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tradimenti

Palestra


di AlessioTv
17.10.2026    |    2.355    |    3 9.5
"Lei gli allacciò le gambe intorno ai fianchi e lo sentì, duro contro di sé attraverso la stoffa dei pantaloni, e gemette contro il suo collo..."
Dimenticanze

Alle dieci di sera la palestra aveva quel silenzio particolare che resta dopo un allenamento: l'eco dei palloni che rimbalzano ancora nella testa, l'odore di gomma e sudore, le luci dei neon che ronzano. Le ragazze della squadra erano uscite da un po', tra risate e borse trascinate. Giulia era tra le ultime, e aveva deciso di esserlo apposta.

Sulla porta d'ingresso si fermò, la mano immersa nello zaino.

«Marco, ho lasciato la felpa dentro. Faccio in un attimo.»

Lui non alzò nemmeno lo sguardo. Era in ginocchio accanto al carrello dei palloni, che ci lanciava dentro uno alla volta con quei gesti precisi, quasi distratti, che lei conosceva a memoria. «Le chiavi le ho io, quindi non ti chiudo dentro per sbaglio. Fai pure con calma. Io finisco con la rete.»

Fai pure con calma. Giulia sentì la frase scenderle lungo la schiena.

Attraversò il corridoio con il cuore che martellava. Per mesi lo aveva guardato durante gli allenamenti: le mani grandi, sicure, che sapevano far parlare un pallone, accarezzarlo, dargli la traiettoria giusta con un movimento del polso. Quando le correggeva la posizione dei gomiti, quando le appoggiava le dita sui fianchi per farle girare il busto, lei aveva dovuto ricordarsi di respirare. La sera, sotto la doccia, con l'acqua calda che le scivolava addosso, quelle mani tornavano senza chiedere permesso. Non erano più sul pallone. Erano su di lei.

Sapeva che lui era impegnato. Lo sapeva bene, ed era proprio per questo che quel desiderio non la lasciava in pace: un tarlo ostinato, che a ogni rifiuto che si dava diventava più affamato. Non voleva più sognarlo. Lo voleva davvero.

Nello spogliatoio la luce era soffusa e l'aria ancora umida dalle docce delle altre. Giulia posò lo zaino e, davanti allo specchio, si guardò a lungo. Aveva le guance accese e le pupille dilatate. Si sfilò la maglia, poi i pantaloncini, poi tutto il resto, lentamente, e ogni indumento che cadeva sulla panca sembrava togliere un dubbio. Rimase nuda sulle piastrelle fredde, con la pelle che si increspava, e per un attimo ebbe paura. Poi si ricordò dei suoi pensieri, di quelle mani, e la paura si trasformò in qualcosa di più caldo.

Si sedette sulla panca e aspettò.

I minuti si dilatarono. Dalla palestra arrivavano rumori attutiti: il carrello trascinato, i pali della rete smontati. Poi il silenzio. Poi i passi.

«Giulia?» La voce di Marco, vicina. «Tutto a posto? Sono passati venti minuti.»

Lei non rispose. Aveva la bocca secca, le ginocchia strette.

«Giulia, mi stai facendo preoccupare.»

La maniglia girò. «Scusa, entro, voglio solo assicurarmi che...»

Le parole gli morirono in gola.

Giulia si era alzata in piedi al centro della stanza. Non cercò di coprirsi. Aveva i capelli sciolti sulle spalle, il respiro corto che le sollevava il petto, e lo guardava dritto negli occhi, con la sfida di chi ha già deciso e non intende tornare indietro.

Marco rimase fermo. Il suo sguardo la percorse, poi tornò sul viso di lei. Qualcosa nella sua espressione vacillò.

«Giulia...» disse, e la voce gli uscì roca. «Io non posso. Lo sai. Sono...»

«Lo so.» Fece un passo verso di lui. «Lo so da mesi. Non ho trovato nessuna felpa, Marco. Non l'ho nemmeno cercata.»

Lui deglutì. «Perché ci hai messo tanto?»

«Volevo vedere se saresti entrato.» Un altro passo. «Se avresti avuto la forza di non farlo.»

Il silenzio che seguì durò un battito. Poi Marco chiuse la porta alle sue spalle e la chiave scattò nella serratura, un suono secco che le attraversò le gambe.

«Non avrei dovuto,» mormorò lui, ma intanto si era già avvicinato.

Le sfiorò il viso con la punta delle dita, come se avesse paura che potesse dissolversi. Quelle mani, finalmente: calde, ruvide sui polpastrelli, più delicate di quanto avesse immaginato. Le scesero lungo il collo e lei chiuse gli occhi, con un sospiro tremante. Quando le dita le scivolarono sulla clavicola, poi sulla spalla, poi lungo il braccio, Giulia sentì la pelle accendersi a ogni centimetro.

«Dillo,» sussurrò lui, la fronte contro la sua. «Dimmi se vuoi che mi fermi.»

«Non ti azzardare.»

Lo baciò lei per prima, con una fame che si portava dietro da mesi. Lui rispose con la stessa urgenza, come se la diga che aveva tenuto in piedi per tutto quel tempo fosse crollata. Le prese il viso tra le mani, la schiacciò contro la fila di armadietti, e il metallo freddo sulla schiena contrastò con il calore del suo corpo ancora vestito. Giulia gli tirò la maglietta, gliela sfilò con impazienza, e finalmente posò i palmi su quelle spalle, sul petto, sugli addominali duri. Era tutto come l'aveva sognato, e meglio.

Le mani di lui cominciarono a esplorare con una lentezza quasi crudele. Le scesero lungo i fianchi, la vita, la curva dei glutei, e la sollevò contro di sé senza sforzo. Lei gli allacciò le gambe intorno ai fianchi e lo sentì, duro contro di sé attraverso la stoffa dei pantaloni, e gemette contro il suo collo.

«Marco...»

«Dimmi cosa vuoi.»

«Tutto,» ansimò. «Non fare piano. Non con me. Non voglio essere trattata con i guanti.»

Qualcosa si accese nello sguardo di lui. La portò verso la panca di legno, la fece sdraiare con una dolcezza che contrastava con l'urgenza dei suoi occhi, e restò un momento a guardarla, in ginocchio sul pavimento, come davanti a qualcosa che aveva negato a se stesso troppo a lungo.

«Sei bellissima,» disse piano.

Poi la sua bocca scese. Sul collo, sul seno, dove si fermò a lungo, mentre lei gli affondava le dita tra i capelli e inarcava la schiena. Sul ventre, che tremò sotto le sue labbra. Poi più giù, e Giulia dovette mordersi il polso per non gridare. Lui sapeva cosa fare, sapeva ascoltare il suo corpo, rallentare quando lei stava per cedere, riprendere quando era sul punto di implorare. Quando finalmente la fece arrivare, fu un'onda lunga che le svuotò la mente e le strappò il suo nome dalle labbra.

Non le diede il tempo di riprendersi. Si alzò, si liberò dei pantaloni, e quando tornò su di lei, Giulia lo accolse con le braccia e con tutto il corpo. La prese con un'unica spinta lenta e profonda, e lei si lasciò sfuggire un suono che non aveva mai fatto con nessuno, nemmeno con il suo ragazzo, così gentile, così prevedibile, così veloce. Qui non c'era niente di prevedibile. Marco la riempiva, la guidava, imponeva un ritmo che lei sentiva fin dentro le ossa. Le afferrò i polsi, glieli tenne sopra la testa, e la guardò negli occhi mentre si muoveva dentro di lei.

«Così?» le chiese, la voce spezzata.

«Più forte,» rispose lei. «Ti prego.»

E lui obbedì.

Il tempo perse ogni misura. La panca scricchiolava, i loro respiri riempivano la stanza, la pelle scivolava contro la pelle. La girò a pancia in giù, le sollevò i fianchi, la prese da dietro con le mani salde sulla sua vita, e Giulia affondò il viso contro il legno, mormorando parole sconnesse. La sollevò di nuovo, la spinse contro il muro piastrellato, lei con le gambe attorno ai suoi fianchi e le unghie nella sua schiena. Poi il pavimento, lei sopra di lui, che si muoveva a occhi chiusi, la testa rovesciata all'indietro, finalmente padrona di quel desiderio che l'aveva consumata per mesi. Lui le teneva i fianchi e la guardava come se non avesse mai visto niente di più bello.

Venne ancora, e ancora, ogni volta più sfinita e più affamata, mentre lui si tratteneva per lei, rallentava, ricominciava, finché anche l'ultimo controllo non cedette. Con un gemito basso si lasciò andare dentro di lei, schiacciandole il viso contro la spalla, e Giulia lo strinse con tutte le forze fino a sentire il suo corpo placarsi.

Restarono lì, sul pavimento freddo, intrecciati, con i cuori che battevano all'impazzata. Sopra la porta l'orologio segnava che era passata più di un'ora. Fuori, la palestra era buia e silenziosa. Dentro, l'aria odorava di loro.

Lui le accarezzò i capelli umidi, in silenzio. Poi, con un sorriso stanco, quasi incredulo: «La felpa?»

Giulia sollevò il viso dal suo petto, gli occhi lucidi e soddisfatti.

«Non l'ho mai dimenticata.»
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