tradimenti
La cognata
02.11.2026 |
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"Mi sentivo sopraffatto dai sensi: stavo ottenendo quello che desideravo da giorni..."
Io e il mio fratellone Vincenzo abbiamo sempre avuto un rapporto di amore-odio, a periodi alterni. Sarà per la differenza di età — otto anni — o per le divergenze di vedute su quasi ogni cosa. O forse per le differenze fisiche, che per anni hanno fatto sospettare a mio padre che mia madre avesse omesso qualche dettaglio sulla vacanza di quarantacinque anni fa con le sue amiche. Un anno fa eravamo in un periodo buono, al punto che mi invitò a cena per festeggiare il decimo anniversario di convivenza con la sua compagna. Accettai, curioso di vedere come procedesse la relazione più longeva di mio fratello (o fratellastro), ignaro che quella cena avrebbe segnato gli anni a venire.
Giulia, la compagna di Vincenzo, è una bella donna. Ha un paio di anni più di lui ed è la proprietaria di un salone di bellezza. Mi è piaciuta da subito per il suo carattere deciso, l’ironia che avvolge ogni sua frase e il suo look, in cui non manca mai qualche richiamo al passato. Quella sera indossava calze di nylon in stile anni Cinquanta e scarpe con il tacco abbinate. Lo spacco profondo della gonna, sulla coscia destra, lasciava intravedere il bordo della calza e il gancetto che la sosteneva. Ero certo che portasse uno di quei reggicalze vintage e trascorsi gran parte della serata a fantasticare su quel capo, che non avevo mai visto addosso a nessuna delle mie amanti. Fu una cena piacevole, così informale che il richiamo ai dieci anni di unione sembrava quasi fuori luogo. Arrivati al dolce, comunque, la mia curiosità era stata soddisfatta: i due si scambiavano continui ammiccamenti e gesti di affetto, mostrando ai numerosi amici accorsi che la loro unione procedeva a gonfie vele. Ma era tutta una finzione. Fu Giulia a confessarmelo quando uscimmo, dopo il caffè.
«È un tentativo disperato, e non sta funzionando.»
Ero sinceramente stupito.
«Ho avuto l’impressione contraria. Quindi tutti i baci e le carezze di stasera erano finti?»
«Finti no… diciamo non del tutto sentiti.»
«Mi spiace, se posso fare qualcosa…»
Una frase di rito che lei, purtroppo, prese alla lettera.
«A dire il vero, sì.» Rimasi in ascolto, confuso. «Sei suo fratello. Ho bisogno che tu parli con lui, per capire che cosa non va. Se ha un’altra.»
«Giulia, io e Vincenzo non siamo mai stati così… intimi. Sai che non andiamo molto d’accordo…»
«Ma lui ti invidia. Mi ha detto un sacco di volte che vorrebbe avere la tua affabilità. Lui è un vero orso… però lo amo.»
«Ne hai parlato con lui?»
Lasciò cadere le braccia, esausta.
«Dice che va tutto bene, ma è chiaro che mente. Ha la testa sempre altrove. Non mi tocca da mesi, e tutte le occasioni sono buone per dormire nella stanza degli ospiti.»
L’idea non mi piaceva, ma ero stato messo all’angolo. In fondo, provarci non mi sarebbe costato niente.
«Va bene.»
Mi abbracciò stringendosi forte a me. Sentii il suo petto contro il mio, mentre la sua gamba, fasciata dalla calza, si insinuava tra le mie e mi riportava ai pensieri di poco prima.
«Dopo avergli parlato, vieni da me in negozio: voglio sapere subito che cosa ti ha detto.»
Non sono mai stato bravo negli affari di cuore; forse è per questo che sono ancora single. E in quel frangente non andò diversamente. Sapevo che il mercoledì successivo Vincenzo sarebbe passato dai miei per alcune commissioni e ne approfittai. Lo invitai a prendere un aperitivo e, dopo i dovuti preamboli, affrontai il tema. Come avevo previsto, si imbarazzò almeno quanto me. Non negò che le cose tra loro non andassero bene, ma non volle dirmi il motivo né che cosa intendesse fare per risolvere la situazione.
La sera dopo mi presentai al salone all’ora di chiusura. Tutte le commesse, tranne una, se n’erano già andate. Appena mi affacciai al bancone all’ingresso, la ragazza mi venne incontro e disse con gentilezza: «Buonasera, stiamo chiudendo.»
«Buonasera, in realtà volevo parlare con Giulia. Sono Stefano.»
La ragazza aveva tra i venticinque e i trent’anni e unghie lunghissime. Rimase impassibile. Nel frattempo, Giulia spuntò dalla porta del suo ufficio.
«Va tutto bene, Katia, è mio cognato.»
La ragazza sembrò stupita. Annuì, continuando a squadrarmi, poi riprese a sistemare il salone per la chiusura.
Giulia mi baciò sulle guance e poi mi prese a braccetto.
«Vieni, andiamo nel mio ufficio.»
Una volta dentro, chiuse la porta e si tolse il camice. Indossava jeans e una t-shirt: un abbigliamento sportivo, diverso da quello che ero abituato a vederle addosso agli incontri di famiglia.
«Ho parlato con Vincenzo.»
Lei si sedette e sfilò gli occhiali, mettendo a nudo i suoi splendidi occhi.
«Cosa ti ha detto?»
«Era imbarazzato. Ma c’era da aspettarselo: come ti ho detto, non ho mai affrontato discorsi di questo tipo con mio fratello. E temo che abbia sospettato il tuo zampino.»
Rimase in silenzio un attimo, a pensare.
«Secondo te mi tradisce?»
Alzai le spalle e mi sedetti al suo fianco. In quel momento qualcuno bussò alla porta. Katia socchiuse la porta, diede una rapida occhiata senza entrare, poi disse: «Ho finito. Se non ti serve niente, me ne vado.»
Giulia fece un cenno pigro con la mano.
«Grazie, vai pure. Chiudo io. Lascia la porta aperta.»
Appena Katia sparì dalla vista, Giulia andò alla porta per verificare che se ne fosse davvero andata, poi tornò da me.
«Da mesi faccio la vita di una monaca. Le occasioni non mi mancano, non sono cieca…» Inarcò istintivamente la schiena, spingendo in avanti il petto generoso, poi fece scorrere le mani lungo i fianchi. Mi venne il sospetto che avesse notato il mio apprezzamento per il suo abbigliamento alla cena dell’anniversario. «…ma finora le ho ignorate. Anche se non so per quanto riuscirò a resistere. Amo Vincenzo, ma la sua indifferenza mi sta uccidendo.»
Il suo sguardo si fece languido. Quando passò la lingua sulle labbra, decisi che era tempo di andare. Era indubbiamente una donna attraente, e in quel momento lo era per me molto più che in passato. Quella situazione mi scavava dentro, facendo emergere pensieri osceni che, prima di allora, non mi avevano mai sfiorato.
«Adesso è meglio che vada.»
Appena mi alzai, lei mi abbracciò per ringraziarmi, stringendosi a me. Quel contatto così ravvicinato mi provocò un’eccitazione istintiva che non riuscii a dissimulare e di cui una sua mano si accorse mentre ci separavamo.
«Grazie di tutto.»
Sentivo il suo alito profumato mentre parlava. Il viso era a pochi centimetri dal mio, maledettamente tentatore. Uscii dal salone con non poco sforzo e con la netta impressione che mia cognata avrebbe ceduto senza remore a una mia iniziativa. Forse, addirittura, lo sperava.
Mentre ero in viaggio, ancora scosso dall’incontro, ricevetti una telefonata da Vincenzo. Era così insolito che, sulle prime, pensai fosse successo qualcosa ai miei.
«Ciao, è successo qualcosa?»
La sua risposta fu quasi un ringhio: era chiaro che stava cercando di controllare la rabbia.
«Me lo devi dire tu.»
«A cosa ti riferisci?»
«Che cosa ci facevi da Giulia?»
In altre circostanze avrei risposto con serenità, spiegando con innocente semplicità che ero andato a trovare mia cognata per una faccenda ordinaria. Ma la voce, leggermente tremula, mi tradì: «Sono andato a prenotare un taglio di capelli.»
«Come no… quindi, lei non c’entra con il terzo grado che mi hai fatto ieri?»
Tagliai corto: «Ho solo percepito qualcosa alla festa, e volevo capire se potessi essere d’aiuto.»
«Vuoi dare una mano? Fatti i cazzi tuoi, e stai lontano da Giulia!»
Riattaccò. Sapevo benissimo che Vincenzo era un uomo molto geloso, ma mi colpì che fosse bastato un incontro come tanti altri in passato per farlo sospettare di me, suo fratello!
Scrissi subito a Giulia, che mi chiamò immediatamente.
«Sarebbe stato meglio se non avessi detto a Vincenzo che sono passato da te. Si è messo in testa cose strane…»
Dall’altra parte seguì un lungo silenzio, poi Giulia disse con cautela: «Che cosa ti ha detto, esattamente?»
«Di farmi i fatti miei e di starti distante. Era incazzato nero.»
Sentii dei rumori di sottofondo e un annuncio all’altoparlante di un supermercato.
«Adesso devo andare. Puoi passare da me domani? Così ne parliamo con calma. Magari diamo una spuntatina ai capelli, ne hai bisogno.»
Accettai, ignorando l’ultimatum di mio fratello. Un po’ per sfida, ma soprattutto perché non stavo facendo niente di male.
Mi presentai al salone il giorno dopo. Le commesse erano ancora in piena attività: mancava una buona mezz’ora alla chiusura. Avevo insistito io per quell’orario, così da non alimentare la gelosia di mio fratello. Katia, la ragazza del giorno precedente, mi fece accomodare e si occupò di me. Aveva mani piccole e delicate; durante lo shampoo mi dedicò un massaggio della cute lento, quasi ostentato. Nonostante le unghie lunghe, si muoveva con destrezza e attenzione ai particolari. Mentre mi rasava e spuntava i capelli, cominciò a farmi domande.
«Sei il fratello di Vincenzo?»
«Sì, lo conosci?»
«Non gli assomigli molto. Per questo ieri non ho capito chi fossi.»
Non mi sfuggì che aveva eluso la domanda, così insistetti.
«Ce lo dicono tutti. Lo conosci?»
Esitò un attimo con le forbici, poi si decise: «È passato qualche volta a prendere Giulia.»
«Lavori qui da tanto?»
«Un paio di anni.»
Il discorso morì, assassinato dal rumore del rasoio, e non venne più ripreso. Quando Katia finì, mi accomodai nell’ufficio di Giulia e attesi che terminasse con una cliente. La osservavo attraverso la porta aperta. Indossava le calze della sera dell’anniversario: seguivo le righe scure che partivano dalle caviglie e scomparivano sotto la gonna a tubo. Mi sembravano quasi un invito a osare, a scoprire dove finissero. Di tanto in tanto mi lanciava un’occhiata e sorrideva in un modo che mi metteva a disagio: mi faceva pensare che anche in lei stesse crescendo l’istinto animale che mi aveva torturato per tutta la notte. Le minacce di Vincenzo erano soffocate dal frastuono del mio cuore, che batteva all’impazzata mentre la ammiravo. Pur conoscendola da più di dieci anni, mi sembrava di averla vista davvero soltanto dalla sera della festa. E anche se mi ripetevo che avrei dovuto andarmene per fuggire dalla tentazione, rimanevo seduto.
Quando finì con la cliente ed entrò nell’ufficio, le chiesi di non chiudere la porta. Lei si avvicinò e mi accarezzò dolcemente i capelli per controllare il taglio.
«Sei soddisfatto del taglio che ti ha fatto Katia?»
«Sì, è brava.»
«Vero. E, a quanto pare, non solo nel suo lavoro.»
Si voltò verso Katia. Seguii il suo sguardo e mi accorsi che anche lei ci stava fissando.
«Hai parlato con Vince? Ieri sembrava incazzato nero.»
Tornò a me con lo sguardo.
«Oh, niente di diverso dal solito. Abbiamo litigato e poi è andato a dormire nella camera degli ospiti.»
«Spero non per colpa mia.»
«Ormai ogni cosa è un pretesto per litigare. Ha un’amante, adesso lo so per certo.»
«Te l’ha detto lui?»
«In qualche modo… sì.» Fece una pausa e andò a chiudere la porta. «Lo lascio. Sei il primo a saperlo.»
Mi alzai in piedi. Lei mi raggiunse e mi baciò sulla bocca. Per un attimo rimasi immobile, poi ricambiai il bacio, prima di ritrarmi.
«Giulia, non so se è giusto…»
«È tempo di voltare pagina, di prendermi la mia parte di felicità.»
Tornò a baciarmi con maggiore passione. Infilò un ginocchio tra le mie gambe e lo spinse verso l’alto, mentre una mano scendeva lungo il mio ventre. Mi sentivo sopraffatto dai sensi: stavo ottenendo quello che desideravo da giorni. Eppure, nonostante avessi deciso di ignorare il rimorso nei confronti di mio fratello, qualcosa mi spingeva a frenare. Decisi di prendere tempo, per riflettere a mente fredda su quello che stavo facendo.
«Non adesso, c’è gente fuori.»
Funzionò. Lei si ritrasse e, mentre mi puliva il rossetto dalle labbra, mi invitò a tornare dopo un’ora.
Passai il tempo a girare senza meta per il centro commerciale, assatanato dalla voglia di lei, travolto da spinte e ripensamenti. Mi pentii di aver temporeggiato, perché in quel modo stavo aggravando il tradimento con la premeditazione.
Ma alla fine tornai, anche se quindici minuti in ritardo. La serranda era mezza abbassata, la superai ed entrai nell’ufficio. La stanza era illuminata solo con la luce del monitor del portatile, Lei era in piedi su un angolo, appena mi vide mi fece segno di sedermi su una sedia e poi sfilò la gonna e il perizoma con una sensualità che mi diede i brividi.
«Abbassa i pantaloni»
Era il momento, la sua camicia copriva blandamente il sesso e le natiche, si avvicinò e si inginocchiò tra le mie gambe. Non mi rimase che chiudere gli occhi e godere delle sue attenzioni. Ma durò giusto il tempo di assicurarsi che il mio desiderio fosse robusto quanto necessitava. Subito dopo si penetrò, sedendosi sopra di me.
«Lascia che guidi io»
Le sbottonai la camicia ma non mi permise di slacciare il reggiseno. Non l’avevo mai vista in costume, tantomeno nuda. Era in forma, il ventre era piatto, si muoveva con maestria, regalandomi sensazioni nuove. Avevo sempre scopato con coetanee, quella sera scoprii un sesso maturo, più consapevole caldo e avvolgente.
Non ci sentimmo per alcuni giorni. Era mia intenzione rubricare quella sera come “una debolezza che non si sarebbe mai più ripetuta”, quando ricevetti un suo messaggio: “L’ho lasciato. Vieni stasera al salone.”
Non sapendo bene quali fossero le implicazioni di una decisione del genere, mi trovai costretto ad accettare l’invito.
Quando arrivai era sola, e mi aspettava. Ci salutammo, poi incalzai: «Quindi è finita, o vi siete presi una pausa?»
«Non lo so. Al momento vivo ancora con lui, finché non trovo un posto dove andare»
«Separati in casa ... Puoi venire da me, rimanere quanto vuoi»
«No, meglio di no. Non capirebbe»
Mi baciò, poi iniziò a spogliarsi, quasi fosse una conseguenza naturale del nostro incontro. Lanciai un’occhiata alla porta socchiusa. Non ero certo che fossimo soli nel salone e, anche se ormai Giulia era libera da ogni legame, il timore di un colpo di coda del suo ex geloso mi inquietava. La volevo, forse più dell’altra volta, anche perché a quel punto sapevo quello che mi dava, ma non volevo rischiare.
«Potremmo andare a casa mia»
Lei appoggiò infilò le mani sotto la gonna e fece scendere l’intimo.
«Mi piace qui. Rilassati e lascia fare a me»
«No»
Questa volta volli guidare io. Lo spacco dietro la gonna a tubo mi aveva colpito da quando ero entrato. Ci baciammo, poi lentamente sollevai la gonna e la inviati ad appoggiarsi con i gomiti sulla scrivania. Le feci divaricare le gambe, poi la assaggiai.
Giulia è un’amante disinibita e generosa. Dopo aver soddisfatto il proprio desiderio, si fece strumento del mio. Non ero il primo a godere di certi privilegi, e quella consapevolezza mi fece pensare a quanto fosse stupido mio fratello a lasciare andare una donna del genere.
Quando uscii dal salone, trovai Vincenzo seduto su una panchina lungo il corridoio del centro commerciale. Mi fissò per un attimo, con gli occhi arrossati dalla rabbia e bagnati dal dolore. Aveva i pugni così serrati che mi preparai a riceverne uno in faccia, ma non accadde. Si alzò ed entrò nel salone. Attraverso la vetrina lo vidi affranto. Parlava e gesticolava, indicando un punto preciso: la postazione dove Katia serviva i suoi clienti. Il suo non era uno sfogo di gelosia; le stava chiedendo scusa. Alla fine, Giulia lo accolse in un abbraccio consolatorio, di riconciliazione.
Poche ore dopo scrissi a Giulia per sapere come stava. Mi rispose con un lapidario «Tutto bene».
Da quella sera non si fece più trovare. Mi ci vollero settimane per capire che cosa fosse successo. Vincenzo e Giulia erano tornati insieme o, per essere precisi, avevano fatto pace. Non si erano mai lasciati: lei aveva inscenato tutto, prima per accertarsi che lui la tradisse con Katia, la più carina delle sue giovani commesse, poi per ingelosirlo.
All’inizio pensai che Giulia mi avesse usato per riconquistare Vincenzo. A lei quel gioco aveva restituito l’amore della sua vita. A me era costato un fratello.
Eppure, continuavo a ripensare a noi. Il sesso, la chimica: mi sembravano troppo intensi per essere soltanto una messinscena. Doveva esserci altro. O forse avevo soltanto bisogno di crederlo.
Un venerdì sera tornai davanti al salone. Attesi che tutte le ragazze uscissero, poi mi avvicinai all’ingresso. Giulia stava finendo di mettere in ordine. Quando mi vide, non sembrò stupita. Fece un cenno con il capo ed entrò nel suo ufficio.
Lasciò la porta socchiusa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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