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Quel piccolo favore


di Membro VIP di Annunci69.it Ditto3472
08.02.2026    |    2.811    |    1 9.9
"Di quella notte restò solo il ricordo di un seme che forse avrebbe attecchito, forse no..."

Era tarda serata quando il ragazzo aprì A69 per un’ultima occhiata.
Tra le last ne spuntò una appena pubblicata da una coppia:
«liberi domani per singolo under30»
Niente altro. Niente dettagli, solo quella frase secca e diretta.
Il ragazzo rispose subito, allegando una sua foto scattata di recente: torso nudo dopo palestra, jeans bassi sui fianchi.
La risposta arrivò in meno di dieci minuti.
Era un messaggio lungo e dettagliato. Il Lui della coppia gli disse che la foto gli era piaciuta molto, che lo trovava interessante e che lo invitava a casa loro a Milano centro la sera dopo, alle 20 in punto. Gli raccomandò di portare una bottiglia decente e di comportarsi da amico di famiglia durante la cena. Spiegò che sua moglie aveva 48 anni ma un fisico capace di far girare la testa a chiunque: seno quarto abbondante e naturale, capezzoli grandi e rosa scuro che si indurivano al minimo contatto, vita stretta, fianchi larghi, culo alto e sodo che rimbalzava quando camminava nuda per casa, lunghi capelli neri mossi che le cadevano sulle spalle e sulla schiena. Aggiunse che a lei piaceva essere guardata a lungo, sentirsi commentare mentre la si toccava, e che bastava parlarle sporco all’orecchio mentre le mani le scivolavano tra le gambe per farla bagnare in pochissimi secondi.
Precisò che organizzava tutto lui, che la moglie era pienamente consenziente e che sarebbe stato lui a gestire ogni aspetto dell’incontro. Mandò poi la foto promessa: lei controluce, tre quarti davanti a una finestra, slip di pizzo nero quasi trasparenti, reggiseno al limite della tenuta, capezzoli che spingevano contro la stoffa, pube rasato con cura e solo una strisciolina sottile che spariva tra grandi labbra piene e leggermente dischiuse, cosce tornite, pelle liscia, i lunghi capelli neri mossi che le incorniciavano il viso e le sfioravano i seni.
Descrisse quindi il piano nei minimi particolari. Il ragazzo si sarebbe presentato come un suo amico, fingendo di essere un tecnico specializzato in climatizzatori, lì per aiutare a scegliere i nuovi split da installare in casa. A un certo punto lui avrebbe detto di aver finito le sigarette e sarebbe uscito per comprarle, lasciandoli soli. La moglie avrebbe accompagnato il ragazzo stanza per stanza con la scusa di decidere dove posizionare le unità interne. Quando fossero arrivati in camera da letto, sarebbe stato lì che le cose dovevano succedere.
Gli consigliò di non correre troppo all’inizio, di lasciarla scaldare piano, ma di non mostrarsi timido: doveva prendere l’iniziativa con decisione. Doveva dirle senza troppi giri di parole che aveva un culo da troia, che le sue tette erano fatte per essere succhiate mentre la si scopava forte. Raccontava che le si bagnava subito quando veniva trattata come un oggetto di lusso da usare e da riempire a piacimento.
Infine gli raccomandò di indossare jeans e camicia semplice, senza slip stretti, in modo che lei potesse sentirlo bene quando si fosse strusciata contro di lui. Chiuse dicendo che c’era un piccolo favore che avrebbe voluto chiedergli la sera dopo, ma solo se tutto fosse filato liscio, e che per il momento era meglio non esagerare.
Il ragazzo sentì il cazzo indurirsi immediatamente leggendo quelle righe e guardando la foto.
La sera dopo alle 20 in punto suonò al citofono con una bottiglia di Primitivo di Manduria in mano.
Lei aprì la porta. Gonna nera cortissima, calze autoreggenti scure con bordo spesso in pizzo, tacchi alti, maglietta nera con scollatura vertiginosa. I lunghi capelli neri mossi le incorniciavano il viso e le sfioravano il seno che premeva contro la stoffa, capezzoli già visibili sotto il tessuto sottile. Sorrise timida ma curiosa, lo fece entrare.
Il marito strinse la mano con calore, finse il solito imbarazzo da padrone di casa, poi lo guidò in sala da pranzo per farlo accomodare.
Tavola apparecchiata con cura discreta. Antipasti leggeri, primo al forno, carne, contorno. Vino già aperto.
Anche lei si era veramente impegnata per questa serata.
Si sedettero. Conversazione tranquilla all’inizio. Lei parlava poco, sorrideva spesso e lo guardava da sotto le ciglia. Il marito teneva banco con aneddoti innocui, ma ogni tanto lanciava occhiate complici al ragazzo.
Finita la portata principale, lei si alzò per prendere la bottiglia di Primitivo di Manduria che il ragazzo aveva portato, ancora chiusa.
«Vado a stappare questa» disse con un piccolo sorriso.
Il marito annuì, poi guardò il ragazzo e fece un cenno quasi impercettibile con il mento: vai.
Il ragazzo si alzò subito.
«Ti do una mano.»
In cucina lei armeggiava con il cavatappi. Lui colse l'occasione e si mise dietro, le cinse i fianchi, premette il petto contro la sua schiena, guidò le sue mani lungo la bottiglia.
Il sesso già duro le premeva contro il culo attraverso i jeans. Lei emise un piccolo suono di gola, non di sorpresa.
«Che bella sorpresa conoscerti stasera» lui le sussurrò all’orecchio, voce bassa e sporca.
Lei spinse appena indietro il bacino, strofinandosi contro di lui. Il tappo saltò con uno schiocco secco. Risero piano, complici, e tornarono in sala.
Sotto il tavolo il piede di lei cominciò a cercare. Lo trovò, lo accarezzò lento lungo l’interno coscia, poi premette contro l’erezione che tendeva i jeans. Il ragazzo mantenne il sorriso mentre il marito fingeva di non accorgersi.
Quando lei si alzò di nuovo per versare altro vino, il ragazzo incrociò lo sguardo del marito. Altro cenno: vai.
La mano risalì lungo il retro della coscia, sotto la gonna, sfiorò il bordo delle calze, poi il pizzo umido degli slip. Lei si fermò un istante, palpebre pesanti, ma continuò a versare come se niente fosse.
Finita la cena, il marito si stiracchiò con un sospiro teatrale.
«Ragazzi, ho finito le sigarette. Vado a prenderne un pacchetto all’automatico qui sotto. Torno tra una decina di minuti.»
La porta si chiuse.
Rimasero soli.
Lei sorrise, un po’ più sicura ora.
«Allora… vuoi vedere dove potremmo mettere i climatizzatori e dirmi cosa ne pensi o darmi qualche dritta?»
Il ragazzo annuì, con un sorriso malizioso.
Partirono dal salotto. Lei indicava i muri e lui parlava di correnti d’aria e prese elettriche, ma gli occhi non si staccavano mai. Lei annuiva, commentava poco e lui la guardava invece, senza perdersi alcun dettaglio: il modo in cui la gonna saliva a ogni passo, il seno che ondeggiava piano, le cosce che si sfioravano sotto le calze, i capelli neri mossi che le danzavano sulla schiena.
Passarono in corridoio. Lei aprì la porta dello studio, indicò lo spazio sopra la scrivania. Lui si avvicinò, finse di misurare con lo sguardo, le sfiorò il braccio. Lei non si ritrasse.
Poi la cucina – pretesto inutile, ma serviva a prolungare il gioco. Lui le passò accanto sfiorandole il fianco, lei trattenne il respiro.
Infine la camera da letto.
Entrarono. Lei chiuse la porta piano, senza dire niente. La luce della abat-jour era già accesa, calda.
«Anche qui secondo me ci andrebbe uno split» disse lei, ma la voce tremava appena, il viso arrossato.
Quella donna ora sembrava una timida ragazzina.
Il ragazzo le si avvicinò, le sfiorò la nuca. Lei si voltò, gli posò le mani sul petto.
Il bacio esplose: lingue affamate, denti che si sfioravano, respiro spezzato.
Lui la spinse contro il muro, le infilò le mani sotto la maglietta, liberò il seno. Capezzoli duri. Li prese tra le dita, torcendoli quel tanto che la fece gemere nella sua bocca.
«Togliti tutto» le ordinò piano.
Lei obbedì lenta, sensuale. La maglietta volò via, il reggiseno slacciato cadde ai suoi piedi, la gonna scivolò lungo le cosce, gli slip di pizzo nero finirono arrotolati alle caviglie. Rimase nuda tranne calze e tacchi, il corpo illuminato dalla luce calda della lampada.
Lui la guardò a lungo, senza fretta, la stava studiando con gli occhi e con il tatto lasciando che il desiderio crescesse.
«In ginocchio» disse poi, la voce bassa ma ferma.
Lei si abbassò piano e gli slacciò i jeans con dita tremanti, li abbassò insieme ai boxer. Il sesso duro balzò fuori, già gonfio e lucido in punta. Lei lo prese in mano, lo accarezzò lentamente, poi aprì le labbra e lo accolse.
Lo succhiò con devozione lenta, la lingua che girava intorno al glande, poi scendeva lungo l’asta, le labbra che si stringevano mentre lo prendeva sempre più in profondità. Gli occhi alzati verso di lui, le guance incavate, la gola che si contraeva ogni volta che lo ingoiava fino in fondo. Gemette piano intorno al suo cazzo e quel suono vibrante accendeva tutte le voglie del ragazzo.
Lui le tenne la testa all’inizio, guidandola con movimenti controllati, scopandole la bocca con ritmo crescente. Lei si lasciò fare, accettando ogni spinta, la saliva che le colava agli angoli delle labbra.
Poi, senza preavviso, lui lasciò andare i capelli.
Con un movimento deciso le afferrò entrambe le braccia, le tirò verso l’alto e le unì i polsi sopra la sua testa, stringendoli forte con una sola mano. La costrizione improvvisa la fece inarcare leggermente, il petto in fuori, i seni che ondeggiavano a ogni spinta che lui dava con i fianchi. Non poteva più usare le mani per bilanciarsi o per toccarlo; era completamente alla sua mercé, la bocca ancora piena, la gola esposta, il corpo costretto in quella posizione di resa totale.
Il cambiamento la colpì come una scarica. Sentì il calore montarle tra le gambe ancora più forte, la figa che pulsava vuota e bagnata, le cosce che tremavano. La stretta ferrea sui polsi, il modo in cui lui la teneva immobile mentre continuava a scoparle la bocca… la fece sentire piccola, usata, desiderata in un modo brutale e perfetto. Ogni spinta più profonda le strappava un mugolio soffocato, gli occhi lucidi di eccitazione e sottomissione, il respiro spezzato.
Lui lo capì subito.
«Ti piace, vero?» le mormorò rauco, stringendo ancora di più i polsi. «Ti piace quando ti tengo così. Non puoi scappare, non puoi fare niente se non succhiare… stasera sei la mia troia personale.»
Lei annuì come poté, un movimento piccolo e frenetico con la bocca piena di lui, gli occhi che si rovesciavano leggermente per il piacere di essere dominata in quel modo. La figa le colava lungo l’interno delle cosce, il clitoride gonfio e sensibile anche senza essere toccato. Ogni parola sporca, ogni stretta, ogni spinta la portava più vicina al bordo senza nemmeno sfiorarla lì sotto.
Lui continuò per qualche minuto ancora, godendosi la vista di lei così: in ginocchio, polsi imprigionati, bocca spalancata e gocciolante, corpo che tremava di desiderio represso.
Poi la lasciò andare di colpo, i polsi liberi ma ancora segnati dalla stretta.
La tirò su per i capelli.
«Ora tocca a me assaggiarti.»
La spinse sul letto, le aprì le gambe con decisione. Si inginocchiò tra le sue cosce, le mani sotto le natiche per sollevarla leggermente. La figa era fradicia, gonfia, le grandi labbra aperte e lucide.
Ci affondò il viso senza preavviso. Lingua piatta che la percorreva tutta, dal perineo fino al clitoride, poi cerchi lenti intorno al bottoncino sensibile. Lei inarcò la schiena, piccoli gemiti le sfuggivano dalla gola. Lui succhiò il clitoride tra le labbra, lo morse piano, poi lo leccò veloce mentre due dita le entravano dentro, curvandosi verso l’alto per trovare quel punto che la fece tremare.
La gustò come se fosse la cosa più buona del mondo: lingua che affondava dentro di lei, raccogliendo il suo sapore, labbra che succhiavano le grandi labbra, naso premuto contro il pube mentre la divorava. Lei gli afferrò i capelli, premeva il viso contro di sé, i fianchi che si muovevano in piccoli scatti disperati.
«Cazzo… sì… lì…» ansimò, il corpo inarcato.
Lui continuò implacabile, le dita che pompavano dentro di lei, la lingua che non dava tregua al clitoride, fino a quando lei non venne con un grido strozzato, le cosce che gli stringevano la testa, il corpo che tremava in spasmi violenti.
Solo allora lui si rialzò, il viso lucido del suo piacere, e la guardò con un sorriso predatore.
«Che troia perfetta» mormorò, e lei rispose con un mugolio di assenso.
Con un’aria compiaciuta ma non ancora soddisfatta: «Ora ti scopo come si deve.»
Quando entrò dentro di lei – preservativo sottile – lo fece con un colpo deciso. Lei gridò, poi rise di quel grido. Lui le mise una mano intorno alla gola, l’altra sulla bocca.
«Zitta, troia. Ora lo prendi tutto e basta.»
La scopava con ritmo crescente, tenendola schiacciata contro il materasso.
Poi il ragazzo alzò per un attimo lo sguardo.
Si accorse che la porta era socchiusa.
Il marito era tornato ed era lì, nell’ombra, pantaloni aperti, mano sul sesso flaccido che accarezzava inutilmente. Si masturbava con sguardo famelico.
Anche lei lo vide e sorrise maliziosa.
«Vieni a guardare da vicino, amore. Guarda come mi scopa.»
Lui si avvicinò, si sedette sul bordo del letto. Cominciò a dare indicazioni con voce roca.
«Più forte sui reni… sì, così… stringile il collo un po’ di più… Dille che è la tua puttana stasera…»
Funzionava. Lei si scioglieva a ogni parola.
Poi, quando il ragazzo sentiva l’orgasmo montare, il marito parlò di nuovo.
«Ora te lo posso chiedere.»
Silenzio. Si sentiva solo il rumore di colpi umidi sulla carne.
«Quel favore di cui parlavo. Togliti il preservativo. Riempila. Non ti preoccupare di niente. Vogliamo tutti e due che accada.»
Il ragazzo rallentò, guardò l’uomo. Nella penombra capì: il sesso era piccolo, morbido, incapace di erezione.
Lei si girò verso il ragazzo, si mise in ginocchio. Con dita tremanti sfilò il lattice e lo prese in bocca per qualche secondo – lingua calda, devota – poi lo guardò: «Per favore… fallo.»
Lui non rispose con parole. Era troppo preso dalla situazione. La rigirò a pancia in giù, sopra di lei le strinse le gambe per esaltare la splendida forma del suo culo, le diede uno schiaffo secco sulla carne che risuonò nella stanza, poi la penetrò di nuovo. Pelle contro pelle. Caldo, bagnato, stretto, vivo.
Lei urlò senza ritegno. Lui le schiacciò la faccia contro il cuscino con una mano e con l’altra le teneva un polso tirato lungo la schiena, una presa decisa e possessiva. Ogni affondo più violento del precedente. La figa lo avvolgeva, lo succhiava, lo implorava.
Il ragazzo sentiva il suo odore intenso di sesso e sudore, il calore umido che lo avvolgeva completamente, il modo in cui lei si contraeva intorno a lui a ogni spinta, come se volesse trattenerlo per sempre. Il sapore della sua pelle, il respiro affannato di lei che si spezzava contro il cuscino.
Lei sentiva ogni centimetro di lui nudo dentro di sé, la pressione brutale e perfetta, quella sensazione di pieno, il sudore che le colava lungo la schiena, il cuore che martellava nelle orecchie mentre il piacere la squarciava di nuovo.
Il marito, seduto a pochi centimetri di distanza, respirava corto. Vedeva il culo della moglie aprirsi e chiudersi a ogni affondo, sentiva i colpi umidi, il gemito soffocato di lei, e si toccava piano, impotente ma estasiato.
Quando venne fu lungo e silenzioso. Schizzi caldi, densi, che la riempivano fino in fondo. Lei tremò violentemente, le cosce che si contraevano come a trattenerlo ancora dentro.
Lui uscì piano. Un rivolo bianco le scivolò lungo la coscia interna.
Il marito si avvicinò subito. Si chinò tra le gambe aperte della moglie, osservò, sfiorò con le dita la crema che usciva piano dalla figa arrossata.
Sorrise, orgoglioso.
«Grazie» disse semplicemente al ragazzo.
Si salutarono sulla porta con una stretta di mano ferma. Nessun numero, nessun “ci sentiamo”. Solo un arrivederci che sapeva già di addio.
Il ragazzo scese le scale con il sapore di lei sulle labbra e il peso di quello che aveva lasciato dentro.
Lei, sdraiata sul letto disfatto, con il seme che ancora le colava piano fuori, guardò il marito e sorrise stanca e appagata, i capelli neri mossi sparsi sul cuscino.
«Hai visto?» mormorò. «Ha fatto esattamente quello che volevi.»
Lui le accarezzò i capelli sudati.
«Lo so. E tu… sei stata la troia più bella del mondo stasera.»
La luce si spense.
Di quella notte restò solo il ricordo di un seme che forse avrebbe attecchito, forse no.
Ma entrambi sapevano che, qualunque cosa fosse successa dopo, quella sera avevano scritto il capitolo più sporco e perfetto della loro storia.
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