tradimenti
La Fabbrica
31.05.2026 |
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"L’orgasmo è così violento che quasi mi tocca tapparti la bocca per non far sentire le tue urla all'esterno..."
CAPITOLO 1 – UNA SORPRESA INASPETTATA, L’INIZIO DEL GIOCONon appena quel giorno ho incontrato i tuoi occhi, il tempo si è semplicemente fermato. Si è fermato il mio respiro, le mie parole, i miei pensieri. Un attimo eterno, destinato a rimanere impresso per sempre. Ammetto che non ero pronto a quell’emozione; mi sono sentito come un marinaio in balia della prima, vera tempesta della sua vita.
Quella mattina la cerimonia per la posa della targa commemorativa, con tutto il protocollo di discorsi, saluti, strette di mano e fotografie, stava andando liscia. Eravamo appena un po’ in ritardo per via di qualche convenevole durato troppo a lungo, ma comunque in linea con i tempi. Mio padre aveva appena terminato il suo discorso in memoria della vecchia fabbrica e di tutte le persone che vi avevano lavorato con passione e dedizione. Le sue parole andavano oltre la semplice descrizione di un secolo di storia: volevano raccontare l’anima di una "vecchia signora" che, con fascino ed eleganza, aveva ancora molto da dire alle nuove generazioni.
Tra applausi e sorrisi, l'evento si è concluso. Tutti si sono alzati, hanno sistemato le giacche e i cappotti e, in gruppo, ci siamo incamminati a piedi verso la vecchia sede della fabbrica, a pochi passi dal Comune. Durante il tragitto si parlava malinconicamente dei tempi andati, scambiando parole delicate per accarezzare i vecchi ricordi.
Arrivati di fronte al portone principale, ci siamo messi in posa per le foto di rito. Nel cercare un punto fisso in cui guardare per assumere un’espressione che sembrasse almeno un minimo interessante, ti ho vista.
In un istante, la mia maschera da "sorriso di circostanza" si è frantumata nello stupore più puro. Per quello che mi è parso un secolo intero, mi sono perso nei tuoi occhi. Ho ritrovato quell’espressione sicura e allo stesso tempo timida che avevo visto in tante foto, e nei tuoi occhi ho visto riflessa la meraviglia del mio stesso sguardo. Quando oggi riguardo la foto pubblicata sul quotidiano locale a documentare quella giornata, rivedo in quel mio sorriso stampato sulla carta tutta la gioia dell’incontro di due anime tenute lontane troppo a lungo.
Sembravi divertita nel vedermi così spiazzato da quella splendida sorpresa. Finiti gli scatti, mentre iniziavano i lunghi saluti di commiato, ho continuato a cercarti con gli occhi tra la folla. Non riuscivo più a scorgerti, finché non ho sentito un “Ciao” sussurrato al mio fianco. Quella voce che per tante sere mi aveva tenuto compagnia fino a notte fonda era finalmente lì.
Eri davanti a me. Indossavi un vestito leggero che accarezzava le tue forme esattamente come i miei occhi facevano in quel momento.
“Ma… tu… come…” sono riuscito solo a balbettare.
“Volevo farti una sorpresa in questo giorno speciale”, mi hai risposto, scoppiando a ridere. “Ho semplicemente preso un treno per venire da te.”
Mi sono avvicinato istintivamente per darti un bacio, ma tu mi hai fermato, mutando in un lampo l'espressione dalla dolcezza all’intrigo.
“Fai il bravo. Nessuno sa di me, sono una donna sposata. Oggi purtroppo non potremo toccarci come vorremmo. Fa' il bravo.”
Proprio in quel momento si è avvicinato mio padre. “Quanta gente oggi, vero?” mi ha detto, poi ha notato la tua presenza e ti ha teso la mano.
Ho preso l'iniziativa, mentre nascosto dal via vai delle persone allungavo una mano per accarezzare la pelle nuda della tua schiena, scoperta dal taglio del vestito. “Lei è una mia vecchissima amica che ha voluto farmi una bellissima sorpresa”, ho detto a mio padre. “Stavo pensando di farle fare un veloce tour della fabbrica mentre tu aspetti la mamma e gli altri se ne vanno, che ne dici?”
Mio padre ha annuito, congedandosi. Mi sono voltato verso di te, mentre le nostre mani si sfioravano fugacemente lungo i fianchi. “Ti va di vedere la mia vecchia signora?”
Ti sei morsa il labbro fissando il mio sorriso malizioso. Avevi capito perfettamente che il gioco era iniziato, e non vedevi l’ora di scoprire dove ci avrebbe portato.
“Con piacere”, mi hai risposto.
E così ci incamminiamo verso l’ingresso di quel vecchio edificio che io chiamo "casa".
CAPITOLO 2: LA FABBRICA, I BACI, LA PASSIONE
Così entriamo da quella vecchia porta di legno scricchiolante, che tante vite e tante anime ha visto passare, e ti presento la mia “vecchia signora”. Ti guido in un mondo fatto di rughe e crepe, che ancora mantiene un’eleganza da cui è difficile non rimanere affascinati. Un’eleganza fatta di note, legno, polvere e storie di vita vissuta.
Siamo finalmente soli. Mentre ti racconto come è nato quel piccolo mondo e i mille aneddoti che ne compongono il mosaico emotivo, i tuoi occhi curiosi volano da un bancone di lavoro all’altro, guidati solo dalla meraviglia.
Poi ti avvicini, appoggi la testa sul mio collo e fai un respiro profondo, per riempirti i polmoni di quel profumo di antico che permea i muri. Ti prendo per mano e ti accompagno negli uffici della fabbrica. Ti guardi intorno come una bambina, con le mani unite dietro la schiena, mentre mi chiedi delle fisarmoniche esposte e dei vecchi poster appesi. Senza mai smettere di rispondere alle tue domande, mi avvicino, ti stringo i fianchi e ti tiro a me, sentendo finalmente il tuo corpo contro il mio.
Sento il tuo sorriso sulla pelle. Ti scosto i capelli dal collo e appoggio le labbra, dandoti piccoli baci che hanno il sapore di ciò che verrà. Risalgo con le braccia fino a bloccarti il petto contro i miei avambracci, come a non volerti far scappare.
Il tuo respiro si fa affannoso. Mi hai sempre detto in chat che il lato destro del collo è il tuo punto debole, e ora mi sto approfittando di quella vecchia confessione. Chiudi gli occhi, godendoti il brivido che ti percorre la schiena adesa alla mia.
Mi avvicino all’orecchio e ti sussurro: “Lo sai che ti amo, vero?”.
Tu mi spiazzi, come sempre, voltandoti con un sorriso beato: “Ora sono qui... dimostramelo”.
Allora ti prendo per i fianchi, ti giro e, finalmente... ti bacio. Un bacio che in un secondo cancella i mesi di attesa, l’emozione della sorpresa di stamattina, i secondi interminabili prima di sfiorarti. Tutto spazzato via da un contatto che sa solo di dolcezza e abbandono.
Ma il desiderio è troppo forte e dopo esserci assaggiati in punta di labbra, i baci diventano passionali, incontenibili.
Le mie mani scendono lungo il profilo del tuo vestito, lo sollevano e vanno a stringere con forza il sedere. Poi scorrono sotto l'elastico degli slip, abbassandoli leggermente per cercare il fiore della tua intimità. Ti trovo già fradicia, bagnata dal desiderio di me. Entro appena con la punta delle dita, poi me le porto alla bocca per assaporarti.
“Non volevi nutrirti di me?”, mi provochi. “Io sono qui, ora. Approfittane.”
Con un movimento veloce, i tuoi slip volano a tempo. Ti afferro per i fianchi, assecondando il tuo movimento, e ti faccio sedere sulla scrivania che un tempo raccoglieva i disegni e le idee geniali di mio nonno. Mi inginocchio davanti a te. Ti accarezzo le caviglie, i polpacci; intanto bacio l'interno delle tue cosce, poi mi fermo a inspirare il tuo profumo.
“Così mi fai impazzire”, mormori, con il fiato corto.
Respiro a fondo una, due, tre volte. Hai un profumo buonissimo. Non resisto: ti bacio proprio lì. Sento la tua eccitazione pulsare, te ne do un altro.
“Sei sensibilissima”, ti dico, mentre assaggio ogni tua sfumatura.
“Sei tu che mi fai questo effetto”, rispondi, abbandonandoti al contatto.
Appoggio delicatamente le labbra sulle tue e, schiudendole, apro anche le tue difese. Tiro fuori la lingua e mi nutro di te, del tuo desiderio che sa di sesso puro. Con le mani mi aggrappo alle tue gambe per aderire ancora di più alla tua femminilità. La mia lingua lavora piena su di te: lecco il tuo sapore, poi salgo fino al clitoride, lo prendo tra le labbra e ci gioco.
Inizi a cedere alla fatica del piacere. Con una mano mi accarezzi i capelli, mentre con l'altra ti stringi il seno da sopra il vestito. Io non mi fermo. Continuo, lecco, succhio, mordo, finché la tua presa sulla mia testa non si fa forte.
“Leccami, sono tua”, mi dici ansimando.
La tua mano prima preme, poi mi spinge contro di te. Ho tutto il viso affondato nel tuo sesso, quasi non respiro. Mi stringi con forza. Ho le labbra piene dei tuoi umori. Dio, quanto mi piaci.
Il mio obiettivo era interrompermi prima di farti venire, ma tu non sei dello stesso avviso. Mi stringi la testa e mi spingi con forza verso di te.
“Dove vai?”, mi dici con disappunto. “Sei mio.”
Te lo leggo negli occhi: non ammetti repliche. Sono tuo, e adesso vuoi venire. Così ricomincio a leccare, con vigore. Senti la mia lingua, la mia frenesia. Se prima volevo solo farti provare piacere, ora voglio farti impazzire. Spingo sempre di più, sfrego, roteo. Tu apri le gambe ancora di più e mi cingi le spalle con i polpacci. Il tuo bacino si muove come se volessi scoparmi la faccia; respiro a fatica, ma non mi fermo, voglio vederti crollare.
Ti sento gemere, sempre più forte, finché non arrivi al limite. Spingi il mio viso contro la tua carne, mi stringi i capelli e vieni, con le gambe che tremano per le scosse. L’orgasmo è così violento che quasi mi tocca tapparti la bocca per non far sentire le tue urla all'esterno.
Allora risalgo, ti guardo e ti sorrido. Cerco con gli occhi un fazzolettino per pulirmi le labbra, ma anche stavolta il tuo pensiero è un altro. Mi prendi il viso tra le mani e lo porti a pochi millimetri dal tuo.
“Ti pulisco io, amore”, mi sussurri. E poi mi baci. Mi lecchi, mi gusti, vuoi fondere i nostri sapori. La mia lingua danza con la tua, in un groviglio caldo e profondo.
CAPITOLO 3: IL PIACERE, IL PROIBITO, L’AMORE
“Io voglio tutto di te”, mi dici quando ti stacchi appena. “Sei magnifico, ma non mi basta più solo la tua lingua.”
“E io, infatti, non ho ancora finito”, ti rispondo.
“Cosa vorresti fare?”, mi provochi, con il più bello dei tuoi sorrisi.
“Voglio fare l'amore con te.” Ti guardo fisso, sicuro.
“Ci sono le finestre che danno sulla strada, fuori ti stanno cercando”, dici, ma senza crederci davvero.
“Le vetrate sono zigrinate, da fuori vedono solo ombre.”
Ti prendo per mano. “Vieni.”
“Dove mi porti?”
Non rispondo. In silenzio ti guido nell'ultimo ufficio, il più lontano, quello del capostipite, e mi chiudo la porta alle spalle. Mi baci non appena scatta la serratura. La scrivania è libera e, con una serie di movimenti che sanno di déjà-vu, ti ritrovi seduta sul legno, con il vestito già raccolto sui fianchi.
“Tu mi fai impazzire”, mi dici, scandendo bene le parole. E subito dopo, in un unico respiro affannato: “Cosa vuoi farmi?”.
Le mie dita stanno già aprendo le tue labbra, scoprendo il tuo sesso gonfio e pulsante. “Ti voglio scopare, e non abbiamo molto tempo”, ti dico, irruente, eccitato come non mai.
“Sono qui per questo”, rispondi, nelle mie stesse identiche condizioni.
“Ora sei MIA”, ti dico, improvvisamente serio.
“E allora scopami.” Come se ci fosse davvero bisogno di chiederlo.
Mi apro i pantaloni. Sento l’interno dei boxer umido, tanto il mio sesso è bagnato di desiderio. Lo tiro fuori e lo sfrego sulle tue labbra esterne, su e giù. Vorrei torturarti ancora un po', tenerti sulle spine, ma non resisto. Faccio entrare piano la punta, assaporando la tua stretta.
Poi guardo il tuo viso stravolto dall'eccitazione, sento le tue labbra che sussurrano un “Dio… sì…” ed entro.
Con un colpo secco.
La scrivania ha un sussulto. Sopra il ripiano un fermacarte cade a terra, sollevando un velo di polvere, mentre con il peso del mio corpo ti tengo schiacciata contro il legno.
“Sìììì!”, urli.
Con i fianchi ti colpisco forte, in un meraviglioso e incessante avanti e indietro. Poi penso al tuo sedere, a quanto sia perfetto contro di me. Così esco, ti giro di spalle e, con lo stesso identico slancio di prima, rientro in te in un unico movimento. Ti stringo le natiche con forza. So che ti piace sentirti in balia del tuo uomo, e allora ti prendo, ti assecondo, ti colpisco. Ti do una bella sculacciata. Uno... “Ahi!”, urli. Due, tre…
Ti guardo dall'alto e penso a quanto tu sia bella, eccitante, passionale. Con quel pensiero fisso in testa ti sussurro all'orecchio: “Sono al limite, amore. Non resisto ancora a lungo”. Intanto, dalla strada, sento che continuano a chiamare il mio nome.
Allora, con un colpo di reni improvviso, mi allontani da te. Ti volti e mi fissi. “Ora voglio io il tuo sapore”, mi dici.
Ti inginocchi immediatamente, prendendolo in bocca e succhiandolo con una foga incredibile, come se volessi staccarmelo. Questa volta sono io che ti afferro la testa e ne guido il ritmo. Ti sento fremere; so che stai impazzendo esattamente quanto me.
“Vengo”, ti avverto, “vengo, cazzo.”
Spingo forse troppo a fondo, ma tu resisti, con il mio sesso ben piantato nella tua gola che inizia a sussultare. Un getto, poi un altro. Sto venendo e tu non ti stacchi, mi bevi fino all'ultima goccia.
Poi ti sollevi, senza mai smettere di guardarmi negli occhi. Mi prendi la testa tra le mani e mi baci. Il mio sapore nella tua bocca è un'esperienza nuova per entrambi: mi cerchi con la lingua, vuoi condividere il mio seme con me, proprio come poco fa ho fatto io con i tuoi umori. Mi baci con passione pura.
In quel preciso istante, sentiamo il portone principale aprirsi. Sono i miei genitori.
“Gli slip!”, mi sussurri con un'occhiata divertita.
Corro nel primo ufficio a recuperarli, infilandoli frettolosamente in tasca proprio mentre i miei fanno il loro ingresso nel corridoio.
“Ciao! Tutto bene con la tua amica?” mi chiede mio padre.
Sto per rispondere con il cuore ancora in gola, quando tu mi spunti alle spalle.
“Che meraviglia, signori”, dici, sfoggiando una naturalezza e una freschezza disarmanti. “Vostro figlio deve ancora mostrarmi il magazzino.”
Dentro di me esplodo in un sorriso. Mentre ci avviamo verso i locali del magazzino e i miei ci precedono di pochi passi, allungo una mano dietro la tua schiena. Scendo verso il basso, ti sollevo leggermente la gonna e avvicino un dito al tuo sesso, sentendo quanto sei ancora bagnata di me.
Ti amo, mia dea erotica.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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