Lui & Lei
MOGLIE, MAMMA, TROIA (completo)
Himeros78
26.05.2026 |
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"Il sapore era diverso, nuovo: non vino e tabacco come Vittorio, ma miele e pelle, un sapore di donna che non avevo mai conosciuto..."
CAPITOLO 1Mi scavava nella carne e più sentivo quel dolore, più lo desideravo.
Mi chiamo Rosanna, una moglie, una madre, una troia.
Mi chiamo Rosanna ed ero una donna qualunque, come nessuna donna dovrebbe essere.
Tutte cose che non avrei mai voluto essere e che invece sono diventata lo stesso.
Una volta credevo nel sogno: fidanzata, innamorata, illuminata dal riflesso zuccheroso delle favole che raccontano alle ragazze per tenerle buone. Avevo ventotto anni, in un paesino ai piedi del Gran Sasso, di quelli che per trovarli devi sbagliare strada. E io avevo sbagliato tutto.
Con lui facevo l'amore e alimentavo quel sogno. Lui nutriva me e la mia illusione. La casa era pronta, la data fissata, sei mesi e il sogno sarebbe diventato carne.
Ma lui faceva l'amore anche con altre. Il mio sogno era solo mio. Lui era già chiunque, come nessun uomo dovrebbe essere.
Poi fu lo scandalo: il matrimonio annullato, il sogno sbriciolato. La polvere di quel sogno mi scavò dentro.
In quel vuoto entrò mio marito. Ingegnere della qualità, camicia a righe, maniche corte, pancetta da scrivania, collo liscio solo per un paio di giorni dopo il barbiere. Affidabile, un buon partito. Il chiunque a cui non puoi dire no. Anche se io non dissi mai sì.
Una o due volte al mese mi accarezzava nel buio. Mi saliva addosso e io abbassavo le mutande in fretta, come si fa con una medicazione dolorosa: via subito, perché passi in fretta. Infilava il suo pisello leggermente storto a destra e dopo pochi colpi emetteva un sospiro strozzato. Si voltava e dormiva. Io mi pulivo e lo guardavo. Sconosciuti, entrambi. Ma almeno era breve: il mio dovere compiuto, il sacrificio sopportabile.
Ero bella, con occhi neri e profondi, snella e formosa.
Il mio corpo cominciò a cambiare prima ancora di restare incinta: niente cura di me, solo faccende, casa, silenzi. Fuggivo lo specchio all'ingresso, passarci davanti era come sfiorare una ferita.
La gravidanza mi sformò ancora di più. Ma la grazia, quella innata, non se ne andò. La sensualità non si lava via: rimane nei pensieri, nei sorrisi, nel gesto di una mano o nello sguardo che indugia.
Paola nacque ed era bellissima, l'unico frammento del mio sogno rimasto vivo. Inconsapevole portatrice di un motivo. Lei riempiva l'aria.
Le donai la mia grazia, ma dal primo giorno mi sentii in colpa.
Paola aveva bisogno d'amore e io non mi amavo. Come avrei potuto amarla? Cosa avevo da darle? Il senso di impotenza mi divorava. Dovevo amarla, dovevo amarmi. Era un debito verso di lei e verso me stessa.
Confondere la madre con la donna mi salvò. Mi aggrappai a quella corda tesa verso la luce. Finito l'allattamento, cominciai a cercarmi di nuovo: la cura, le passeggiate, i sorrisi, il risveglio. Durò mesi, continua ancora oggi, che Paola ha compiuto nove anni.
Michele era il fidanzato di mia sorella, più giovane di me. Un tipo tranquillo, educato. Vennero a trovarci un sabato pomeriggio, Paola aveva due anni.
Li invitai a cena. Mio marito ordinò delle pizze. Quando mia sorella chiese di accompagnarlo per fare bancomat, rimanemmo io, Michele e Paola, che già dormiva.
«Stai tornando in forma, Rosanna. Era ora. Sono felice per te.»
Ero di spalle, in cucina. Quelle parole mi inchiodarono: visibile, di colpo, come uno schiaffo che accende la pelle. Provai piacere, imbarazzo, colpa, tutto insieme.
«Grazie» risposi a occhi bassi.
Il frastuono nella mia mente rimbombava. Michele si avvicinò, la sua bocca cercò il mio collo. Gelo, eccitazione, abbandono.
Non dissi no, non potevo, non volevo.
Le sue mani trovarono il mio seno, la mia gonna, la mia figa, già bagnata, già colpevole. Le mutande scivolarono come una resa. Michele tirò fuori il cazzo e mi prese da dietro. Colpi forti, violenti, diversi da lui. Io appoggiai la testa sul piano della cucina, ansimavo, venni, forte. Ad occhi chiusi, mai visto il suo volto.
Mi schizzò sul culo, fiotti caldi sulla schiena. Il silenzio dopo la tempesta. Ci rivestimmo.
Tornarono mia sorella e mio marito e si cenò.
Ero sconvolta: come avevo potuto? Mia sorella! Mio marito! La bimba!
Ma ero felice, ero viva.
La bellezza tornava a me in una nuova veste: matura, impura e colpevole, calda e depravata, desiderata.
Ero in equilibrio, sospesa tra paradiso e inferno.
CAPITOLO 2
I giorni seguenti furono elettrici, mi sentivo bella e viva.
La scena si ripeteva nella mia mente e bastava poco perché corressi a toccarmi: i miei giocattoli tornarono a vivere.
Il sabato successivo c'era la cena aziendale di mio marito. Ogni anno era una noia, un sacrificio, ma stavolta no, stavolta avevo voglia di mostrarmi, di risplendere.
Tacchi a spillo, vestitino stretto che lasciava in evidenza sedere e seno, capelli raccolti a scoprire il collo, collana di perle e pendenti dai lobi. Al tavolo eravamo in quattro coppie e io brillavo: mi guardavano, assorbivano la mia luce.
Il capo di mio marito mi fissava. Un uomo distinto, sui cinquanta, alto, curato. Cercava i miei occhi e li trovava, parlava e rideva, agitava le mani, ma lo sguardo tornava sempre su di me.
Mi alzai con la borsetta e andai in bagno, un locale elegante con lavabi in marmo verde Guatemala, luci soffuse e musica in sottofondo.
Sulla porta del bagno delle donne mi scontrai con lui.
«Questo è delle donne» dissi, istintivamente indietreggiando.
«Lo so» rispose con quel sorriso che mi tormentava.
La sua mano finì tra i miei capelli, la sua lingua nella mia bocca: sapore di vino e tabacco, disordine.
Mi spinse dentro, chiuse la porta e abbassò il coperchio del water. Io, confusa, mi sedetti. Gli slacciai i pantaloni, tirai fuori il cazzo: duro e venoso, la cappella gonfia e pulsante.
Cominciai a succhiarlo, affamata, con le guance tese e la lingua umida. Lo leccavo dalle palle alla punta e lui mi teneva la testa.
«Così, brava, troia, sei un angelo sussurrava.»
Mio marito, intanto, parlava di produzione e scarti. Io succhiavo il cazzo al suo capo e mi sentivo meravigliosamente squallida.
Tolse le mani dalla mia testa, si protese in avanti, appoggiandosi al muro davanti a me e inarcando la schiena. Cominciò a sborrarmi in bocca, riempiendomi e più inghiottivo più continuava a schizzare. Continuai a leccargli il cazzo finché non riaprì gli occhi. Mi baciò ancora ed uscì.
Per tutta la sera non cercò più i miei occhi. Io, invece, ero appagata. Non volevo lui: volevo me. E mi trovai, così, troia, splendida, completa.
CAPITOLO 3
Dopo quella sera, tutto diventò occasione.
Il modo in cui il fruttivendolo mi porgeva il sacchetto, la voce bassa del barista mentre chiedeva se volevo il solito, la stretta vigorosa del vicino quando ci incrociavamo sul pianerottolo. Persino il sacerdote giovane della parrocchia, con quel suo sorriso timido.
Io vedevo cazzi ovunque. E non era una fantasia: era un bisogno. Avevo assaggiato il miele e ora la mia bocca ne cercava ancora. Ogni parola diventava promessa, ogni gesto un invito, ogni sguardo una proposta oscena.
Mi masturbavo ovunque: in bagno, mentre Paola guardava i cartoni; in auto, tra una commissione e l’altra; nel letto, accanto a mio marito che dormiva come una pietra. Le immagini mi affollavano la testa: mani sconosciute che mi afferravano, bocche golose, cazzi duri che mi sfilavano l’anima, che mi allagavano la gola, che mi riempivano come un vaso rotto. E io ridevo, dentro, perché finalmente, dopo anni, ero intera proprio nel lasciarmi spezzare.
Ero diventata fame. E la fame, lo sapevo, era solo l’inizio.
Una domenica mattina, il peso della colpa mi piegava il cuore e decisi di confessarmi. La chiesa era silenziosa, immersa in una penombra che sapeva di cera spenta e pietra antica. Il nuovo parroco, don Matteo, era giovane: sguardo limpido, mani curate, voce profonda. Troppo giovane per i peccati che stavo per portargli.
Entrai nel confessionale e mi inginocchiai, respirai a fondo.
«Padre, ho peccato.»
«Parla pure, figlia.»
La sua voce vibrava nelle pareti di legno e dentro di me.
«Ho desiderato uomini che non sono mio marito, li ho toccati, li ho voluti. Li ho avuti.»
Silenzio. Forse sorpresa, forse attesa.
«Ho tradito, non solo con il corpo ma con l’anima e non provo solo rimorso. Padre, provo eccitazione.»
Sussurrai quell’ultima parola, ma sembrò esplodere nello spazio ristretto. La sua voce si abbassò.
«Continua, se vuoi.»
Mi sento viva così. E mi sento in colpa per sentirmi viva.
Un sospiro dall’altra parte della grata, lieve, involontario.
«Sto peccando anche adesso, vero?»
«Recita un’Ave Maria… lentamente.»
Lo feci, ad occhi chiusi, ogni parola un sussurro, ogni pausa un fremito.
Quando uscii dal confessionale, mi sentivo leggera, ma non sollevata. Cercavo conforto, redenzione; invece trovai solo un’eco. Nessuna mano tesa, nessun sentiero pulito, nessuna liberazione.
La colpa era rimasta con me, ma ora aveva un volto nuovo: quello del desiderio che non si placa, nemmeno davanti a Dio.
CAPITOLO 4
Era un martedì pomeriggio quando lo incontrai.
Il suo nome era Vittorio. Un nome da re e lui lo portava con la stessa naturalezza con cui si porta una cicatrice: con fierezza. Elegante, abbronzato, lo sguardo lucido e feroce come quello di chi sa chi è. La voce piena, calda e tagliente, come un sorso di whisky in una notte d’inverno.
Ci presentarono in un contesto formale, un evento culturale promosso dalla biblioteca cittadina, ma Vittorio di culturale aveva molto di più di una citazione colta: era un uomo che pensava con il corpo, ogni suo gesto era parola, ogni parola era carne. Era affascinante, dominante, non in modo arrogante, ma con una naturalezza che non lasciava spazio al dubbio. Vittorio non cercava consenso, lo prendeva.
Parlammo di arte, di romanzi russi, di città d’Oriente. Nei suoi occhi, però, scorreva un altro discorso, un linguaggio muto che mi scioglieva le difese. Quando mi sfiorò il gomito per farmi passare tra la folla, sentii la sua energia invadermi come un morso. Nessun uomo mi aveva mai guardata così, come se sapesse già tutto di me, anche quello che non avrei mai voluto ammettere.
Quella sera, tornando a casa, il mio corpo era acceso: il volto arrossato, le cosce strette, un pensiero insistente nella mente. Che succederebbe se lasciassi tutto andare? Vittorio non era solo una tentazione, era una possibilità. E io cominciavo a pensare che forse non volevo più essere salvata. Volevo essere presa.
I giorni seguenti furono un’attesa fatta di sguardi virtuali e silenzi rumorosi. Mi scrisse un messaggio cortese, formale, con il tono gentile di chi sa accendere un fuoco senza toccare fiammiferi:
“Piacere conoscerti. Hai una luce difficile da dimenticare.”
Risposi dopo ore, poi meno, poi subito. Cominciammo a scriverci di notte, quando la casa dormiva e la maschera cadeva. Le sue parole mi scavavano: non erano mai volgari, eppure ogni sillaba mi faceva scivolare più a fondo. Mi chiedeva cosa mi piaceva leggere, cosa sognavo da ragazza, cosa desideravo e non avevo mai detto ad alta voce. Io rispondevo sempre più vera, sempre meno moglie e sempre più donna.
Sapevo di non essere la prescelta, di essere l’ennesima sua preda. Uomini come lui non possono avere una sola donna: si nutrono dell’universo femminile, non per crudeltà, ma per sopravvivenza. E chi è legato a un’essenza in modo vitale, la rispetta. Vittorio mi rispettava seducendomi senza promettermi, mi rispettava ascoltandomi senza impormi.
Mi andava bene così: non volevo la sua proprietà, volevo perdermi.
Cominciò a lasciarmi libri fuori dalla portineria, senza biglietto. Solo un segnalibro, con una frase evidenziata: sempre quella giusta, sempre quella che parlava a me.
Ero sedotta dal mistero, ma anche dalla premura e dal modo in cui, senza sfiorarmi, Vittorio mi toccava ovunque.
Sapevo dove stava portando tutto questo, lo sapeva anche lui. E nessuno dei due voleva fermarsi.
Vittorio divenne un pensiero fisso, un’ossessione. Lo sentivo sotto la pelle, anche quando non c’era. Lo vedevo nei volti degli sconosciuti, nei sogni spezzati dalla sveglia, nelle pagine dei libri che mi lasciava. Quando ero sola, chiudevo la porta e il mondo fuori: bastava ricordare la sua voce perché il mio ventre si contraesse. Mi toccavo come se fosse lui, lentamente, con desiderio, con fame.
Non c’erano più dubbi: lo desideravo più di ogni altra cosa. Più della pace, più del perdono, più della dignità. Ogni orgasmo era un atto di resa alla sua presenza che cresceva dentro di me, anche senza il suo corpo accanto.
Vittorio non mi aveva ancora sfiorata, ma era già dentro ogni fibra del mio essere.
CAPITOLO 5
Era un mercoledì. Uno di quei giorni che non promettono nulla e proprio per questo spalancano ogni possibilità.
Mi scrisse solo: “Stasera alle 21. Hotel Excelsior, ultimo piano, stanza 619.”
Lessi il messaggio mentre preparavo la cena: l’acqua che bolliva, Paola che guardava la tv, mio marito che parlava di logistica. E io che sentivo il cuore battere tra le gambe.
Alle 20.45 ero sotto l’hotel. Vestito nero, lento, lungo, come la notte che stava per inghiottirmi. Lui aprì la porta con la camicia sbottonata al collo e i polsini rimboccati. Lo sguardo serio, diretto, senza sorriso. Non parlò, non serviva.
Mi afferrò per un polso e mi tirò dentro. La porta si chiuse dietro di noi come il sipario prima dell’atto più vero.
«Hai paura?» chiese.
«No» mentii.
Mi girò di spalle, mi spinse contro il muro, la sua mano sul mio collo, la sua bocca nell’incavo tra orecchio e spalla.
«Dimmi che sei venuta solo per farti usare.»
«Sono venuta per perdermi.»
Mi sfilò il vestito con una lentezza crudele. Non era dolce, non era tenero: era qualcosa di più puro, potenza. Mi voltò, mi guardò tutta, mi fece inginocchiare.
«Guardami» ordinò.
E io lo feci, già sua e lui lo sapeva. Mi guardava dall’alto mentre il suo cazzo duro sfiorava le mie labbra.
«Sai cosa voglio.»
Lo presi in bocca senza chiedere, affamata, lenta all’inizio. Lingua sul glande, le mani che gli afferravano i fianchi. Lui mi teneva la testa: non guidava, pretendeva. Io lo prendevo tutto, senza paura, solo desiderio.
«Guarda che brava troia sei diventata.»
Quelle parole mi aprirono come un coltello sulla seta. Mi sentivo viva, sporca e sacra insieme.
Mi tirò su per un braccio, mi voltò come un oggetto prezioso e mi spinse sul letto, a pancia in giù.
«Allarga le gambe.»
Ubbidii senza pensare, senza riserve. Mi montò da dietro con una forza che sembrava odio, ma era adorazione feroce. Mi penetrava a fondo, con colpi precisi e cattivi. Io godevo, urlavo nel cuscino.
Ogni spinta era punizione e premio. Ogni colpo mi spogliava di un altro strato di finzione. Mi tirava i capelli, mi afferrava i fianchi.
«Non sei una moglie, non sei una madre. Qui sei solo mia.»
«Sì, tua, solo tua.»
Venni così forte da tremare. Lui non rallentò: mi prese ancora e ancora, finché si spinse dentro tutto, affondando come per impadronirsi di ogni parte di me. Sborrò con un ringhio trattenuto, potente e sentii il suo seme colarmi tra le cosce come un sigillo.
Rimanemmo immobili, due belve spente dopo l’assalto. Poi parlò.
«Questo è solo l’inizio.»
E io capii che aveva ragione, perché ormai il mio corpo non era più mio. E nemmeno l’anima.
CAPITOLO 6
Con lui era tutto piatto, come una linea continua sul monitor di un cuore spento. Il tempo con mio marito non aveva picchi né abissi, era un filo che scorreva lento, uguale a sé stesso. Le mattine cominciavano con il suo brontolio sul caffè troppo caldo, le serate finivano davanti al telegiornale. Io sparecchiavo, lui allungava la mano sul telecomando.
Non c’era cattiveria in lui, non c’era neanche freddezza. C’era solo… assenza. La sua vita erano i turni, le consegne, i colleghi, le relazioni sindacali. Io ero un pezzo d’arredamento, un oggetto funzionale. La madre di sua figlia, la padrona di casa. Non una donna.
Una volta provai a sorprenderlo. Avevo comprato un completino di pizzo rosso, qualcosa che non indossavo dai miei vent’anni.
Lui entrò in camera, mi guardò e disse: «È tardi, domani mi alzo alle sei.»
Si spogliò, si infilò sotto le coperte e in meno di dieci minuti russava. Io rimasi in piedi davanti allo specchio, in mutande e reggiseno, con il cuore che mi si sgretolava addosso. Mi guardai a lungo. La luce sul mio corpo diceva ancora bellezza, desiderio, promessa. Ma per lui ero invisibile.
La cosa più crudele non era la mancanza di sesso. Era la mancanza di sguardi. Nessuno sguardo. Mai. E senza sguardi una donna diventa un’ombra.
Con Vittorio, invece, ogni volta che mi fissava era come se mi strappasse la pelle per entrare dentro.
E io non volevo più essere un’ombra.
E mi portò dove non c’erano più limiti, solo voglia, solo fame. Con Vittorio il sesso era diventato un rituale: un’abitudine sacra e feroce. Mi legava, mi ordinava, mi scavava l’anima con il cazzo e con la voce e io godevo sempre, più a fondo, più in basso. Mi usava, ma era un uso sacro: mi consacrava, ogni volta. Ogni incontro era un abisso nuovo: più mi spezzava, più mi ricomponevo in qualcosa di più vero.
Era un venerdì pomeriggio. Vittorio mi disse solo: «Non vestirti elegante. Scarpe comode.»
Mi portò in città, non in un hotel, non in un loft. Un museo d’arte contemporanea. Io lo seguivo, confusa, in jeans e camicetta, con il cuore che batteva forte. Camminava davanti a me con passo deciso, come se sapesse già dove stava portando il destino.
Entrammo in una sala deserta. Pareti bianche, tele enormi, colori esplosi e violenti. Mi prese il polso e mi spinse contro il muro, davanti a un quadro fatto di rossi e neri.
«Guardalo» disse.
«Questa sei tu.»
Il quadro era caos, graffi e colate di colore, una ferita aperta sulla tela. Io respiravo veloce, sentivo il calore del suo corpo dietro di me.
«Sei bellezza e rovina.» mi sussurrò all’orecchio.
«Sei l’opera e la distruzione.»
La sua mano scese rapida tra le mie gambe. Mi baciava il collo, mi graffiava la pelle con i denti. Io gemevo piano, con il terrore che qualcuno potesse entrare e con la follia di sperarlo.
«Apriti» ordinò.
Le mie gambe tremavano, il desiderio era più forte della paura. Lui si abbassò, mi aprì i jeans e la lingua mi trovò bagnata, pronta. Mi sorreggevo al muro, con gli occhi fissi sul quadro, mentre lui mi divorava come se fosse affamato da anni.
Venni forte, con un grido che rimbalzò tra le pareti bianche. Vittorio si alzò, mi prese il viso tra le mani.
«Tu non sei moglie, non sei madre, sei tempesta.»
E mi baciò come se stesse inghiottendo il mio respiro.
Via di corsa verso il bagno e lì mi appoggiai al lavandino mentre lui già mi abbassava da dietro i pantaloni fino a metà cosce.
Il suo cazzo duro scivolò nella mia figa fradicia come una lama calda nel burro e così mi scopò forte, in piedi tra l’arte, con arte, anche noi un opera di sesso, piacere e carne.
CAPITOLO 7
Era sera, un cinema di periferia, film francese che nessuno voleva vedere. La sala era quasi vuota, solo tre persone: io, Vittorio e un uomo qualche fila più avanti.
Vittorio mi fece sedere accanto a lui, al centro. Mi prese la mano e la posò sul suo cazzo, già duro sotto i pantaloni.
«Così, piano» mi disse, senza guardarmi. Sullo schermo scorreva un bianco e nero muto, ma il vero film era tra le nostre gambe.
Lo accarezzavo e sentivo il sangue pulsare sotto il tessuto. Lui abbassò la lampo con calma feroce, tirò fuori il cazzo e mi spinse la testa verso di sé.
«Fallo adesso.»
Mi piegai, il cuore che mi esplodeva in gola. La bocca si aprì su di lui, lenta, profonda. Lo succhiavo piano, cercando di restare silenziosa, ma ogni colpo in gola era un tuono.
Fu allora che sentii lo sguardo. L’uomo, due file più avanti, si era voltato.
Ci guardava.
Gli occhi negli occhi, io con la bocca piena del cazzo di Vittorio, le labbra che colavano saliva. E in quello sguardo non c’era scandalo, non c’era disgusto: c’era desiderio.
Vittorio se ne accorse e sorrise.
«Continua, devi ingoiarlo tutto, fagli vedere che troia sei.»
E io obbedii. Presi il cazzo fino in fondo, con le lacrime agli occhi e il respiro spezzato. Lo succhiavo forte, con rabbia, con fame, mentre l’uomo davanti fingeva di guardare lo schermo ma ormai era parte di noi.
Vittorio mi afferrò la testa e spinse più a fondo. Sentii il suo corpo irrigidirsi, il seme esplodermi in gola. Ingoiai tutto, ogni goccia, con gli occhi chiusi e il cuore in fiamme.
Quando sollevai lo sguardo, l’uomo era ancora lì, immobile, a fissarmi.
E io sorrisi, con la bocca sporca e gli occhi lucidi.
Perché ormai non c’era più vergogna, solo potere.
CAPITOLO 8
Paola cresceva e ogni giorno che la guardavo mi sentivo più piccola. Lei rideva, correva, chiedeva abbracci. Io la stringevo e pensavo: se sapesse. Mi odiavo. Non per il piacere, non per Vittorio. Mi odiavo perché non riuscivo a separare la madre dalla troia.
Andai in chiesa, cercavo perdono cercavo pace. Il confessionale era semibuio e Don Matteo dall’altra parte sembrava un’ombra con una voce. Quella voce calda, profonda, giovane. Troppo giovane.
«Padre, ho peccato.»
«Parla, figlia.»
Respirai a fondo, la lingua tremava più del cuore.
«Ho un uomo, non mio marito, lui mi prende come nessuno mi comanda mi costringe, mi scopa ovunque. Io mi lascio usare. Io godo.»
Silenzio. Solo il mio respiro, poi un colpo di tosse, come per ricomporsi.
«Continua, se senti che devi.»
Chiusi gli occhi, era un precipizio.
«Mi fa inginocchiare davanti a lui, mi tiene la testa e mi sborra in gola. Io ingoio tutto, padre, sempre. Mi dice che sono una troia e, io lo sono.»
Dall’altra parte, un silenzio diverso. Non più preghiera.
Un silenzio che sapeva di carne.
«E tu provi vergogna?» chiese a bassa voce.
«Vergogna e piacere insieme. Quando mi chiama puttana, io vengo.»
Sentii un movimento, il legno scricchiolò, lo vidi, oltre la grata: la sua spalla, la sua mano che tremava leggera.
«Padre, state ascoltando?»
«Sì» rispose. Ma era un sì che grondava altro.
Continuai.
«Una volta mi ha presa in un cinema. C’era un uomo accanto, guardava tutto. Mi ha costretto a succhiargli il cazzo fino a ingoiare. Io non ho smesso nemmeno un attimo.»
Un gemito, poi la grata si aprì.
«Basta, vieni.»
Mi afferrò il polso e mi trascinò in sacrestia. Lì la luce era cruda, bianca, spietata. Ma nei suoi occhi non c’era più Dio, c’era fame.
«È così che ti prende quell’uomo?» mi chiese con voce roca.
«Sì, padre, così, sempre così.»
La sua mano tremante sfiorò il mio seno sopra la camicetta. Poi più forte, poi sotto.
«Dimmi, cosa ti fa ancora?»
«Mi lega, mi scopa da dietro, mi riempie la bocca e mi ordina di sorridere con lo sperma che cola.»
Gli occhi gli si accesero di furore e desiderio. Mi spinse contro il tavolo. La tonaca che si sollevava, il respiro spezzato.
«Troia» mormorò. «Anche qui, davanti a Dio.»
E mi prese. Forte, improvviso, quasi rabbioso. Mi scopava con la foga di un uomo che si rompeva dentro.
E mentre affondava, con la croce sopra di noi, sussurrò all’orecchio: «È così che ti scopa Vittorio?»
Le lacrime mi cadevano calde. Non di pentimento, ma di piacere.
Dopo qualche giorno di silenzio, dentro e fuori di me, Vittorio mi chiamò con un messaggio secco: “Domani. Ore 19. Il solito posto.”
Il solito posto era il loft che non aveva porte ma solo specchi, vetri e tende. Un luogo senza confini, come lui.
Appena entrai, Vittorio mi guardò come si guarda una preda già catturata. Non disse nulla, solo un cenno con la testa. Io mi avvicinai, già umida, già colpevole.
«Ti vedo diversa» disse infine, accarezzandomi il volto. Cosa hai fatto, Rosanna?
Abbassai lo sguardo.
«Niente» mentii.
Il suo schiaffo fu secco, sonoro, ma non di rabbia: di possesso.
«Non mentirmi, mai.»
Il cuore mi batteva in gola.
«Sono andata a confessarmi» sussurrai.
Un sorriso feroce piegò le sue labbra.
«E…?» rispose con gli occhi d’interesse.
«Ho parlato di te, di noi, gli ho raccontato le cose che mi fai.»
Vittorio mi sollevò il mento con due dita.
«Continua.»
«E lui, lui si è eccitato, mi ha presa in sacrestia, mi ha scopata sul tavolo dove prepara l’ostia, mi ha sussurrato «È così che ti scopa Vittorio?»
Per un istante credetti che mi avrebbe lasciata cadere. Invece rise. Una risata piena, calda, che mi incendiò.
«Sei mia ovunque, Rosanna. Perfino in casa di Dio. Perfino nelle mani di un prete.»
Mi afferrò per i capelli e mi spinse in ginocchio.
«E adesso dimmelo, dimmi di chi sei.»
«Tua» risposi, già con il cazzo che mi premeva contro le labbra.
«E allora ingoia ancora, così come hai fatto con lui, così come fai sempre.»
Lo presi in bocca fino in fondo, le lacrime agli occhi ma il cuore in fiamme.
Ogni colpo della sua mano sulla mia testa era un sigillo. Ogni goccia che scendeva in gola, un sacramento nuovo.
Quando finì dentro di me, quando sentii il suo seme colarmi caldo in petto e in anima, Vittorio sussurrò: «Adesso sì, Rosanna, adesso sei davvero mia.»
E io capii che non c’era più via d’uscita.
CAPITOLO 9
Il messaggio arrivò secco, senza vezzi né carezze di parole:
“Domani ore 21 loft non sarai sola”.
Quelle parole mi bruciarono nello stomaco per tutta la notte e non dormii, immaginando donne sconosciute, rivali bellissime, corpi da dividere con lui, oppure uomini. Non ebbi il coraggio di chiedere: con Vittorio non si chiedeva, con Vittorio si ubbidiva.
Il loft mi accolse con le sue solite ombre, le luci basse, l’incenso nell’aria, gli specchi che moltiplicavano il peccato. Vittorio era lì, al centro, come un sovrano crudele che mi stava aspettando, la camicia nera semiaperta, gli occhi fermi, quella calma che precedeva sempre la tempesta.
Accanto a lui, immobile, c’era Don Matteo. Il mio cuore si fermò. Lo riconobbi subito: lo sguardo giovane, quelle mani curate che avevo visto tremare in confessionale, le labbra che avevano sussurrato parole di Dio e poi mi avevano penetrata di peccato in sacrestia. Ma lì non c’era la tonaca: c’era un uomo in camicia bianca, le maniche arrotolate, i pantaloni scuri, vulnerabile e feroce insieme.
Vittorio mi parlò senza alzare la voce:
«Guardali, Rosanna, Dio e il diavolo, scegli a chi appartieni.»
Le gambe mi si piegarono, avrei voluto scappare, invece avanzai. Era già deciso. Vittorio mi afferrò per i capelli e mi trascinò in ginocchio, tra loro due.
«Sai cosa devi fare.»
La lampo di Vittorio scese lenta, il suo cazzo duro mi sfiorava le labbra, familiare come una condanna. Davanti a me Matteo esitava, il petto che si alzava veloce, le mani che tremavano sulle fibbie dei pantaloni. Vittorio gli posò una mano sulla spalla:
«Prendila, prete.» Non è più la tua figlia spirituale.
È carne, è peccato, è desiderio.
Lo sguardo di Matteo cambiò all’istante: da dubbioso a febbrile. Si sbottonò, tirò fuori il cazzo, più giovane, vibrante, carico di sangue e paura e me lo porse come fosse un sacrilegio. Io aprii la bocca e li presi insieme, prima Vittorio poi Matteo, uno dopo l’altro, le mie labbra che scivolavano dall’uno all’altro, la saliva che colava, la lingua che li accarezzava come se potessi battezzarli entrambi. Vittorio mi teneva la testa, Matteo gemeva piano, con la voce spezzata come una preghiera che non osava finire.
«Così, troia» sibilò Vittorio «Fagli vedere cos’hai imparato.»
Il cazzo di Matteo mi tremava sulle labbra, come se non credesse a ciò che stava vivendo. Mi guardava dall’alto, gli occhi colmi di desiderio e peccato. Poi cedette: affondò lui stesso nella mia bocca, trattenendo un gemito che sembrava bestemmia.
Vittorio mi tirò su per un braccio e mi piegò sul divano, mi strappò via i vestiti con rabbia e precisione lasciandomi nuda e già bagnata. Entrò da dietro con un colpo secco che mi fece urlare.
Davanti a me, Matteo. Mi prese il viso tra le mani, mi sfiorò le labbra con il suo cazzo duro.
«Succhialo, dimmi che sei troia anche davanti a Dio.»
Lo presi, la bocca piena, la gola colma, mentre Vittorio affondava con forza dentro di me. Mi tenevano stretta, divisa, consacrata. Ogni spinta di Vittorio mi scagliava contro Matteo, ogni colpo era un’eco dentro e fuori.
«Guarda, prete» ringhiò Vittorio.
«Questa è la tua penitente, la tua pecorella. Ora è troia, come ha sempre voluto.»
Il respiro di don Matteo si fece spezzato e rapido, le sue mani afferravano i miei capelli come per non crollare. Poi cedette, sborrò nella mia bocca, un fiotto caldo che mi riempì e che io ingoiai senza esitazione, guardandolo negli occhi. Volevo che vedesse, volevo che sapesse.
E mentre io inghiottivo il seme di un prete, Vittorio affondava ancora più forte, rabbioso, fino a esplodere dentro di me con un ringhio selvaggio. Sentii il suo seme colarmi lungo le cosce, caldo e denso, come un sigillo.
Caddi in ginocchio tra loro due, tremante, con la bocca sporca e la figa gocciolante. Mi sentivo spezzata e ricreata nello stesso istante.
Vittorio rise, chinandosi su di me: «Ora sì, Rosanna, sei santa e puttana.»
Si voltò verso Matteo: «E tu, prete, adesso sai che il peccato non si confessa, il peccato si celebra.»
CAPITOLO 10
Il messaggio arrivò ancora: “Domani, stesso posto”.
Vittorio come sempre era lì, al centro, occhi fissi su di me. Ma non era solo.
Accanto a lui c’era una donna. Alta, elegante, i capelli castano scuro raccolti, nuda come fosse la cosa più naturale del mondo. La pelle liscia e calda, i seni pieni e fermi, i fianchi morbidi e sicuri. I suoi occhi mi attraversarono senza esitazione e in quello sguardo non c’era rivalità, non c’era sfida: c’era desiderio.
«Lei è Clara» disse Vittorio, con quella calma feroce che mi piegava sempre, «La mia prima ossessione.»
Il cuore mi saltò in gola. Clara mi fissava come se sapesse già chi fossi, come se avesse letto ogni mio peccato. Si avvicinò lenta, senza fretta, con un sorriso che era insieme invito e promessa. Quando la sua mano toccò il mio braccio, la pelle prese fuoco.
La sua bocca si posò sulla mia. Non fu un bacio rubato, non fu violento: fu profondo, lento, esplorativo, un bacio che voleva conoscermi più che prendermi. Le sue labbra morbide si aprirono e la sua lingua incontrò la mia. Mi tremavano le gambe. Il sapore era diverso, nuovo: non vino e tabacco come Vittorio, ma miele e pelle, un sapore di donna che non avevo mai conosciuto.
Le sue mani mi cercarono. Mi sfiorò i fianchi, il seno, la schiena, con una delicatezza che mi disarmava. Ogni tocco era un sussurro, ogni carezza un comando che non urlava. Quando mi slacciò il vestito, non lo strappò come faceva Vittorio: lo lasciò cadere piano, come se stesse scoprendo un dono.
Rimanemmo nude, pelle contro pelle. Il suo corpo caldo si intrecciava al mio, il suo seno che sfiorava il mio, le nostre cosce che si stringevano. Mi baciava ovunque: il collo, le spalle, le braccia e intanto mi guidava sul letto. Io la seguivo come una scolara obbediente, ma dentro mi sentivo regina.
Vittorio ci guardava, fermo, padrone silenzioso della scena, eppure quella notte il palco era nostro.
Clara mi spinse dolcemente sulla schiena, mi aprì le cosce con una naturalezza che mi tolse il respiro e quando la sua bocca scese su di me, non era sesso, era rivelazione. La sua lingua mi sfiorò piano, lenta, attenta a ogni vibrazione, a ogni mio respiro trattenuto, a ogni gemito che cercavo di soffocare. Non affondò subito: mi studiava, mi esplorava, come se volesse imparare a memoria la mia figa, come se fosse un testo sacro da leggere sillaba per sillaba.
Quando finalmente succhiò piano, quando la sua lingua affondò dentro, mi inarcai con un grido che non riconobbi. Mi teneva ferma con mani forti, mi divorava senza fretta, mi dava piacere come un dono e come una presa di possesso insieme. Io gemevo, mi contorcevo e nei suoi occhi, quando sollevava il volto, c’era orgoglio, potere, fuoco.
La tirai su e la baciai, sentendo il mio sapore sulle sue labbra. Era osceno e dolcissimo. Le nostre mani si cercarono tra le cosce, le nostre dita si intrecciarono nel piacere. La guardavo mentre godeva, la sua bocca che si apriva, i suoi occhi chiusi, i suoi gemiti che diventavano miei.
Vittorio allora si avvicinò. Ci prese insieme, alternandoci, baciandoci entrambe, guidandoci come se fossimo strumenti nelle sue mani. Ci girava, ci scambiava, ci sovrapponeva. Io leccavo Clara mentre lui mi prendeva da dietro e sentivo il suo corpo tremare sotto la mia lingua, il suo odore che mi invadeva le narici, il suo sapore che mi colava sulla bocca.
Era sesso, sì, ma era di più. Era un rito. Una fusione. Io non ero più solo Rosanna. Clara non era solo Clara. Con Vittorio eravamo un triangolo di carne e respiro, un vortice che ci risucchiava.
Quando Clara venne, gridò il mio nome, non quello di lui. Quando io venni, forte, selvaggia, rotta, avevo il suo volto tra le mani. E quando Vittorio ci prese entrambe, sopra e sotto, io capii che qualcosa in me era stato completamente riscritto.
Non eravamo più solo amanti. Eravamo creature nuove, nate da quel peccato condiviso.
E nei suoi occhi, negli occhi di Clara, nel silenzio di Vittorio, compresi che ormai non c’era più via di ritorno.
CAPITOLO 11 - CLARA
Io fotografo per spogliare il mondo. Non con le mani, con la luce.
Una lente è più onesta delle pupille: non mente, non distoglie lo sguardo, non si vergogna.
La gente dice che io scatto corpi nudi. Non è vero. Io scatto l’anima quando si arrende.
Il corpo è solo il varco.
Non credo nell’amore eterno.
Non credo nella fedeltà.
Credo nelle fessure della pelle, dove l’occhio può infilarsi come una lama di sole.
Credo nel momento in cui la vergogna evapora e resta solo verità.
Io sono lì per quello: catturare il respiro in bilico tra piacere e paura.
Il mio studio era una soffitta caotica, bellissima: libri ovunque, tele appese senza cornici, bottiglie di vino rosso abbandonate e usate come vasi. Un vecchio giradischi lasciava scorrere un jazz caldo, quasi indecente.
Il letto disfatto restava al centro, manifesto silenzioso: qui si vive.
Rosanna entrò esitante. Indossava un abito sobrio, quasi timido. Io la fissai: non vedevo una madre, né una moglie. Vedevo una naufraga che voleva affondare.
«Spogliati.» le dissi, senza sorridere.
Esitò un attimo, poi lasciò cadere le spalline. Il vestito scivolò a terra come un segreto. Restò in reggiseno e slip, vulnerabile e bellissima.
Mi avvicinai, senza macchina fotografica. Le presi il volto tra le mani.
«Non posare, respira, guardami.»
Scattai le prime foto: occhi bassi, labbra tremanti, una mano che cercava rifugio sul ventre. Ogni click era un battito che la svelava di più.
Le sfilai il reggiseno con un gesto lento. Le spalle nude brillavano sotto la lampada. Scattai ancora: la curva della schiena parlava più della sua bocca.
«Sei bellissima quando credi di non esserlo» le sussurrai.
Abbassai lo slip piano, come un rito, non una carezza. Restò nuda davanti a me e all’obiettivo. Il click segnava la resa. Lei chiudeva gli occhi, io li aprivo al posto suo.
Poi non resistetti più. Posai la macchina. Le passai le mani sui fianchi e la tirai contro di me. La baciai sulle labbra, prima leggera, poi con fame. Lei gemette, sorpresa e arresa nello stesso istante.
Le mie dita disegnavano la sua pelle, la fotografavano meglio di qualsiasi lente. Le scivolai dietro, la spinsi piano sul letto disfatto. Le gambe si aprirono da sole, come se mi aspettassero da sempre.
Mi chinai tra le sue cosce, il suo odore mi invase come un vino forte. La lingua affondò lenta, carezzevole e lei si arcuò, un grido strozzato che suonava come una liberazione.
«Lasciati guardare anche qui» mormorai e affondai di nuovo, succhiando, bevendo la sua resa.
Rosanna gemeva, mi stringeva i capelli, non era più vittima né penitente: era pura carne in estasi. Ogni scatto che non facevo con la macchina lo fissavo nella memoria del corpo.
Salì con me in un bacio sporco, sapore di lei sulla mia lingua. La penetrai con le dita, profonde, ritmate, mentre le sussurravo all’orecchio: «Questo non è peccato. Questa è verità.»
Il suo corpo si tese, si spezzò, venne urlando il mio nome. La tenni stretta, stringendola al petto.
La vera fotografia non era sulla carta. Era impressa nelle nostre pelli, nella memoria dei pori, nei brividi che non se ne andavano.
Io avevo trovato la mia musa.
E lei aveva trovato la sua libertà.
Rosanna, io non sono mai stata una donna da salotto, di quelle che scelgono la tappezzeria giusta o il menù della domenica.
Io sono sempre stata altrove.
Ho vissuto in città che non erano casa, in camere in affitto con muri scrostati, dove appendevo fotografie come fossero finestre. A Berlino dividevo un loft con un gruppo di pittori, il pavimento era sempre sporco di colore e il frigorifero quasi vuoto, ma nessuno si lamentava: avevamo la sensazione che il mondo ci appartenesse. A Parigi dormivo in un materasso buttato a terra, accanto a una finestra che dava sui tetti. A Barcellona mi sono svegliata più volte al suono dei tamburi degli artisti di strada. Ogni città era una pelle diversa da indossare.
La fotografia è stata la mia unica patria. Non fotografo per fermare il tempo, fotografo per attraversarlo. Non mi interessa l’estetica levigata, non cerco la bellezza docile. Io voglio le crepe, le rughe, i tremiti. La verità sta nei dettagli che gli altri cercano di nascondere.
Quando alzo la macchina fotografica, non rubo l’immagine: restituisco dignità. Ogni corpo che ho fotografato è un atto politico, Rosanna. Un atto di ribellione contro chi vuole che siamo composte, silenziose, prevedibili.
Io non credo nella fedeltà, perché la fedeltà è un possesso. Non credo nell’amore eterno, perché l’eterno è una gabbia.
Credo nell’intensità, nel momento che brucia e che non ha bisogno di durare per essere vero. Ogni incontro, anche il più breve, ha la sua eternità se lo vivi fino in fondo.
Gli uomini mi hanno chiamata troia, musa, strega, sirena. Le donne mi hanno odiata o seguita. Io ho sorriso a entrambi. Non volevo essere amata per come ero utile, ma vista per come ero libera.
Ho sempre cercato il margine, Rosanna. Non mi interessano le strade principali, ma i vicoli, gli spigoli, i luoghi dove il mondo non finge. È lì che la vita si mostra nuda ed è lì che io scatto.
Sai cosa mi fa paura? Non la morte, non la solitudine.
Mi spaventa solo l’idea di smettere di sentire.
Di svegliarmi un giorno e non avere più la pelle in fiamme per qualcosa. È per questo che vivo così: disordinata, eccessiva, bohémien. Perché voglio sentire sempre, fino all’ultimo respiro.
E ora che ti guardo, Rosanna, vedo la stessa inquietudine.
Tu credi di essere prigioniera, ma in te arde la stessa fiamma che ha sempre guidato me. È per questo che ti desidero: perché in te vedo la donna che non chiede permesso, la donna che ha il coraggio di bruciarsi pur di vivere.
CAPITOLO 12 - IO NON CHIEDO SCUSA
Io non chiedo scusa
per le lingue che ho accolto,
per le mani che mi hanno aperta
come un libro proibito.
Io non cerco gabbie,
non voglio padroni.
Solo compagni di danza,
amanti di pelle e spirito,
che non mi chiedano di nascondermi
quando esplodo.
Io sono Clara,
e non appartengo a nessuno.
Ho leccato anime e fighe,
ho cavalcato uomini come onde,
mi sono sporcata con il sacro,
ho benedetto il profano.
E non ho mai chiesto permesso.
Io non credo nel possesso.
Credo nel morso,
nel sudore,
nell’orgasmo che ci rende uguali.
Il piacere non ha colpa:
è la lingua sacra che non mente.
Ogni gemito è una preghiera,
ogni orgasmo un sacramento.
Non sono meno madre,
non sono meno donna.
Sono tutte le donne e le madri
che bruciano insieme.
Ma non sono la tua donna,
sono tutte quelle
che non hai avuto il coraggio di volere.
Mi sono sdraiata accanto te
e ti ho mostrato
che il piacere non è peccato.
Che il nostro corpo è tempio
e anche bordello.
Che si può essere madri e troie,
sante e lussuriose,
puttane innamorate
e libere come il vento
che scopa il mondo.
L’uomo mi desidera
ma non mi contiene.
Mi vuole, ma non mi doma.
Perché io sono fuoco non domestico.
Brucio dove mi pare.
Ho fatto l’amore con la luce accesa
e con l’anima spenta,
ho goduto per noia e per furia,
per fame e per vendetta,
per gioco e per fede.
E ogni volta era verità.
Io sono Clara,
e non ti salverò.
Ti perderò con me.
Ma ti prometto che riderai,
e urlerai,
e piangerai di piacere
prima di spegnerti addosso a me
come un dio stanco.
Io non chiedo scusa, mai.
Nemmeno quando godo.
Soprattutto allora.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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