Una seratina da cuck
Era una di quelle sere in cui si sentiva già nell’aria che sarebbe successo qualcosa. Mia moglie era uscita dalla camera con un reggiseno che lasciava i capezzoli completamente scoperti, un vestitino nero scollato e corto, e sopra una giacca di pelle rossa lasciata aperta. Sotto non portava mutandine, solo calze autoreggenti scure e tacchi alti.
Eravamo entrati in un bar con le luci basse e la musica soft. Ci sedemmo a un tavolo un po’ laterale. Lei si sistemò la gonna corta e ogni tanto, muovendosi sulla sedia, lasciava intravedere l’attaccatura delle calze. Bevevamo lentamente. A un certo punto mi alzai per andare in bagno.
Quando tornai, la scena era già cambiata.
Il mio posto non era più vuoto. Seduto proprio sulla sedia dove mi trovavo io fino a un minuto prima, c’era un uomo alto, spalle larghe, dallo sguardo deciso e con un’aria da padrone. Si era appropriato dello spazio con totale disinvoltura, accorciando subito ogni distanza. Le parlava a voce bassa, quasi sussurrando. Mia moglie lo guardava, sorridendo, e ogni tanto abbassava gli occhi in un modo che conoscevo bene.
Mi fermai a qualche metro di distanza e mi sedetti a un altro tavolo, abbastanza vicino da vedere tutto, abbastanza lontano da non interrompere.
Lui le disse qualcosa e lei rise, inclinando la testa di lato. alignment Mentre rideva, la giacca di pelle rossa si aprì un po’ di più e il vestitino scollato lasciò intravedere il seno e i capezzoli già un po’ segnati contro la stoffa. Lei se ne accorse, ma non si affrettò a chiuderla. Anzi, sistemò la giacca con un gesto lento, quasi volesse farglieli vedere meglio per un attimo.
Lui abbassò lo sguardo proprio in quel momento. Non fu un’occhiata veloce. Fu uno sguardo pesante, che restò qualche secondo di troppo sul suo décolleté, vicinissimo a lei. Mia moglie arrossì leggermente, ma non distolse gli occhi dal suo viso. Tra i due c’era già una tensione chiara, fatta di sguardi lunghi e silenzi carichi.
A un certo punto lui si sporse ancora di più verso di lei, avvicinandosi molto al suo orecchio. Le disse qualcosa a voce bassissima. Mia moglie restò ferma un attimo, poi un sorriso quasi divertito le scomparve sulle labbra. Annuì lentamente, come se quello che le aveva appena proposto o confidato la stuzzicasse più di quanto volesse ammettere. I loro sguardi si incrociarono di nuovo, più intensi di prima.
Lui posò una mano sulla sua schiena, bassa, quasi sui fianchi. Lei non si scostò. Anzi, si sistemò meglio sulla sedia, avvicinandosi di un centimetro a lui, occupando lo spazio che prima era mio. Continuarono a parlarsi con gli occhi più che con le parole. Ogni tanto lei lanciava un’occhiata brevissima verso di me, costringendomi a incrociare il suo sguardo complice, come per assicurarsi che stessi guardando la sua totale capitolazione. Io restavo fermo, il cuore che batteva forte. Più li osservavo e più mi convinsi che lei gli stesse facendo capire che io ero consenziente. Che sapevo. Che ero un cuck e che quella sera potevo solo guardare.
Parlarono ancora qualche minuto, scambiandosi sguardi carichi e piccoli sorrisi. Poi lui fece un cenno al barista e pagò il conto di entrambi. Mia moglie si alzò, sistemandosi il vestitino con un gesto che scoprì deliberatamente per un attimo la parte alta delle cosce e l’attaccatura delle calze. Lui la guardò fare senza nascondersi.
Lei si voltò verso di me e mi fece un piccolo cenno con la testa, ordinandomi in silenzio di muovermi.
Li seguii.
Salimmo sulla sua macchina. Io dietro. Durante il tragitto le fece aprire le gambe sul sedile anteriore, le infilò due dita sotto il vestitino e iniziò a muoverle con lentezza. Lei emise un gemito basso, girando la testa all'indietro per guardarmi dritto negli occhi mentre l'altro la possedeva con le dita. Al semaforo estrasse la mano bagnata, la tese all'indietro posandola quasi sotto i miei occhi per costringermi ad annusarla, e poi la leccò con ostentazione.
Arrivammo a casa sua. Mi indicò la poltrona.
«Siediti lì e guarda. Non ti muovere. E non osare toccarti finché non te lo dico io.»
Mi sedetti, aprii i pantaloni freneticamente, ma rimasi immobile sotto il suo comando. Lui le tolse la giacca di pelle rossa e la baciò a lingua, a lungo e a fondo. Lei rispose subito, un gridolino basso le uscì in gola. alignment Mentre ancora si baciavano, lei gli aprì i pantaloni, tirò fuori il suo cazzo e ansimò forte alla vista. Si abbassò sulle ginocchia e se lo prese in bocca con voglia, succhiandolo a fondo, emettendo piccoli suoni umidi e cercandomi ancora con lo sguardo per umiliarmi con la sua sottomissione.
Dopo averlo preso in bocca a lungo, lui la accompagnò lentamente verso il divano. Lì iniziò a spogliarla senza fretta, sfilandole il vestitino nero con gesti decisi e lasciandola esposta solo con il reggiseno con i capezzoli all'aria, le autoreggenti scure e le scarpe nere col tacco alto. Un contrasto visivo devastante. Le accarezzò la pelle nuda con le dita calde, risalendo lungo i fianchi e le cosce, stringendole la carne, per poi chinarsi e farle la stessa cosa: la leccò e la baciò intimamente, bagnandola ancora di più, mentre lei arcuava la schiena sul tessuto del divano e gemeva forte, senza più alcun freno, sapendo che io ascoltavo ogni respiro. Quando si rialzò, si baciarono di nuovo con passione, con i respiri ormai corti. A quel punto mia moglie fece la stessa cosa: lo spogliò completamente, afferrando i suoi vestiti e gettandoli a terra, restando per un attimo a contemplare il suo corpo nudo. Poi scese giù con la testa e continuò a prenderlo in bocca con ancora più foga, stringendo le mani attorno alle sue cosce.
Dopo qualche minuto, lui le afferrò i capelli per farle cenno di fermarsi e la fece voltare, facendola piegare a pecorina con durezza, appoggiando le mani pesanti sui suoi fianchi per modellarne la posizione esasperata. Si posizionò dietro di lei, facendole sentire la sua pressione massiccia contro le natiche nude. Prese il suo tempo: fece scivolare una mano in avanti, accarezzandole l'interno coscia fino a premere un dito dove era già bagnata, mentre con l'altra le teneva ferma la schiena, imponendo il suo totale controllo.
Si spinse contro di lei a fondo, ma con una lentezza calcolata, quasi a voler assaporare ogni millimetro dell'ingresso. Mia moglie tese i muscoli delle braccia sul divano ed emise un lungo gemito roco, un suono profondo che riempì la stanza. Lui non accelerò subito; si piegò in avanti su di lei, accostando la bocca al suo orecchio.
«Ti piace come entro piano? Guarda come tremi già davanti al tuo padrone», le sussurrò a voce calda, quasi senza fiato.
Mia moglie strinse i cuscini del divano, muovendo il bacino all'indietro per accoglierlo del tutto. «Sì... entra tutto... mi fai impazzire... prendimi tutta», rispose con un filo di voce, quasi un sospiro.
«Sei tutta mia stasera. Di' al tuo uomo là sulla poltrona quanto sei cagna e quanto ti piace farti prendere così», continuò lui, aumentando appena il ritmo, regolare e profondo, premendo il bacino contro il suo a ogni spinta, facendo oscillare i tacchi alti di lei sul divano. Mia moglie assecondava il movimento oscillando sui fianchi, del tutto sottomessa a quel ritmo deliberato. Solo dopo aver stabilito quel controllo totale, lui alternò le spinte profonde a qualche sculacciata decisa sulle natiche, che lasciò subito un'impronta rossa sulla pelle chiara e le strappò un sussulto più acuto, misto a un riso quasi isterico di puro piacere.
La fece poi alzare e la prese in piedi contro il muro, tenendole una gamba sollevata col tacco che batteva contro l'intonaco. I suoi gridolini diventarono più acuti a ogni spinta.
La fece salire in cowgirl, lasciando che fosse lei a muoversi sopra di lui, cavalcandolo con foga mentre il reggiseno aperto accentuava il movimento del seno. alignment Infine la stese sulla schiena, piegandole le gambe verso il petto. Ogni tanto lei girava la testa e mi fissava intensamente mentre io, finalmente autorizzato con un cenno del padrone, mi masturbavo sulla poltrona.
«Che figa bagnata… sei un fiume, troia.»
«Dillo.»
«Il cazzo di mio marito non mi basta… è una miseria in confronto a questo…»
Una sculacciata più forte, che risuonò nella stanza.
«Questa sera preferisco il tuo… cazzo, preferisco il tuo… distruggimi!»
«Sono la tua troia… non di mio marito stasera… sono solo un giocattolo per te…»
La fece venire una prima volta con un orgasmo lungo e violento, continuando a penetrarla mentre lei tremava e gridava e scalciava con i tacchi nell'aria. Poi, più a fondo e più duro, le strappò un secondo orgasmo ancora più devastante. Lei si inarcò, aprì la bocca in un grido rotto e venne con tutto il corpo, scossa da spasmi ripetuti che le fecero girare gli occhi all'indietro.
Mentre lei era ancora scossa dagli ultimi brividi dell'orgasmo e ansimava con il petto che saliva e scendeva, lui si sfilò bruscamente da lei. La prese per le braccia, la fece inginocchiare sul pavimento proprio davanti a lui e le spinse di nuovo il cazzo bagnato tra le labbra. Mia moglie non esitò: aprì la bocca e se lo infilò di nuovo in gola con foga, stringendo gli occhi e muovendo la testa avanti e indietro. Mandò giù i suoi ultimi respiri affannati, succhiandolo con decisione per gli ultimi istanti, mentre lui la teneva ferma per i capelli, godendosi l'ultimo calore prima della fine e costringendomi a guardare la scena da pochi centimetri.
Dopo qualche momento di intensa suzione, lui si staccò, la fece rimettere subito sulla schiena sul divano e rientrò dentro di lei con un'unica spinta profonda. Solo allora lui si scaricò dentro di lei, tenendola premuta e inchiodata mentre la riempiva fino all'orlo. Quando uscì, la sborra colò abbondante tra le sue cosce e sulle calze.
Si voltò verso di me, guardandomi dall'alto in basso.
«Vieni qui, sottomesso. Ripuliscila. Non lasciare una goccia.»
Mi inginocchiai sul pavimento, strisciando ai loro piedi, e iniziai a leccare freneticamente. alignment Mentre la leccavo, mia moglie mi guardò dall'alto del divano, con un sorriso di pura superiorità, e disse con voce ancora spezzata:
«Lecca, cornuto… lecca tutta la sborra del vero uomo…»
Poi, premendomi la testa tra le cosce con insistenza:
«Lecca, cornuto… ingoia tutto… puliscimi bene per lui…»
Quando mi staccai, lei era ansimante, completamente marchiata e soddisfatta.
Ci rivestimmo in silenzio, sotto lo sguardo divertito dell'uomo che non degnò me di una parola e diede a lei una pacca d'addio sul sedere. Durante il ritorno lei teneva la giacca aperta, mostrando il petto ancora arrossato, e ogni tanto mi guardava in silenzio con gli occhi lucidi. Quando entrammo in casa, ci chiudemmo la porta alle spalle e lei mi si strinse forte, tremando leggermente.
Mi spinse contro la porta, poggiando le mani sul mio petto. Il suo respiro era ancora caldo, sapeva ancora di lui.
«Hai visto tutto?», mi sussurrò, fissando i miei occhi con un'intensità che non le avevo mai visto prima. «Hai visto come mi ha presa? Come mi tremavano le gambe nei tacchi mentre mi sbatteva contro quel muro?»
«Ho visto tutto», risposi con un filo di voce, sentendo il cuore ripartire a mille. «Eri bellissima. Completamente sua.»
Lei sorrise, un sorriso complice e leggermente perverso, mentre si sfilava lentamente la giacca di pelle rossa lasciando vedere il reggiseno ancora bagnato e la pelle segnata dalle sculacciate.
«Mi tremava la voce quando ti ho chiamato cornuto, ma guardarti lì sulla poltrona mi faceva venire ancora di più. Sentivo il suo cazzo dentro e i tuoi occhi addosso. Ti è piaciuto vedermi fare la sua troia, vero?»
«Mi ha fatto impazzire», ammisi, stringendole i fianchi ancora caldi.
Lei si allontanò di un passo, dandomi le spalle per farsi sfilare il reggiseno, e si voltò a guardarmi sopra la spalla.
«Bene. alignment Perché mentre mi rivestivo, prima che tu ti alzassi dal pavimento, mi ha infilato questo nella borsa», disse, tirando fuori un biglietto con un numero di telefono scritto a penna e un indirizzo. «Ha detto che venerdì prossimo ha un amico che vuole conoscerci. Mi ha ordinato di mettermi lo stesso vestito, ma senza reggiseno stavolta. E vuole che tu sia di nuovo lì a guardare tutto dall'inizio. Ci andiamo, mio piccolo cornuto?»
Il contrasto tra la sua sottomissione a quell'uomo e il controllo totale che ora aveva su di me era assoluto. Restai a guardare il biglietto tra le sue dita, sapendo che non potevo più tornare indietro.
«Sì», sussurrai. «Ci andiamo.»
Lei fece cadere il biglietto sul tavolino all'ingresso e il suo sguardo cambiò all'istante. Quella maschera di sfrontatezza e provocazione che aveva indossato per tutta la notte scivolò via, lasciando il posto alla donna che amavo più di ogni altra cosa al mondo. Fece un passo verso di me, mi circondò il collo con le braccia e poggiò la testa sulla mia spalla, abbandonandosi completamente al mio abbraccio.
La stringevo forte, sentendo il calore del suo corpo che piano piano si regolarizzava, mentre le accarezzavo la schiena e i capelli. In quel silenzio, l'eco della stanza di quell'uomo svanì, lasciando spazio solo a noi due.
«Grazie», mi sussurrò sul collo, con una voce incredibilmente dolce e priva di qualsiasi malizia. «Grazie per essere il mio porto sicuro. Per lasciarmi esplorare questi confini sapendo che, alla fine di tutto, le tue braccia sono l'unico posto in cui voglio davvero stare.»
La sollevai leggermente e la baciai sulle labbra, un bacio lungo, lento e disperatamente romantico, che cancellava ogni ombra della serata e riaffermava il nostro legame. Non c'erano più padroni, né spettatori, né dinamiche di potere. C'eravamo solo io e lei, uniti da una complicità segreta e indistruttibile che nessun altro avrebbe mai potuto scalfire o capire.
La tenni stretta mentre camminavamo verso la camera da letto, pronti a addormentarci l'uno accanto all'altra, più vicini e innamorati che mai.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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