tradimenti
“Principessa di casa” – Episodio 3: Castità
09.01.2026 |
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"E io lo guardai senza pietà, perché volevo che capisse che non avrebbe ottenuto dolcezza gratis..."
Silvia....Quella sera avevo voglia di essere cattiva.Non “cattiva” in modo isterico. Cattiva nel modo peggiore: lucida, precisa, con la voce bassa. Quella cattiveria che non urla mai, ma lascia i segni.
Pietro era già a casa quando tornai. La cucina pulita, il pavimento lucido, la cena pronta. E lui lì, in piedi, con quell’aria da “dimmi cosa devo fare”.
Come sempre.
Mi tolsi il cappotto senza guardarlo.
«Hai lavorato anche oggi fino a tardi?» chiesi.
«Sì.»
«E poi hai pulito tutto.»
«Sì.»
Alzai finalmente gli occhi su di lui e sorrisi. «E dimmi… ti senti importante adesso?»
Pietro non rispose subito. E già questo mi fece piacere: si vedeva che la domanda gli aveva punto qualcosa.
Mi avvicinai e gli presi il mento tra pollice e indice. Non forte, ma abbastanza da fargli capire che non era un gesto tenero.
«Rispondi.»
«Mi piace… prendermi cura di te.»
Risi piano. «Che risposta educata. Quasi nobile. Peccato che non sia tutta la verità.»
Lo lasciai lì, immobile, e andai a sedermi sul divano. Incrociai le gambe con lentezza, facendo apposta a prendermi tempo. Lui rimase in piedi come un servo che aspetta il prossimo comando.
Il campanello suonò.
Pietro fece per andare, ma lo fermai con un solo gesto della mano.
«No. Apro io.»
Aprii e Andrea era lì. Giacca scura, sguardo fermo, un sacchetto piccolo in mano. Non mi chiese come stavo. Non fece complimenti. Entrò e basta, come se la casa lo riconoscesse.
Mi diede un bacio leggero sulla guancia e poi guardò Pietro.
«In piedi. Fermati lì.»
Pietro ubbidì senza fiatare. Andrea non alzò la voce. Non ne aveva bisogno.
Io guardai il sacchetto. «Cos’è?»
Andrea non sorrise. «Un dono. Non per te.»
Questo mi piacque. Mi piacque molto. Perché io adoro quando qualcuno osa portarmi qualcosa senza chiedermi se lo voglio. È un modo di dire: so cosa ti piace.
Andrea posò il sacchetto sul tavolino e lo fece scivolare verso Pietro.
«Aprilo.»
Pietro lo fissò come se avesse paura di rovinare l’aria.
Io mi alzai, gli arrivai addosso senza toccarlo, solo con la presenza. «Non fare quella faccia. Aprilo. E smettila di fingere che non desideri essere messo al tuo posto.»
Pietro deglutì. Aprì.
Tirò fuori una scatola nera. Elegante. Fredda.
Andrea la indicò. «Apri anche quella.»
E Pietro lo fece.
Quando vidi cosa c’era dentro, mi venne da sorridere con tutta la bocca. Non un sorriso carino. Un sorriso soddisfatto.
Un dispositivo di castità, un lucchetto, due chiavi.
«Ah,» dissi soltanto.
Pietro mi guardò. Era pallido. E io vidi subito la cosa che mi interessa sempre di più: non la paura. L’eccitazione sotto la paura.
Mi avvicinai, lentissima.
«Guarda un po’…» dissi. «Il mio bravo fidanzatino. Quello che si ammazza di lavoro, che mi compra i regali, che pulisce, cucina, lava…»
Mi fermai davanti a lui e lo scrutai come si scruta qualcosa che si possiede.
«…e poi si agita perché non sa cosa fare dei suoi desideri.»
Pietro provò a parlare. «Silvia, io—»
Gli misi un dito sulle labbra. «No. Oggi niente discorsi carini. Oggi non voglio l’uomo. Voglio il cane educato.»
Andrea si mise dietro di me, un passo indietro, come una presenza che non aveva bisogno di muoversi. Quella disposizione mi fece venire voglia di spingere di più.
Io indicai la scatola. «Sai cos’è questo? È un modo per smetterla di raccontarti che mi ami “bene”.»
Pietro mi fissò confuso.
Mi inclinai in avanti, abbastanza da obbligarlo ad ascoltare. «Tu mi ami come un disperato. E la disperazione non è amore. È paura. Paura che io mi stanchi. Paura che io mi annoi. Paura che io trovi qualcuno che mi prenda come si deve.»
Pietro abbassò gli occhi.
Io gli alzai il viso con due dita. «Guardami. Non scappare dentro la tua vergogna. Guardami e dimmi la verità: ti piace l’idea che io abbia qualcuno più forte di te?»
Pietro sussurrò: «Sì.»
«Sì cosa?» lo incalzai.
Andrea intervenne, secco. «Completa la frase.»
Pietro tremò. «Sì… mi piace.»
Sorrisi. «Bravo. E ti piace anche essere quello che aspetta. Quello che sta buono. Quello che fa tutto per meritarsi un sorriso.»
Feci una pausa, lasciando che sentisse il peso.
«Solo che adesso basta meritarsi. Adesso si obbedisce.»
Pietro mi guardò di colpo. «Obbedire…»
«Sì.» Mi girai verso Andrea. «Questa idea è tua?»
Andrea annuì. «In parte. È un modo per definire una prova.»
Io tornai su Pietro. «Una prova. Tre giorni. Ti toglie l’illusione che puoi “compensare” con il lavoro e i servizi. Ti toglie la fuga. Ti lascia solo con una cosa: la docilità.»
Pietro provò a irrigidirsi. «E se non voglio?»
Mi fermai. Lo fissai. Poi sorrisi come se avessi trovato finalmente qualcosa di divertente.
«Ah. Quindi puoi dire no. Interessante. Dove lo tieni nascosto, questo coraggio? Sotto il lavandino? In mezzo ai miei reggiseni?»
Pietro arrossì. Andrea restò immobile. Io continuai, lenta, cattiva, precisa.
«Ascolta, Pietro. Io non ho bisogno che tu sia coraggioso. Io ho bisogno che tu sia sincero. Perché il tuo sì automatico non mi eccita. Mi annoia.»
Mi avvicinai a mezzo centimetro dalla sua faccia. «Quello che mi eccita è quando sei restio… e poi cedi bene. Quando smetti di fare il bravo ragazzo e diventi quello che sei: uno che desidera essere guidato.»
Pietro respirò più forte. Lo vidi. Lo sentii. Non serviva altro.
Andrea parlò soltanto allora: «Pietro, vuoi accettare la prova? Sì o no.»
Silenzio.
Pietro guardò la scatola. Poi me. E io lo guardai senza pietà, perché volevo che capisse che non avrebbe ottenuto dolcezza gratis.
«Dillo,» sussurrai. «E dillo come si deve. Non “va bene”. Non “se vuoi”. Dillo come uno che ha scelto.»
Pietro serrò la mascella e poi, con una voce più ferma:
«Sì. Lo voglio.»
Mi sentii attraversare da un piacere scuro. Non perché l’avevo “vinto”, ma perché l’avevo messo a fuoco. Finalmente.
«Bravissimo.»
Presi la chiave d’uso con naturalezza, come se fosse sempre stata mia. La chiusi nel pugno e lo guardai negli occhi.
«E adesso ascolta la parte umiliante,» dissi dolce. «Quella che ti piace e che fai finta di odiare.»
Pietro deglutì.
«Tu da oggi non mi dimostri amore con i soldi e con la fatica. Tu mi dimostri amore con la disciplina. Ti siedi. Stai calmo. Mi servi perché te lo chiedo, non perché speri in un premio.»
Andrea annuì appena, come un giudice.
Io feci un passo indietro e indicai il pavimento davanti a me.
«In ginocchio.»
Pietro esitò mezzo secondo. Mezzo secondo di orgoglio, di vergogna, di tutto.
Poi scese.
Il gesto fu lento, e per questo più vero.
Io lo guardai dall’alto e dissi, piano:
«Così. Adesso sembri te stesso.»
Andrea richiuse la scatola e la rimise nel sacchetto. «Stasera non si fa altro,» disse. «Si chiude qui. Domani si vede se regge.»
Io piegai la testa e sorrisi a Pietro, crudele e soddisfatta.
«Tre giorni, amore. E vediamo se senza la tua solita corsa riesci a restare… docile.»
Pietro alzò lo sguardo. «Sì.»
«Sì cosa?» chiesi.
Lui abbassò gli occhi come se fosse una confessione.
«Sì, Silvia.»
E io capii che avevo ottenuto quello che volevo: non un uomo che si ammazza per me.
Un uomo che, finalmente, stava al suo posto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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