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Annalisa e il master a Napoli 1/3


di DATY
01.08.2026    |    1.539    |    0 9.1
"Quando lei aprì, lui rimase un attimo sulla soglia, e stavolta la sicurezza di prima non c’era più..."
Annalisa aveva ventinove anni e da qualche settimana era in pausa con Carlo Alberto — una di quelle pause che nessuno dei due sapeva bene se fossero una fine o una virgola. Fatto sta che quando salì sul treno per Napoli, con la valigia e la cartellina del master, si sentì per la prima volta da tanto tempo una donna libera. E libera aveva voglia di sentirsi eccome — anche se non era il tipo da darlo a vedere.

Faceva la commerciale, brava, di quelle che sanno stare davanti a un cliente e portare a casa il risultato. Il master era una settimana di aggiornamento, uno di quei corsi dove ti mandano dall’azienda e ti ritrovi in aula con altri come te, arrivati da mezza Italia. Hotel, lezioni, aperitivi di rete. E lei, mentre il treno correva verso sud, si accorse di sperare che quella settimana le portasse qualcosa che a casa, negli ultimi mesi, le era mancato.

L’albergo era uno di quelli buoni, vicino al lungomare, con l’aria condizionata che ti accoglieva come una carezza dopo il caldo di fuori. Salì in camera, si fece una doccia, e davanti allo specchio si guardò come non si guardava da un po’. Si piaceva. Il vestito che aveva portato per la prima sera — corto, nero, aderente — glielo confermò.

Al primo giorno di master lo notò subito. Sedeva due file più avanti, sulla destra. Matteo, avrebbe scoperto poi. Un commerciale di un’altra azienda, sui trentacinque, il tipo sfrontato che si gira sulla sedia e ti sorride come se vi conosceste già. Durante la pausa caffè le si avvicinò senza tanti preamboli.

«Tu sei l’unica in questa sala che sembra sveglia» le disse, porgendole un caffè che non gli aveva chiesto. «Le prendo questa scommessa: alla fine della settimana siamo gli unici due che si ricordano qualcosa.»

Annalisa prese il caffè, ma non gli concesse più di un mezzo sorriso. «Sei sempre così sicuro di te, o è una cosa che riservi alle sconosciute?»

«Solo con quelle che valgono la pena» rispose lui.

«Vedremo» disse lei soltanto, e tornò verso l’aula lasciandolo lì, senza voltarsi.

Ma per tutto il giorno se lo sentì addosso, quello sguardo. E se era onesta con sé stessa, ci giocava un po’ anche lei — un accavallare di gambe al momento giusto, un modo di scostarsi i capelli mentre sapeva che la stava guardando. Niente di dichiarato. Solo abbastanza da tenerlo sul filo.

La sera c’era l’aperitivo di benvenuto, sulla terrazza dell’hotel. Napoli sotto, il golfo che si accendeva, il Vesuvio sullo sfondo. Matteo la trovò appoggiata alla balaustra con un bicchiere in mano.

«Quel vestito è un colpo basso» le disse, mettendosi accanto.

Annalisa bevve un sorso, guardando il golfo e non lui. «Non l’ho messo per te, se è questo che stai pensando.»

«No?»

«L’ho messo per me.» Adesso si voltò, appena. «Se poi qualcun altro se lo gode, non è un mio problema.»

Lui rise, e capì che con lei le battute pronte non bastavano. Cambiò passo — smise di fare il sicuro e cominciò a parlarle davvero, e Annalisa si accorse che le piaceva di più così. Restarono lì mentre gli altri, uno alla volta, sparivano. Il livello dei discorsi calava, la distanza tra loro pure, ma era lei a lasciarla accorciare piano, un centimetro alla volta, godendosi il fatto di essere aspettata. A un certo punto lui le sfiorò il fianco con la mano, come per caso. Annalisa non si scostò — ma nemmeno gli venne incontro. Lo lasciò lì, sospeso.

«Io tra poco salgo» disse infine, posando il bicchiere. «È stata una lunga giornata.»

«Solo questo?» chiese lui, e nella voce c’era già la delusione.

Lei lo guardò un lungo istante, come a soppesarlo. «Camera 407» disse alla fine, piano. «Ma dammi il tempo di arrivarci, e non fare l’errore di sembrare troppo sicuro quando bussi.»

E si allontanò, sapendo che lui la stava guardando andare via, e sapendo di averlo lasciato con la voglia addosso.

Bussò dopo dieci minuti — più di quanti ne servissero, apposta. Quando lei aprì, lui rimase un attimo sulla soglia, e stavolta la sicurezza di prima non c’era più. Fu Annalisa, con un piccolo cenno del capo, a farlo entrare.

Appena la porta si richiuse le fu addosso, e lei si lasciò baciare contro il muro dell’ingresso — ma con calma, prendendosi il suo tempo anche adesso, rispondendo al bacio senza fretta, facendogli sentire che era lei a concedere. Le mani di lui le corsero sui fianchi, sul culo, la strinsero forte, e solo allora Annalisa lasciò andare un sospiro e gli affondò le mani nei capelli, la fame che si teneva dentro da mesi che finalmente veniva a galla.

«Ti ho pensata tutto il giorno» le disse contro la bocca.

«Lo so» rispose lei piano, con un mezzo sorriso. «Si vedeva.»

Le sfilò il vestito nero facendolo scivolare a terra e si fermò un attimo a guardarla, in intimo, contro la parete. Poi le liberò il seno e ci affondò la bocca, e Annalisa gemette piano rovesciando la testa indietro, aggrappandosi alle sue spalle mentre lui la percorreva con la lingua, giù per la pancia, in ginocchio davanti a lei. Le sfilò le mutandine, le sollevò una gamba mettendosela sulla spalla, e la prese con la bocca lì, appoggiata contro il muro dell’ingresso.

«Oddio» ansimò lei, con una mano tra i suoi capelli, tenendolo giù. «Così.»

Non si fermò, finché le ginocchia non le cedettero e non lo tirò su per baciarlo, per sentirsi addosso il proprio sapore mescolato al suo.

—

Sono un ex cuckold e ora bull! Adoro scrivere racconti erotici, soddisfare le vostre fantasie e all’occorrenza anche le vostre mogli!
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