Il mio inizio da CuckQueen
«Se continui a sistemare quei bicchieri, alla fine li consumi.»
Mi sorridi dalla porta della cucina. Appoggio quello che ho in mano e guardo la tavola. Tre posti. È strano quanto spazio possa occupare una persona che deve ancora arrivare.
«Voglio che sia tutto a posto.»
Ti avvicini e raddrizzi una forchetta già perfettamente allineata.
«Adesso possiamo stare tranquilli.»
Rido. Mi serve la tua ironia, stasera. Mi serve riconoscerti nei gesti piccoli, mentre ci prepariamo a entrare in qualcosa che conosco soltanto nei miei pensieri.
La mia fantasia, fino a oggi, ha il vantaggio di obbedirmi. La realtà probabilmente avrà idee proprie.
«Sei silenziosa» dici.
«Sto cercando di capire se sono coraggiosa.»
«E come procede?»
«Per ora apparecchio molto bene.»
Mi prendi la mano. La tieni fra le tue senza aggiungere domande.
Quando suona il campanello, ci guardiamo.
Per un istante penso che potremmo essere semplicemente una coppia che aspetta un’amica a cena. Poi mi accorgo che sto trattenendo il respiro.
Elena entra con una bottiglia e l’ombrello bagnato.
«Non so mai cosa portare.»
«Hai già portato la pioggia» le rispondo.
«Quella è in omaggio.»
Il suo sorriso mi aiuta. Le prendo il cappotto e scopro di essere grata per ogni gesto ordinario: trovare una gruccia, indicarle dove lasciare la borsa, chiederle se preferisce l’acqua naturale.
Sotto la luce dell’ingresso siamo tre persone un po’ impacciate. Questa semplicità mi rassicura più di tutte le conversazioni dei giorni scorsi.
A tavola il vino rimane quasi intatto.
Parliamo di viaggi, di un ristorante che ha cambiato gestione, delle piante che compro con entusiasmo e che tu cerchi pazientemente di salvare.
«Lei ha molta fiducia» dici a Elena.
«Nelle piante?»
«Nelle seconde possibilità.»
Ti guardo sopra il bicchiere.
«Stai parlando del basilico?»
«Naturalmente.»
Elena ride. Io abbasso gli occhi sul piatto, ma sorrido anch’io.
La conversazione trova il suo passo. Ogni tanto mi dimentico di controllare come sto. Poi ti vedo ascoltarla con attenzione e qualcosa dentro di me si muove.
È una sensazione piccola e precisa. Gelosia, forse. La riconosco senza avere subito bisogno di mandarla via.
In fondo, sono io ad aver voluto aprire questa porta. Sarebbe ingenuo aspettarmi di sapere già che cosa c’è dall’altra parte.
Quando porto via i piatti, Elena mi raggiunge in cucina.
«Dove metto questi?»
Le indico il piano accanto al lavello. Rimaniamo per un momento una di fronte all’altra.
«Come va?» mi chiede.
Potrei rispondere bene. È la parola più comoda, quella che permette di continuare senza fermarsi.
«Mi sto abituando a non avere tutto sotto controllo.»
«Se trovi il sistema, poi me lo spieghi.»
Rido piano.
Lei si appoggia al mobile, lasciandomi spazio.
«Possiamo anche restare qui a parlare.»
La guardo. Finalmente riesco a separarla dal ruolo che le ho assegnato nella mia immaginazione. Anche lei sta vivendo una serata di cui non conosce il seguito.
«Lo so» rispondo. «Mi fa bene sentirlo.»
In salotto hai acceso la lampada vicino alla poltrona. Fuori continua a piovere; dalla strada arriva il rumore delle gomme sull’asfalto.
Mi siedi accanto, poi aspetti che sia io a parlare.
«Ho una cosa da chiedervi.»
Elena posa il bicchiere.
«Se cambio idea, vorrei poterlo dire senza sentirmi quella che rovina la serata.»
«La serata è anche tua» rispondi.
È una frase semplice. Me la tengo.
Per settimane cerco di indovinare ciò che proverò guardandoti da una posizione diversa. Adesso che sono qui, mi accorgo che devo ancora trovare il mio posto.
Mi sposto sulla poltrona. Poi scuoto la testa e torno sul divano.
«Problemi con la prospettiva?» chiedi.
«Sto facendo delle prove.»
Mi sorridi con quella familiarità che appartiene alle nostre mattine e alle discussioni sul riscaldamento. Mi manca già, per un secondo, benché tu sia a pochi passi.
Quando la serata cambia tono, anche i miei pensieri cambiano ritmo.
Quello che segue rimane privato. Le parole si fermano sulla soglia.
A un certo punto chiedo una pausa.
Tu alzi subito lo sguardo. Elena annuisce. Nessuno sospira, nessuno cerca di convincermi che va tutto bene.
Vado in cucina e bevo un po’ d’acqua. Sulla tavola c’è ancora una briciola di pane. La raccolgo con un dito e mi viene quasi da ridere: ho immaginato tante volte questa sera, senza mai pensare a chi sparecchia.
Mi raggiungi sulla porta.
«Vuoi che resti?»
Ci penso prima di rispondere.
«Sì. Un momento.»
Più tardi accompagniamo Elena all’ingresso. Ci salutiamo con una gentilezza un po’ stanca, senza promesse affrettate.
Chiudi la porta e torni da me.
«E adesso?»
Guardo i bicchieri, il cappotto che lasci sulla sedia, le tue scarpe ancora bagnate.
«Adesso mettiamo su il tè.»
In cucina ti siedi mentre aspetto che l’acqua si scaldi.
«Ho parecchie cose da dirti» comincio.
«Ti ascolto.»
Mi volto verso di te.
Per tutta la sera penso al coraggio che serve per guardare. Adesso sento quanto me ne occorre per lasciarmi vedere.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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