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MOGLIE, MAMMA, TROIA (preview)


di Membro VIP di Annunci69.it Himeros78
22.12.2025    |    7.032    |    8 9.6
"Le sue mani trovarono il mio seno, la mia gonna, la mia figa, già bagnata, già colpevole..."
MOGLIE, MAMMA, TROIA

CAPITOLO 1

Mi scavava nella carne e più sentivo quel dolore, più lo desideravo.
Mi chiamo Rosanna, una moglie, una madre, una troia.
Mi chiamo Rosanna ed ero una donna qualunque, come nessuna donna dovrebbe essere.
Tutte cose che non avrei mai voluto essere e che invece sono diventata lo stesso.
Una volta credevo nel sogno: fidanzata, innamorata, illuminata dal riflesso zuccheroso delle favole che raccontano alle ragazze per tenerle buone. Avevo ventotto anni, in un paesino ai piedi del Gran Sasso, di quelli che per trovarli devi sbagliare strada. E io avevo sbagliato tutto.
Con lui facevo l'amore e alimentavo quel sogno. Lui nutriva me e la mia illusione. La casa era pronta, la data fissata, sei mesi e il sogno sarebbe diventato carne.
Ma lui faceva l'amore anche con altre. Il mio sogno era solo mio. Lui era già chiunque, come nessun uomo dovrebbe essere.
Poi fu lo scandalo: il matrimonio annullato, il sogno sbriciolato. La polvere di quel sogno mi scavò dentro.
In quel vuoto entrò mio marito. Ingegnere della qualità, camicia a righe, maniche corte, pancetta da scrivania, collo liscio solo per un paio di giorni dopo il barbiere. Affidabile, un buon partito. Il chiunque a cui non puoi dire no. Anche se io non dissi mai sì.
Una o due volte al mese mi accarezzava nel buio.
Mi saliva addosso e io abbassavo le mutande in fretta, come si fa con una medicazione dolorosa: via subito, perché passi in fretta. Infilava il suo pisello leggermente storto a destra e dopo pochi colpi emetteva un sospiro strozzato. Si voltava e dormiva. Io mi pulivo e lo guardavo. Sconosciuti, entrambi.
Ma almeno era breve: il mio dovere compiuto, il sacrificio sopportabile.

Ero bella, con occhi neri e profondi, snella e formosa.
Il mio corpo cominciò a cambiare prima ancora di restare incinta: niente cura di me, solo faccende, casa, silenzi. Fuggivo lo specchio all'ingresso, passarci davanti era come sfiorare una ferita.
La gravidanza mi sformò ancora di più. Ma la grazia, quella innata, non se ne andò. La sensualità non si lava via: rimane nei pensieri, nei sorrisi, nel gesto di una mano o nello sguardo che indugia.
Paola nacque ed era bellissima, l'unico frammento del mio sogno rimasto vivo. Inconsapevole portatrice di un motivo. Lei riempiva l'aria.
Le donai la mia grazia, ma dal primo giorno mi sentii in colpa.
Paola aveva bisogno d'amore e io non mi amavo. Come avrei potuto amarla? Cosa avevo da darle? Il senso di impotenza mi divorava. Dovevo amarla, dovevo amarmi. Era un debito verso di lei e verso me stessa.
Confondere la madre con la donna mi salvò. Mi aggrappai a quella corda tesa verso la luce. Finito l'allattamento, cominciai a cercarmi di nuovo: la cura, le passeggiate, i sorrisi, il risveglio. Durò mesi, continua ancora oggi, che Paola ha compiuto nove anni.
Michele era il fidanzato di mia sorella, più giovane di me. Un tipo tranquillo, educato. Vennero a trovarci un sabato pomeriggio, Paola aveva due anni.
Li invitai a cena. Mio marito ordinò delle pizze. Quando mia sorella chiese di accompagnarlo per fare bancomat, rimanemmo io, Michele e Paola, che già dormiva.
«Stai tornando in forma, Rosanna. Era ora. Sono felice per te.»
Ero di spalle, in cucina. Quelle parole mi inchiodarono: visibile, di colpo, come uno schiaffo che accende la pelle. Provai piacere, imbarazzo, colpa, tutto insieme.
«Grazie» risposi a occhi bassi.
Il frastuono nella mia mente rimbombava. Michele si avvicinò, la sua bocca cercò il mio collo. Gelo, eccitazione, abbandono.
Non dissi no, non potevo, non volevo.
Le sue mani trovarono il mio seno, la mia gonna, la mia figa, già bagnata, già colpevole. Le mutande scivolarono come una resa. Michele tirò fuori il cazzo e mi prese da dietro. Colpi forti, violenti, diversi da lui. Io appoggiai la testa sul piano della cucina, ansimavo, venni, forte. Ad occhi chiusi, mai visto il suo volto.
Mi schizzò sul culo, fiotti caldi sulla schiena. Il silenzio dopo la tempesta. Ci rivestimmo.
Tornarono mia sorella e mio marito e si cenò.
Ero sconvolta: come avevo potuto? Mia sorella! Mio marito! La bimba!
Ma ero felice, ero viva.
La bellezza tornava a me in una nuova veste: matura, impura e colpevole, calda e depravata, desiderata.
Ero in equilibrio, sospesa tra paradiso e inferno.

I giorni seguenti furono elettrici, mi sentivo bella e viva.
La scena si ripeteva nella mia mente e bastava poco perché corressi a toccarmi: i miei giocattoli tornarono a vivere.
Il sabato successivo c'era la cena aziendale di mio marito. Ogni anno era una noia, un sacrificio, ma stavolta no, stavolta avevo voglia di mostrarmi, di risplendere.
Tacchi a spillo, vestitino stretto che lasciava in evidenza sedere e seno, capelli raccolti a scoprire il collo, collana di perle e pendenti dai lobi. Al tavolo eravamo in quattro coppie e io brillavo: mi guardavano, assorbivano la mia luce.
Il capo di mio marito mi fissava. Un uomo distinto, sui cinquanta, alto, curato. Cercava i miei occhi e li trovava, parlava e rideva, agitava le mani, ma lo sguardo tornava sempre su di me.
Mi alzai con la borsetta e andai in bagno, un locale elegante con lavabi in marmo verde Guatemala, luci soffuse e musica in sottofondo.
Sulla porta del bagno delle donne mi scontrai con lui.
«Questo è delle donne» dissi, istintivamente indietreggiando.
«Lo so» rispose con quel sorriso che mi tormentava.
La sua mano finì tra i miei capelli, la sua lingua nella mia bocca: sapore di vino e tabacco, disordine.
Mi spinse dentro, chiuse la porta e abbassò il coperchio del water. Io, confusa, mi sedetti. Gli slacciai i pantaloni, tirai fuori il cazzo: duro e venoso, la cappella gonfia e pulsante.
Cominciai a succhiarlo, affamata, con le guance tese e la lingua umida. Lo leccavo dalle palle alla punta e lui mi teneva la testa.
«Così, brava, troia, sei un angelo sussurrava.»
Mio marito, intanto, parlava di produzione e scarti. Io succhiavo il cazzo al suo capo e mi sentivo meravigliosamente squallida.
Tolse le mani dalla mia testa, si protese in avanti, appoggiandosi al muro davanti a me e inarcando la schiena. Cominciò a sborrarmi in bocca, riempiendomi e più inghiottivo più continuava a schizzare. Continuai a leccargli il cazzo finché non riaprì gli occhi. Mi baciò ancora ed uscì.
Per tutta la sera non cercò più i miei occhi. Io, invece, ero appagata. Non volevo lui: volevo me. E mi trovai, così, troia, splendida, completa.

Tratto da "Gocce di Peccato - Perle di Donna" di Himeros M.
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