Lui & Lei
LA VIBRAZIONE DEL MERCOLEDÌ (preview)
Himeros78
22.12.2025 |
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Lei legge, le pupille si dilatano come se qualcuno avesse spento la luce e acceso un incendio, rilegge una seconda volta, poi una terza..."
LA VIBRAZIONE DEL MERCOLEDÌLui aveva quarantasette anni e la capacità innata di sembrare sempre in controllo.
Una moglie che conosceva da una vita, due figli che riempivano la casa di rumori prevedibili, un lavoro che gli dava soddisfazioni misurate.
La sua esistenza era un tessuto ben cucito, senza strappi visibili.
Eppure, dentro, c’era un filo tirato fin troppo, una tensione costante che non riusciva più a ignorare.
Lo capiva la mattina, quando si guardava allo specchio e vedeva un uomo che faceva tutto nel modo giusto e che proprio per questo stava perdendo qualcosa di sé.
Non desiderava innamorarsi, non desiderava fuggire, desiderava una fessura, un punto di cedimento, un luogo dove potersi lasciare andare senza che nessuno potesse riconoscerlo.
Scaricò l’app di notte, nel silenzio del corridoio, mentre tutti dormivano.
Non sapeva esattamente cosa cercasse, sapeva solo di non voler più essere così, composto.
Lei aveva quarantadue anni e il talento naturale di sostenere il mondo sulle spalle senza farlo pesare a nessuno. Una donna che tutti definivano affidabile, solida, di buon senso.
Una madre presente, una moglie educata, una professionista impeccabile.
Era così perfetta da risultare trasparente e da mesi, quella trasparenza la soffocava.
Nessuno immaginava la fame che le scorreva sotto la pelle, non una fame romantica, non un bisogno di fuga: un desiderio grezzo, fisico, animalesco, che aveva imparato a nascondere sotto maglioni puliti e sorrisi educati.
La sera, quando la casa si acquietava, lei restava sveglia, non per tristezza: per inquietudine, per una vitalità compressa che non sapeva dove infilare.
Una sera, mentre il marito russava piano accanto a lei, aprì l’app store e scaricò un’app di incontri solo perché voleva vedere se c’era qualcuno che potesse accorgersi della sua febbre.
Non pensava di usarla, non pensava di rispondere a nessuno, voleva solo sentire l’attrito della possibilità contro la pelle. La scaricò senza convinzione, quasi per sfida al proprio riflesso. Aveva promesso a sé stessa che non avrebbe scritto, che non avrebbe cercato, che non avrebbe osato.
Nero47: «Non cerco compagnia, cerco qualcuno che non abbia paura.»
Vela42: «Non ne ho, non più.»
Nero47: «Voglio una donna che non mi chieda nulla, che non voglia attenzioni, solo il resto.»
Vela42: «Voglio la stessa cosa, non dolcezza, non conversazioni, voglio l’impulso. Non so perché ti ho aperto. Forse perché sembri il tipo che non perde tempo.»
Nero47: « Non ti conosco e non voglio conoscerti, non mi interessa chi tu sia, cerco una parte di me ed ho bisogno di te per trovarla.»
Vela42: «Allora sei qui per il motivo giusto.»
La risposta arriva lenta, come se lei la stesse scegliendo con attenzione, assaporandola.
Vela42: «Se cerchi una parte di te, non vuoi qualcuno che ti somigli, vuoi qualcuno che ti spinga, qualcuno che ti faccia uscire da dove ti sei nascosto.»
Vela42: «E io posso farlo, ma solo se smetti di proteggerti con le parole.»
Nero47: «Tu puoi farlo solo se cerchi quello che hai perso, se è dentro di me, solo se posso essere il tuo specchio, dissoluto, vigliacco, vero.»
Vela42: «Dissoluto, vigliacco, vero. Sai qual è la cosa che mi colpisce? Che non parli di quello che vuoi fare a me. Parli di quello che vuoi vedere di te stesso dentro di me. E questo mi eccita in un modo che non ammetterei fuori da qui. Mostrami quella parte tua, io la cerco, la sfioro e te la rimando indietro amplificata.»
Nero47: « Lasciati catturare, dominare e ti restituirò la bellezza che ti acceca.»
Vela42: «Dominarmi? Non sai quanto quella parola mi scivola sotto la pelle, adesso. Ma non fraintendermi: non cerco un padrone, cerco qualcuno che mi prenda nel punto giusto, dove non controllo più niente, dove la mia parte più pulita si arrende a quella più sporca. Se vuoi catturarmi, fammi una cosa: dimmi da dove inizia la tua dominazione, qual è il primo gesto, la prima parola, la prima intenzione con cui mi spezzi la difesa.»
Nero47: «Dove inizia il mio dominio? Da questa parola: buonanotte.»
Vela42: «Buonanotte? Sai cosa c’è di perverso? Che una parola così innocente, detta da te, suona come: vai a letto pensando a me, portami con te sotto le lenzuola, ripeti il mio nome senza dirmelo. Mi hai detto buonanotte e io mi sono sentita presa più di quanto avresti fatto toccandomi la gola. Vuoi sapere cosa faccio adesso, Nero47? Obbedisco.»
Vela42: «Fammi entrare nel tuo buio, Nero, che io al buio ci vedo benissimo.»
Lei rimase a guardare il telefono mentre compariva offline accanto al suo nome, ci rimase male e capì che era proprio quella sensazione che le diceva che, già in qualche modo, gli apparteneva.
Lui appoggiò il telefono sul tavolo, sentiva il cuore come se avesse vent’anni, ma con la lucidità di un uomo che ne aveva quasi cinquanta.
Quelle parole li avevano già incastrati ad entrambi. Troppo rapide, troppo spontanee, troppo vere per due adulti abituati alla prudenza, due anime che avevano passato anni a trattenersi.
Per due giorni lui non si fece sentire, lei aspettava. La notifica arrivò nel tardo pomeriggio, mentre lei era seduta in macchina fuori da scuola, in quell’ora grigia e banale che di solito non vibra di niente.
Nero47: «Voglio penetrare nelle tue crepe, invaderti.»
Lei legge il messaggio e si ferma. Le dita sul volante diventano più strette.
Ci mette un minuto intero a rispondere, non perché esiti, perché sente qualcosa scendere a fondo.
Vela42: «Penetrare nelle mie crepe, invadermi. Sai qual è la parte che mi smonta davvero? Che tu non vuoi prenderti quello che mostro. Vuoi entrare dove nascondo il resto. E io non dovrei permetterlo. Ma l’idea che tu riesca a vedere proprio dove mi spacco mi fa aprire le gambe senza che me ne accorga. Invadimi, allora, ma non restare sulla superficie, Nero. Fammi male nel punto dove nessuno ha mai osato toccare.»
Nero47: «Quello che ti fa sentire troia, scelta, donna, piena?»
Il messaggio la attraversa come un brivido sordo, caldo, preciso, troia, scelta, donna, piena.
Quattro parole che nessuno le ha mai dato insieme, quattro chiavi che le aprono l’addome, la gola, la memoria, la fame.
Risponde piano, come se stesse togliendosi un indumento alla volta.
Vela42: «Tu non sai cosa mi fa quella frase, oppure lo sai troppo bene. Troia detta da te non mi sporca, mi libera, mi ricorda chi sono quando smetto di essere perbene. Scelta? Sì, perché io potrei ignorarti, potrei sparire, potrei chiudere questa app e invece ogni volta che scrivi mi si apre qualcosa che non voglio richiudere. Donna e piena, piena come non mi sento da anni, piena di desiderio, di immaginazione, di attesa. Piena di te, anche se non ti ho mai toccato.»
Si morde il labbro e poi continua.
Vela42: «Vuoi farmi sentire troia? Allora dimmi come mi prenderesti per farmici diventare davvero.»
Nero47: «Da dietro, ti allargo le chiappe con le mani e te lo infilo tutto nel ventre, ti sento tremare.»
Lei legge, le pupille si dilatano come se qualcuno avesse spento la luce e acceso un incendio, rilegge una seconda volta, poi una terza. Ogni volta più bagnata, più nuda, più esposta.
E poi risponde, non subito, non di getto, ma come una donna che accetta di farsi attraversare.
Vela42: «Da dietro, le mani che mi aprono, il tuo cazzo che mi entra così a fondo. Sai cosa mi fa tremare davvero, Nero? Non quello che fai, ma come lo fai, senza chiedere il permesso, senza esitazioni, senza paura di vedere cosa divento quando mi spezzi. Il tuo cazzo che mi entra tutto, che mi riempie fino a farmi perdere equilibrio, che mi scava fin dentro la voce. Quando mi allarghi le chiappe con le mani io non tremo per il dolore, tremo perché capisco che mi vuoi davvero. E dopo che mi senti tremare, cosa mi fai?»
Nero47: «Ti prendo per la nuca e ti porto giù, senza darti il tempo di pensarlo. Voglio sentire la tua resa, voglio la tua bocca calda che mi accoglie come se fosse inevitabile. Voglio vederti guardarmi dal basso mentre ti prendo tutto ciò che puoi dare e voglio che tu lo chieda con gli occhi, non con le parole.»
Vela42: «L’idea di guardarti dal basso, senza difendermi, mentre tu prendi tutto quello che vuoi, mi fa un effetto che non dovrei confessare a nessuno. Non avrei mai creduto di poter desiderare qualcuno che vuole il mio silenzio più delle mie parole. E ora dimmi: quanto devo aspettare prima di ritrovarmi davvero sotto di te?»
Nero47: «Dov'è la tua mano ora?»
Vela42: «È dove non dovrebbe essere mentre ti rispondo.»
Nero47: «La tua mano deve continuare a fare quello che ora vuoi, quello che voglio e, quello che voglio è che tu goda.»
Vela42: «La mia mano continua perché il tuo desiderio mi attraversa più del mio. E adesso dimmi tu una cosa: come vuoi sentirmi quando comincio davvero a cedere?»
Nero47: «Scrivilo appena un istante prima poi abbandonati, io saprò che mentre leggo stai vibrando di un orgasmo mio. Attendo.»
Ci fu una lunga pausa, le due chat aperte dicevano più di ogni parola, tutto era in attesa e l’attesa, si sa, non è vuota, è densa di desiderio, di connessione autentica, di emozione che s’impasta nel ventre e scende tra le gambe.
Vela42: «Nero…io…eccomi…sto venen…»
La chat resta muta. Due giorni che non erano due giorni: erano un territorio, un paesaggio fatto di sospensione, di pensieri che ronzavano sotto la pelle, di sguardi fissi sul telefono che diventavano una forma di respiro trattenuto.
Lui non scrisse, non per gioco, non per strategia, ma perché sentiva che qualcosa dentro di sé stava cambiando, diventando più denso, più pericoloso. Una specie di energia naturale, grezza, primitiva, che aveva paura di liberare troppo presto. Era un’energia che non aveva nulla a che vedere con l’adrenalina giovanile: questa era adulta, scura, quasi rituale, una spinta dal basso ventre che gli diceva: aspetta, non rubare il momento, lascialo maturare sotto la pelle.
E lui lo fece, frequentava la vita normale: le riunioni, il traffico, la cena a tavola, ma ogni gesto sembrava impregnato di una vibrazione che non riusciva a contenere.
Sapeva che quel silenzio stava caricando una molla e sapeva che quando l’avrebbe rilasciata, sarebbe traboccata tutta insieme.
Lei, invece, viveva il silenzio in modo diverso, non se lo aspettava, non lo aveva previsto e proprio per questo, la feriva nel punto più intimo e la eccitava nello stesso momento.
Apriva la chat diverse volte al giorno, forse troppe e ogni volta sperando in quell’icona blu, in quel numero rosso, in quel piccolo miracolo quotidiano chiamato “un messaggio non letto”.
Ogni volta niente e ogni volta il petto le si stringeva, ma non nell’ansia, nella necessità.
Perché quella mancanza di risposta aveva un significato preciso: lui non stava giocando, stava trattenendo il suo desiderio, stava affilando le parole. Stava costruendo una tensione che la rendeva folle, ipersensibile, lucida come una lama.
La notte, guardava la chat aperta sullo schermo illuminato, il letto accanto al marito che dormiva, le sue gambe che si stringevano da sole.
Una sera poi, mentre lei sparecchia la tavola e il marito parla di qualcosa che non ascolta, il telefono vibra piano. È un solo messaggio, corto, preciso, inquietante nella sua calma.
Nero47: «Stazione Centrale, cassetta di sicurezza 108, Codice 6174, ritira il contenuto.»
Cassetta 108, non un numero scelto a caso: 108 è il numero dei desideri, dei grani dei mala tibetani, della completezza anatomica nel Tantra. Il numero delle trasformazioni, dei nodi sciolti, del ritorno a sé.
6174, il numero di Kaprekar, il numero che torna sempre a sé stesso, qualunque cifra gli dai, un numero che scava, disfa e ricompone.
Lei lo legge una sola volta e capisce tutto.
Vela42: «Ok.»
...
Tratto da "Gocce di Peccato - Perle di Donna" di Himeros M.
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