tradimenti
La calda notte di Andora
31.03.2025 |
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"Mi afferrò le anche e si piazzò dietro di lei, mentre lei era ancora sopra di me..."
Estate 2005. Avevo poco più di vent’anni, e ogni weekend con gli amici si trasformava in un pellegrinaggio obbligato verso la Riviera. Partivamo da Torino nel tardo pomeriggio, finestrini abbassati, musica a palla e la testa già altrove. Tappa fissa nei baretti di Alassio per scaldare i motori, poi rotta verso le Rocce di Andora, dove la notte diventava qualcosa di completamente diverso.Ricordo ancora quella sera, caldissima. Ero sudato, brillo, e con quella voglia addosso che solo l’estate sa far salire. Fu lì che la vidi. Camminava come se la pista fosse sua: seno rifatto, perfettamente sostenuto da un reggiseno in pizzo nero che si intravedeva sotto un vestitino floreale cortissimo. Tacchi a spillo, gambe tornite, capelli castani mossi dal vento e uno sguardo da donna che aveva già deciso cosa sarebbe successo.
Mi puntò, mi sorrise, si avvicinò. La voce roca, accento lombardo, già carico di malizia.
“Con quella faccia lì… dovresti stare lontano dalle ragazzine,” mi disse.
Alle sue spalle c’era lui. Più grande. Camicia sbottonata, pantaloni bianchi, e un cappellone assurdo in testa. Ricordo solo che, ogni volta che ci guardava… si segava. In piedi, davanti a noi. Piano. Come se fosse la cosa più normale del mondo.
“Vieni con noi. Dai, sali,” disse lei.
Salimmo in macchina e iniziammo a salire verso le colline. L’aria si faceva più fresca, ma io ero in fiamme. Villa vista mare. Silenzio ovattato. Mi spinse contro una parete e iniziò a baciarmi con la lingua profonda, ruvida. In un attimo ero nudo e lei inginocchiata davanti a me, a scappellarlo con una lentezza sadica, come se stesse aprendo un regalo.
Me lo succhiava senza pietà, guardandomi con quegli occhi da puttana esperta. Ogni tanto si voltava verso suo marito, che stava lì… continuando a segarsi.
Poi mi prese per mano e mi portò in camera. Un letto enorme, lenzuola bianche, tendaggi che svolazzavano piano. Si spogliò lentamente. Lingerie nera in pizzo, reggicalze. Gambe divaricate, seni rifatti che chiedevano solo di essere presi a morsi.
Mi montò sopra, godendo come una bestia. Poi entrò lui. Senza dire nulla. Mi afferrò le anche e si piazzò dietro di lei, mentre lei era ancora sopra di me. Una doppia. L’unica della mia vita. Ero imbarazzato. Ma dentro quell’imbarazzo c’era l’eccitazione più assurda che avessi mai provato.
Sentivo le nostre pallate che si sbattevano contro la sua figa zuppa. Coordinate. Ritmiche. Come un tamburo tribale di puro sesso. Lei urlava, ci incitava, si faceva usare come se aspettasse quel momento da anni.
Il resto è confuso. Sudore. Gocce che cadevano sul letto. Il suo trucco sbavato. Le lenzuola macchiate. Un’orgia senza poesia, ma con una potenza che mi marchiò.
Mi svegliai a mezzogiorno, nudo, la testa che ronzava. Lei era tra le mie gambe, con la faccia sul mio ventre. Mi stava scappellando piano.
“Dai su, che senza alcol sei disarmato… e più bravo da gestire,” disse con quell’accento lombardo diretto, senza fronzoli.
Me lo prese in bocca senza un sorriso. Veloce. Tecnica. Senza nemmeno guardarmi.
Mi svuotò in bocca e si alzò.
“Tranquillo, ai tuoi amici ho già risposto io. Pensavano fossi svenuto in macchina. Ora ti riporto da loro.”
Mi lasciò davanti al lido con gli occhiali storti, la bocca secca e la mente ancora in fumo. Quando scesi dall’auto, si accese una sigaretta e disse solo:
“E non cercarci. È andata. Bello forte, ma andata.”
Non li ho mai più visti.
Ma ogni tanto, quando chiudo gli occhi… sento ancora quelle pallate coordinate. E il sapore di lei, che non se ne è mai andato.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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