tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap. 33
17.07.2026 |
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Riccardo, che aveva osservato il silenzio con la sua solita calma imperturbabile, si alzò dalla poltrona..."
La luce del mattino filtrava attraverso le pesanti tende di velluto verde, dipingendo strisce dorate sul pavimento in legno scuro. Fabiola aprì gli occhi, sentendo il respiro profondo e regolare di Riccardo dietro di lei. Era un suono che, in sole due settimane, era diventato la sua ancora, la colonna sonora di un'esistenza che stava iniziando a credere, a pieno diritto, di meritare. Si voltò lentamente, facendo scorrere il lenzuolo di seta sulla pelle nuda, ammirando il profilo dell'uomo che dormiva ancora. Le sue sopracciglia grigie erano rilassate, la mascella morbida nel sonno, un contrasto straniante con l'autorità fredda e calcolatrice che indossava durante il giorno.Fabiola si sollevò su un gomito, i capelli neri, un po' spettinati dal sonno, le incorniciavano il viso ovale. Il cuore le batteva forte, non per l'ansia che l'aveva tormentata per anni, ma per un'anticipazione elettrica. Oggi Laura sarebbe arrivata. Due settimane. Erano passati esattamente quattordici giorni da quando Laura aveva varcato quella porta, l'aveva "testata" nel modo più crudele e piacevole possibile, e se n'era andata lasciandole una promessa di riscatto. La promessa di Alessandro.
Il pensiero del figlio le fece venire un groppo in gola, ma questa volta non era il solito nodo di disperazione. Era un filo di speranza grezza e tremolante. Aveva passato anni a chiedersi se si ricordasse di lei, se la odiasse, se fosse finito in qualche buco nero come lei. Invece, grazie a questa donna enigmatica e all'uomo che dormiva accanto a lei, stava per scoprire la verità.
Si allontanò con delicatezza dall'abbraccio di Riccardo, i suoi piedi nudi toccarono il freddo del parquet. Si avvolse in una morbida vestaglia di seta bianca che Riccardo le aveva comprato, sentendo la tessitura lussuosa scivolare sulla pelle, un promemoria costante del fatto che la sua vita, per quanto fragile, era ora avvolta in privilegi che non avrebbe mai osato sognare. Andò alla finestra e la spalancò. L'aria di Verona entrò, portando con sé il profumo intenso del gelsomino in fiore nel giardino sottostante.
Guardò l'orologio sulla parete: le sette e mezza. Laura era puntuale. Laura era precisa. Laura era un uragano in abito firmato.
Fabiola tornò verso il letto, sedendosi sul bordo. Guardò Riccardo, che si stava svegliando, stiracchiandosi come un grosso gatto soddisfatto. I suoi occhi scuri la incontrarono, e un sorriso lento, pieno di una complicità sincera, gli increspò le labbra.
"Buongiorno," borbottò lui, la voce roca per il sonno. Le passò una mano sulla coscia nuda sotto la vestaglia, le dita calde e possenti che le fecero venire i brividi.
"Buongiorno," rispose lei, coprendo la sua mano con la sua. "Devo alzarmi. Laura arriva alle 10:00."
Riccardo si sedette, appoggiando la schiena alla testiera del letto, le lenzuola scivolate in basso a rivelare il suo torso muscoloso e cosparso di pochi peli grigi. "Lo so. Anche io ho una certa curiosità di vedere cosa ha scavato fuori."
Fabiola chinò la testa, fissando il punto in cui le loro dita si intrecciavano. "Ho paura, Riccardo. Paura di quello che leggerò. Paura che lui mi odi."
Riccardo le tirò leggermente il braccio, facendola avvicinare. Fabiola resistette un istante, poi cedette, lasciando che la testa le cadesse sulla sua spalla. "Qualsiasi cosa ti dirà, Faby, non cambierà chi eri, ma soprattutto chi sei ora. E non cambierà il fatto che io sono qui. E che Laura è dalla tua parte."
Le parole di lui la rassicurarono, ma non placarono del tutto il nervosismo che le tremava nelle mani. Si alzò, decidendo di prepararsi. Aveva bisogno di sentirsi forte, di sentirsi all'altezza della donna che stava per arrivare e della vita che le veniva offerta.
Si diresse in bagno. La stanza era enorme, rivestita di marmo colt crema con le venature grigie, rubinetteria dorata. Si guardò allo specchio. Il viso era senza trucco, pallido per l'emozione, ma gli occhi azzurri brillavano di una luce intensa. Si lavò il viso con acqua fredda, poi si truccò con cura. Non il trucco vistoso dei suoi tempi con Renato, o quello smielato dei giorni in cui cercava di piacere ai clienti nelle camere d'albergo. Un trucco sottile, che valorizzava i suoi lineamenti dolci ma decisi. Un rossetto color ciliegia, non troppo scuro, e un filo di eyeliner che allungava lo sguardo.
Aveva scelto di indossare un paio di jeans scuri, attillati che le mettevano in evidenza il culetto stretto e sporgente, e una camicia di seta bianca aperta sul décolleté, dove la pelle olivastra contrastava con il tessuto chiaro. Si sentiva bene. Si sentiva sé stessa, ma una versione migliorata, più solida.
Quando scese in cucina, Riccardo era già lì, aveva preparato del caffè e stava leggendo il giornale, quello di carta che fa quel suono particolare quando giri le pagine e ha quell’odore che sa di tempi andati e allo stesso tempo tangibili e attuali. L'aroma del caffè tostato riempiva la stanza, un odore familiare e confortante. Le porse una tazza senza che lei chiedesse, un gesto piccolo ma che le disse quanto avesse imparato a conoscerla in così poco tempo.
"Grazie," mormorò lei, soffiando sul liquido nero.
Si sedette davanti a lui, le gambe incrociate nervosamente. Il tempo sembrava trascinarsi interminabile, quasi immobile. Ogni rumore di auto in lontananza le faceva sobbalzare il cuore. Riccardo la osservava da sopra il bordo del giornale, i suoi occhi calmi che le trasmettevano forza.
Esattamente alle dieci in punto, il campanello suonò. Un suono breve, secco.
Fabiola si alzò di scatto, rovesciando quasi la tazza. Riccardo le posò una mano sul braccio. "Respira. È solo Laura."
Lei annuì, cercando di ingoiare l'emozione. Andò ad aprire, con Riccardo che la seguiva a pochi passi di distanza.
Laura Cavalli era una visione di potere e bellezza aggressiva. Indossava un tailleur verde smeraldo di sartoria, così aderente che sembrava potesse soffocarla, con una gonna che saliva appena sopra il ginocchio, mettendo in mostra gambe toniche e lunghissime chiuse in scarpe con tacco a spillo altissime. I capelli castano chiaro erano perfettamente ondulati, incorniciando un viso chirurgicamente perfetto ma dominato da quegli occhi ghiaccio che sembravano poterti congelare l'anima, o riscaldarla con un calore vivo e rassicurante.
Entrò con un passo fermo, sicuro, come se possedesse il luogo. L'aria intorno a lei sembrò caricarsi di elettricità statica.
"Buongiorno, ragazzi," disse Laura, la voce suadente, con quel tono leggermente metallico che comandava attenzione. I suoi occhi si posarono su Fabiola, e per un attimo, il gelo si sciolse, rivelando un calore lussurioso e amichevole che fece arrossire Fabiola. "Ciao, Faby. Ti vedo... meglio."
Fabiola sorrise debolmente, sentendosi improvvisamente piccola e goffa davanti a quella forza della natura. "Ciao, Laura. Grazie per essere venuta."
Laura si avvicinò, le sue labbra profumate di rosa selvatica sfiorarono la guancia di Fabiola in un bacio che era più una promessa che un saluto. "Non ringraziarmi ancora. Prima guarda cosa ho portato."
Laura si voltò verso Riccardo, scivolando una mano sotto il suo braccio con una confidenza nata da decenni di storia condivisa. "Dove possiamo sederci? Preferirei non stare in piedi per questo."
"In salotto," disse Riccardo, indicando la stanza adiacente.
Si spostarono nel salotto principale, una stanza enorme con soffitti alti e mobili d'antiquario. Laura si sedette sul divano di pelle bianca, incrociando le gambe con eleganza, la gonna che scivolava leggermente su. Fabiola si sedette accanto a lei, Riccardo su una poltrona di fronte a loro.
Laura estrasse una cartellina di cartone rigido color beige dalla sua borsa di pelle di coccodrillo. La posò sul tavolo di vetro tra di loro con un tono secco, come se fosse un'arma carica.
"Ecco," disse Laura. "Tutto quello che c'è da sapere sulla famiglia Rossi e, soprattutto, su tuo figlio."
Fabiola fissò la cartellina. Sembrava innocua, ma sapeva che conteneva la sua vita, il suo passato e il suo futuro. Le sue mani tremarono mentre cercava di prenderla.
Riccardo intervenne. La sua mano coprì la cartellina prima che Fabiola potesse toccarla. La prese e la porse a Fabiola con un movimento lento, deliberato. I suoi occhi la incrociarono, silenziosi, offrendole supporto senza parole.
"Apriamola," disse Riccardo.
Fabiola annuì. Le sue dita si agganciarono alla linguetta di metallo. Il rumore del velcro che si apriva sembrò assordante nella stanza silenziosa. Estrasse il fascicolo. Le prime pagine erano foto e report ufficiali.
La prima cosa che vide fu una foto della villa dove aveva vissuto per nove anni, la sua prigione che appariva dorata ma in realtà era il buio più assoluto dell’anima. Ma non era più la villa che ricordava. Il giardino era invaso dalle erbacce, la facciata scrostata, e sopra il portone d'ingresso c'era un cartello: "ASTA GIUDIZIARIA - Vendita immobiliare".
Lesse il documento allegato. La famiglia Rossi era collassata come un castello di carte. I debiti di gioco di Marco, gli investimenti sbagliati dopo la morte del padre, il mantenimento esoso per la madre malata... tutto era confluito in un fallimento totale. La villa, il simbolo del loro status fittizio, era stata sequestrata e messa all'asta. Niente più feste, niente più apparenze. Solo la realtà cruda della bancarotta.
Fabiola sentì una strana sensazione di vuoto allo stomaco. Non era gioia. Non era la vendetta dolce che aveva sognato nelle notti più buie. Era solo... tristezza. Tristezza per una vita sprecata in apparenze, per gli anni persi a cercare di essere la perfetta signora Rossi che suo marito e sua suocera pretendevano, mentre dentro di lei moriva a poco a poco.
Girò pagina. C'erano informazioni sulla suocera, la signora Rossi. Il rapporto clinico era freddo e clinico. "Esaurimento nervoso grave, principio di demenza senile, disturbi del comportamento." Era stata ricoverata in una casa di riposo pubblica, una RSA, una struttura modesta dove viveva sedata e confusa, lontana dal mondo che aveva cercato di controllare con la sua perversa arroganza.
Fabiola sospirò, sentendo il peso di quegli anni di abusi psicologici, dei commenti cattivi, dello sguardo di disapprovazione che la suocera le aveva lanciato ogni singolo giorno. Ora quella donna era solo un guscio vuoto in una stanza bianca.
Poi arrivò la pagina su Marco.
Le foto erano scioccanti. L'uomo che l'aveva sposata, che era stato il suo "carceriere", che aveva permesso alla madre di essere l’implacabile aguzzina, era irriconoscibile. Viveva in un appartamento al piano terra di uno stabile popolare nella zona Arcella a Padova, uno dei quartieri più degradati della città. Le pareti erano scrostate, l'arredamento composto da mobili scadenti probabilmente presi al mercatino dell'usato.
Il rapporto di Laura descriveva le sue attività attuali: "Vive di espedienti. Piccole truffe online, scommesse clandestine, lavori in nero mal retribuiti. Alcolismo cronico in fase avanzata."
Nella foto allegata, Marco aveva i capelli unti e radi, il viso gonfio dall'alcol, gli occhi vitrei e persi. Indossava una t-shirt macchiata che un tempo era stata bianca. Sembrava un uomo vecchio, distrutto, l'ombra dell'uomo arrogante che l'aveva umiliata per anni.
Fabiola sentì le lacrime bagnarle le guance. Piangeva per lui? No. Piangeva per la perdita di tempo, per la stupidità, per il fatto di aver legato la sua vita a un uomo così vuoto. Ma soprattutto, guardando quella rovina, il suo pensiero corse immediatamente a suo figlio. Alessandro. Come aveva fatto a crescere in quell'ambiente e a sopravvivere? Come aveva fatto a non diventare come loro?
Con le mani che tremavano visibilmente, girò l'ultima pagina. Questa era diversa. La carta era più spessa, la stampa più nitida. C'era il logo del MIT. Massachusetts Institute of Technology.
Fabiola sussultò. Il MIT. A Boston.
Lesse il rapporto con il fiato sospeso. "Alessandro Rossi. Ammesso al programma per giovani talenti all'età di tredici anni. Borsa di studio completa per meriti accademici eccezionali. Q.I. stimato sopra la soglia del genio. Maturità sentimentale superiore alla media anagrafica."
Le parole ballavano davanti ai suoi occhi. Genio. Maturità. Tredici anni. Mentre lei affondava nell'alcol e nella depravazione, lui era stato un prodigio. Si era salvato da solo. Si era tirato fuori dal fango da solo.
Lesse che viveva nel campus, in un residence per studenti dotati. E poi, il nome che le fece battere il cuore ancora più forte: "Tutore accademico e legale: Professoressa April Smith."
Fabiola alzò lo sguardo dal foglio. I suoi occhi azzurri erano pieni di un misto di orgoglio e devastante terrore. Non riusciva a parlare. La gola le si era chiusa.
Laura si chinò leggermente in avanti, i suoi occhi glaciali che si ammorbidirono leggermente guardando il volto sconvolto di Fabiola. "Sta bene, Faby," disse Laura, la voce ferma ma non priva di empatia. "Ho fatto controllare. È sano, è al sicuro, è eccellente in tutto quello che fa. La Smith... è una donna molto rigorosa, ma lo protegge. Non l'ho contattato direttamente. Volevo che tu sapessi prima di decidere come muoverti."
Fabiola strinse il foglio tra le mani, accartocciandolo leggermente. "Boston..." riuscì a sussurrare. "È dall'altra parte del mondo."
Riccardo, che aveva osservato il silenzio con la sua solita calma imperturbabile, si alzò dalla poltrona. Andò alla finestra, guardando fuori per un attimo, poi si voltò verso di loro.
"A Boston vive mia cognata, la sorella di …" disse Riccardo senza nominare la moglie defunta, la voce tranquilla ma carica di un significato che Fabiola faticava a cogliere nella sua nebbia emotiva.
Laura sorrise, un sorriso di volpe che conosceva un segreto. "Ah, già. Elisa. Non ci pensavo."
Riccardo tornò verso di loro, si fermò dietro Fabiola e le posò entrambe le mani sulle spalle. La presenza di lui, solida e calda, la ancorò alla realtà. "Laura, pensi tu ai biglietti," disse Riccardo, guardando l'amica. "Dopodomani andiamo a Boston."
Fabiola girò la testa all'indietro, gli occhi spalancati fissandolo. "Cosa?"
Riccardo le strinse le spalle leggermente. "Noi verremo con te."
Il mondo sembrò fermarsi per un istante. Fabiola sentì il sangue ruggire nelle orecchie. "Tu... tu vuoi che io vada?"
"Non c'è motivo che tu rimanga qui," rispose Riccardo, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. "È tuo figlio, Faby. E tu ora sei parte della mia vita. Non ti lascerei andare da sola, e Laura … sa come muoversi, sempre. E poi è meglio che lo incontri dove lui si sente al sicuro."
Laura si appoggiò allo schienale del divano, incrociando le braccia, l'espressione soddisfatta. "Beh, questo renderà le cose molto più interessanti. Organizzerò il jet privato. Credo che Elisa sarà felice di ospitarci."
Fabiola guardò le due persone davanti a lei. Riccardo, con i suoi occhi scuri che le promettevano protezione e un futuro. Laura, con il suo sorriso enigmatico che sembrava aver architettato tutto questo, persino i dettagli logistici, con la precisione di un generale.
Lei, che era stata una serva, schiava delle sue pure, lei che si era lasciata sfruttare facendo la puttana, lei che fino a un anno fa era una donna distrutta che girava film porno per arricchire un uomo viscido e bugiardo. Ora sedeva in una villa a Verona, accanto a uno degli uomini più potenti d'Italia, e stava per volare a Boston su un jet privato per riconnettersi con il figlio, genio riconosciuto, che aveva perso.
Le lacrime, che erano state di tristezza guardando le foto di Marco, ora cambiavano natura. Scivolarono lungo le sue guance calde, pesanti, liberatorie. Riccardo si chinò, le sue labbra toccarono il suo zigomo baciando via una lacrima.
"Non piangere," sussurrò lui. "Preparati. Dobbiamo fare le valigie."
Fabiola si asciugò il viso con il dorso della mano, inspirando profondamente. Si sentiva risorgere. Sentiva le ossa del suo vecchio io sgretolarsi sotto il peso di questa nuova, incredibile realtà.
"Devo... devo comprare qualcosa!" disse Fabiola, la voce che recuperava forza. "Non posso andare da lui a mani vuote. E poi come dovrei vestirmi? Non posso incontrare... la professoressa Smith, sembrando una..."
"Una troia non lo sembri e non lo sei" completò Laura con un sorriso disarmante, non c’era malizia o cattiveria, solo la cruda verità. "Però hai ragione. Ti serve un guardaroba adeguato. Non per lui, forse, ma per il mondo in cui lui vive ora."
Laura si alzò, sistemandosi la gonna. "Vado io. Conosco un posto a Milano che farà miracoli in ventiquattro ore. E poi, mi piace spendere i soldi di Riccardo."
Riccardo rise, un suono profondo e risonante. "Fai come credi, Laura. Fai in modo che Faby si senta la donna straordinaria che noi conosciamo quando atterreremo a Boston."
Laura si voltò verso l'uscita, ma poi si fermò sulla soglia. Si voltò a guardare Fabiola ancora seduta sul divano, la cartellina in grembo. "Sai, Faby," disse Laura, la voce più bassa, "quando ti ho vista la prima volta, ho pensato che fossi solo un'altra donna che cercava di fare il salto di qualità sulle spalle del mio Riccardo. Ma ho sbagliato. Hai le palle. E tuo figlio è un miracolo ... solo tuo. Meriti di essere felice."
Fabiola sorrise, un sorriso tremolante ma sincero. "Grazie, Laura. Per tutto. Anche per... il test."
Laura fece un cenno con la testa, un lampo di malizia nei suoi occhi ghiaccio. "Oh, quello è stato un piacere reciproco, tesoro. Ci vediamo in aeroporto."
Laura uscì, il rumore dei suoi tacchi che si allontanava sul corridoio come un ritmo marziale.
Rimasero soli. Fabiola guardò Riccardo. Lui era ancora lì, una presenza immensa e rassicurante. Si sentì improvvisamente esausta, ma era una stanchezza buona, quella che segue una battaglia vinta.
"Non so come ringraziarti," disse lei, abbassando lo sguardo.
Riccardo si sedette accanto a lei, prese il suo viso tra le mani e la costrinse a guardarlo. "Non ringraziarmi. Inizia a crederci. Inizia a capire che te lo meriti, non per quello che hai passato, ma semplicemente per quello che sei."
Lei chiuse gli occhi, godendosi il calore delle sue mani. "Boston," sussurrò.
"Sì, Boston," confermò lui. "E poi chissà."
Fabiola riaprì gli occhi. In quel momento, guardando Riccardo, pensò a quanto la sua vita fosse cambiata. Pensò a Laura, a quella forza animalesca e intelligente che l'aveva spinta a non arrendersi. Pensò ad Alessandro, lassù nel freddo del Massachusetts, a studiare e a costruire un futuro che lei non aveva saputo dargli.
Si sentì improvvisamente assettata di vita. Assettata di Riccardo. Si mosse, salendogli in grembo con una decisione improvvisa. Le sue gambe strinsero la vita dell'uomo, le sue braccia gli si avvolsero al collo. Lo baciò, non con la dolcezza di prima, ma con una fame disperata, un bisogno di confermare la sua esistenza attraverso il suo corpo.
Riccardo rispose al bacio, le sue mani grandi scivolando sotto la camicia di seta, trovando la pelle calda della schiena, tirandola contro di sé. Il mondo, i Rossi, Renato, il passato, tutto svanì in un boato di desiderio. C'erano solo loro, la villa, e il biglietto per Boston che li attendeva.
Fabiola si strinse più forte a lui, sentendo il suo sesso indurito contro di lui, una promessa di piacere e dimenticanza. In quel momento il futuro non le faceva paura. Il futuro aveva un nome, un volto, e una destinazione. E lei sarebbe stata lì, a viverlo, in prima persona.
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