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L’appartamento accanto 6


di FeBOMo79
19.07.2026    |    524    |    0 9.5
""Ti ha vista senza niente sotto quel vestito rosso? Ti ha parlato come se fossi una preda?" "Sì! Sono scappata, ero in panico, avevo paura che capisse..."
La domenica pomeriggio portò con sé uno nuovo biglietto, infilato stavolta sotto la porta d’ingresso.
Oggi pomeriggio voglio che tu attraversi il corridoio e prenda l'ascensore indossando quell'abito aderente rosso che tieni in fondo all'armadio. Niente reggiseno, e i tacchi più alti che hai. Voglio che tu cammini negli spazi comuni sapendo che chiunque potrebbe aprirsi davanti a te, ma soprattutto sapendo che lo stai facendo perché te l'ho ordinato io. Dimostrami che sai essere spudorata per il tuo padrone.
Quando Elena si guardò allo specchio dell'ingresso, sentì lo stomaco stringersi in una morsa di pura ansia. L'abito rosso segnava ogni curva del suo corpo, e la mancanza di intimo era evidente a ogni minimo respiro, accentuata dal freddo dell'aria condizionata. Marco era seduto in poltrona, apparentemente immerso nella lettura, ma i suoi occhi, quando lei passò, erano due fessure lucide di eccitazione.
Elena aprì la porta di casa. Il corridoio del palazzo era deserto, ma il rumore dei suoi tacchi alti sul pavimento di granito sembrava amplificato al massimo. Si sentiva nuda, esposta, marchiata dal comando invisibile del biglietto.
Schiacciò il bottone dell'ascensore. Il ronzio metallico della cabina che saliva sembrava eterno. Quando le porte automatiche si aprirono con un leggero din, Elena fece per entrare, ma si bloccò all'istante, il cuore che le balzò letteralmente in gola.
Dentro la cabina c'era Stefano.
Indossava una polo scura e jeans, e teneva in mano una sacca da palestra. Quando vide Elena, i suoi occhi si sgranarono impercettibilmente, compiendo un percorso rapido e inevitabile dall'alto verso il basso, soffermandosi sulla scollatura evidente e sulle gambe scoperte dai tacchi.
"Oh... Elena. Buongiorno," disse lui, la voce che si fece subito più bassa, sfoggiando un sorriso sorpreso e decisamente audace. Fece un passo di lato per lasciarle spazio, ma l'ascensore del condominio era stretto, e la vicinanza divenne immediatamente soffocante.
"Ciao, Stefano," rispose lei, con una voce che tremava in modo quasi evidente. Entrò, posizionandosi di spalle rispetto a lui, fissando disperatamente le porte di metallo che si chiudevano. L'odore del profumo di Stefano, misto a quello della sua pelle, riempì lo spazio esiguo.
Stefano non rimase in silenzio. Elena sentì il suo sguardo piantato sulla propria schiena, sulla linea dei fianchi evidenziata dal vestito rosso.
"Caspita...", mormorò il ragazzo, con un tono decisamente provocatorio, privo della solita formalità da vicino di casa. "Non ti ho mai vista vestita così. Stai... stai davvero benissimo. Marco è un uomo molto fortunato."
Elena strinse le dita intorno alla piccola borsa, sentendo le guance andare a fuoco. Il panico stava prendendo il sopravvento. La fantasia e la realtà si stavano scontrando in un modo che non aveva previsto: l'uomo che nella sua mente era il suo padrone spietato era lì, a pochi centimetri, e la stava provocando davvero, ignaro del gioco ma guidato dallo stesso identico istinto.
"Grazie," tagliò corto lei, sperando che l'ascensore arrivasse al piano terra il prima possibile.
Ma Stefano fece un passo avanti. Elena percepì il calore del suo corpo quasi a contatto con il proprio. "Sei così elegante per un'occasione speciale, o...?" lasciò la frase in sospeso, con un'allusione maliziosa che fece tremare le gambe di Elena. "Sai, dal mio terrazzo si vede molto bene la vostra cucina. A volte mi sembra che le luci rimangano accese apposta."
Quell'allusione, puramente casuale o forse dettata dalla spavalderia del ragazzo, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il panico si trasformò in terrore psicologico. Non appena l'ascensore accennò a fermarsi, prima ancora che le porte fossero completamente aperte, Elena si voltò, mormorò un "Scusa, ho dimenticato una cosa", e quasi corse fuori, imboccando le scale a tutta velocità per tornare verso il proprio appartamento.
La porta di casa si chiuse con un colpo secco. Elena si appoggiò alla scanalatura del legno, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente, il respiro ridotto a un affanno convulso. Era spaventata, eccitata fino alle lacrime, completamente vulnerabile.
Marco scattò in piedi dalla poltrona, vedendola rientrare in quello stato, con il trucco leggermente rovinato dall'ansia e gli occhi sbarrati.
"Che succede? Che è successo là fuori?" chiese, avvicinandosi rapidamente, afferrandole le braccia.
"C'era lui...", esclamò Elena, la voce che si spezzava. "C'era Stefano in ascensore, Marco! Mi ha guardata... ha guardato tutto. Ha detto che sto benissimo, ha fatto battute sulla cucina, sulle luci accese... ci stava provando con me!"
Sul viso di Marco non apparve la rabbia di un marito tradito. Al contrario, i suoi lineamenti si tesero in un'espressione di pura, incontrollabile euforia psicologica. Le sue mani sulle braccia di Elena si strinsero, non per calmarla, ma per trattenerla dentro quel vortice.
"Ti ha vista così?" sussurrò Marco, gli occhi che gli brillavano nel corridoio in penombra. "Ti ha vista senza niente sotto quel vestito rosso? Ti ha parlato come se fossi una preda?"
"Sì! Sono scappata, ero in panico, avevo paura che capisse...", continuò lei, stringendosi a lui, cercando protezione.
Ma Marco la spinse leggermente indietro, costringendola a guardarlo. Il suo sorriso era oscuro, perverso, totalmente calato nel ruolo di chi ha deciso di cedere la propria donna.
"Ma non capisci? È perfetto, Elena," disse, la voce che si faceva profonda e pressante, un comando che non ammetteva repliche. "La fantasia sta diventando reale. Lui ti vuole. Il tuo padrone ha visto la sua proprietà vestita come voleva lui, e ora non si fermerà a un biglietto. Ha capito che sei vulnerabile."
"Marco, no, è reale adesso, è pericoloso...", tentò di opporsi lei, ma il calore che le risaliva dalle gambe smentiva ogni sua parola.
"È proprio questo che ti fa impazzire," la incalzò lui, accarezzandole il fianco sopra la maglina rossa, spingendola lentamente verso la finestra del salotto, da cui si scorgeva il vialetto. "Tu adesso appartieni a lui nella mente, ed è tempo che tu gli obbedisca anche fuori. Se lui ti vuole, tu andrai da lui. La prossima volta che ti ordinerà di scendere, o di lasciargli la porta aperta, tu non scapperai. Voglio vedere come ti prende, sapendo che sei stata tu a cercarlo."
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