancora piena, soffocata e felice, mentre uno la scopava da dietro. Il suono delle sculacciate rimbombava nel salone. «Più forte, scopami così!» urlava lei prima che quello davanti le catturasse la bocca con la lingua. Io, bendata e nuda sulla sedia, mi contorcevo. Una mano stringeva il seno, l’altra scivolava dentro di me, le dita che affondavano veloci. Sentivo il piacere crescere, le cosce che tremavano, i gemiti che mi scappavano nonostante cercassi di soffocarli. Loro sapevano che c’ero ed il pensiero mi eccitava ancora di più. «Brava, cavalca!» gridò una voce maschile. E io la immaginavo sopra di lui, i capelli scompigliati, le tette che rimbalzavano, mentre un altro le ficcava la lingua in bocca e le sculacciava le chiappe rosse. Era un’orgia, un delirio ed io ero parte di quella scena solo con l’udito e con le mie mani che non si fermavano più. Le voci si fecero più concitate, i gemiti più alti. Sentii lo schiocco delle sculacciate che si alternava ai colpi profondi e la sua voce rotta che gridava: «Sì, così! Scopami più forte!» Immaginai lei che cavalcava quel cazzo con la bocca spalancata, le tette che rimbalzavano, il viso stravolto dal piacere. Poi un urlo più acuto, gutturale, mi fece sussultare: stava venendo. E nello stesso istante una voce maschile esplose: «Prenditi la mia sborrata in faccia!» Sentii il rumore sporco, gli schizzi, i gemiti che si accavallavano. Lei godeva come una pazza, urlando e tremando, mentre il viso si sporcava di seme caldo. «E adesso fatti leccare la lingua piena» disse lui ancora ansimante.
Credevo fosse finita, invece i loro passi si avvicinarono. Il cuore mi esplose in gola quando percepii la loro presenza intorno a me. Qualcuno mi aprì piano le cosce e la lingua calda della moglie mi raggiunse, iniziando a leccarmi la fica con decisione. Mi contorcevo sulla sedia, incapace di credere che stesse davvero accadendo. Le sue labbra morbide, la sua lingua che mi penetrava, le sue mani che mi tenevano ferma. Un altro si chinò su di me: riconobbi il sapore di sperma nella sua bocca quando mi baciò. Mi succhiava la lingua, mi mordeva le labbra, mentre le sue mani esploravano ovunque, stringendo i miei seni, accarezzandomi la pelle calda e umida. Il terzo non perse tempo: sentii la punta calda del cazzo appoggiarsi sulla mia guancia. Aprii appena la bocca per respirare e lui si segava lì vicino, sfiorandomi, sporcandomi con le sue gocce. Era come se il mondo intero mi stesse usando e io stringevo le mani alla sedia per non volare via. Il piacere mi devastò. Urlai: la figa che esplodeva sotto la lingua della moglie, il corpo in preda a scosse incontrollabili, mentre il terzo gemette e mi schizzò sul viso, riempiendomi le guance, la bocca semiaperta, i capelli. Restai lì, nuda, bendata, sporca e ansimante, con il seme che mi colava e la bocca che tremava di piacere. Ero andata oltre ogni limite. Ormai sapevo che non avrei più potuto fermarmi.
Capitolo 6 – Corpi
Quella sera non mi mandarono un messaggio, vennero a prendermi direttamente. Non dissero dove saremmo andati, io mi lasciai guidare. L’auto correva nel buio e, quando si fermò, capii subito che non eravamo in città: il rumore del mare, l’odore di salsedine e resina, una pineta che si apriva davanti a noi. Quando arrivammo alla pineta, lui spense il motore ma lasciò accesi i fari, puntandoli verso lo spiazzo tra gli alberi. La luce bianca squarciava il buio e sembrava un palcoscenico pronto per noi. Io rimasi in macchina, con il cuore che batteva all’impazzata. La vidi piegarsi subito sul cofano, la pelle nuda illuminata dai fari, le mani che stringevano il metallo freddo. Lui la prese con forza da dietro, il suo cazzo che affondava in lei a colpi violenti, facendola gemere e urlare. Io potevo guardarla negli occhi attraverso il parabrezza: il viso stravolto di piacere, i capelli scompigliati, la bocca aperta che mi chiamava senza parole.
Mi toccai piano sopra i jeans, incapace di staccare lo sguardo. A un certo punto lei alzò il viso, mi fissò e mi fece un cenno chiaro con la mano: vieni. Mi mancò il fiato. Uscii dall’auto tremando, il cuore in gola. Mi avvicinai davanti al cofano e lei mi prese subito la testa tra le mani e mi spinse verso di lui. Mi inginocchiai accanto a lei e insieme iniziammo a prenderlo in bocca. I fari ci illuminavano senza pietà: due bocche assetate che si dividevano lo stesso cazzo, le lingue che si incrociavano, la saliva che colava. Lui gemette forte, ci teneva entrambe per i capelli, guidava i nostri movimenti, ci faceva alternare sul suo cazzo duro e noi ci guardavamo negli occhi mentre lo succhiavamo insieme. Sentivo la sua lingua sulla mia, il suo respiro caldo, e capii che ormai ero dentro al gioco fino in fondo.
Poi mi prese per le braccia e mi piegò sul cofano, accanto a lei. Le nostre guance si sfioravano, i nostri gemiti si mescolavano. Lui entrò in me con la stessa forza con cui scopava la moglie prima: le mani sui miei fianchi, i colpi profondi che mi facevano tremare le gambe. Lei mi baciava sul collo, mi mordeva le spalle e, con la mano, mi accarezzava il clitoride mentre lui mi possedeva senza pietà. Fu allora che li percepii. Non li vidi mai, ma sapevo che c’erano. Tra gli alberi, appena oltre il fascio dei fari: respiri affannosi, il rumore secco di rami calpestati, il ritmo sordo delle mani che si muovevano sui cazzi. Non osavano avvicinarsi, non parlavano, ma erano lì: guardoni nascosti che si segavano in silenzio mentre noi tre scopavamo sotto la luce cruda dell’auto. Il pensiero mi devastò. Mi piegai di più, offrendo il corpo a lui e agli sguardi invisibili. Urlai quando venni, un orgasmo violento che mi fece graffiare il cofano con le unghie. Lui scopava me e baciava lei, poi lei succhiava le mie tette e gemeva nel mio orecchio. E dietro di noi, nel buio, uomini sconosciuti si sporcavano godendo della nostra scena.
Restai distesa sul cofano, il respiro ancora spezzato, la pelle appiccicata di sudore e piacere, le cosce tremanti per gli orgasmi che mi avevano attraversata. Loro due mi strinsero tra i corpi e dietro di noi il buio taceva: sapevo che i guardoni se n’erano andati, saziati e sporchi del nostro spettacolo. Chiusi gli occhi e un pensiero mi colpì con forza. Per anni avevo creduto che la sessualità fosse peccato, che ogni desiderio fosse qualcosa da reprimere, da nascondere sotto il peso delle preghiere. Ma quella notte, nella pineta, illuminata dai fari e circondata da respiri invisibili, avevo capito la verità: il piacere non è peccato, è libertà. Libertà di essere corpo e carne. Libertà di donarsi e ricevere senza colpa. Libertà di ridere e gemere senza chiedere perdono. I costrutti con cui ero cresciuta si sgretolavano uno ad uno e, dalle macerie, nasceva la mia vera natura: una donna che gode, che sceglie, che si lascia attraversare dal desiderio senza paura di essere giudicata. Quella sera non avevo solo scopato. Ero rinata.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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