tradimenti
L'appartamento accanto 8
19.07.2026 |
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"Elena emise un debole gemito che le morì in gola, stringendo i pugni contro il petto di lui..."
L'ingresso dell'appartamento di Stefano era caldo, avvolto in una penombra interrotta solo da una lampada d'arredo posata su una mobile di legno, che proiettava ombre lunghe e morbide sulle pareti. L'odore della casa era un misto di legno, tabacco leggero e un profumo maschile agrumato, la avvolse all'istante, estraneo e prepotente rispetto all'atmosfera familiare delle sue stanze.Stefano non si mosse subito. Rimase lì, con la schiena quasi appoggiata alla porta chiusa, a osservarla. Quell'uomo, che fino a pochi giorni prima era stato solo un vicino educato con cui scambiare cenni di cortesia sul vialetto, sembrava aver assorbito tutta l'autorità che il biglietto di Marco gli aveva cucito addosso. Il suo sguardo, lento e deliberato, compì un percorso preciso: partì dai tacchi alti, risalì lungo le gambe nude di Elena, si soffermò sulla linea tesa del tubino nero che rivelava chiaramente l'assenza di intimo, fino a incontrare i suoi occhi sbarrati.
"Sei bellissima, Elena," disse lui, e la sua voce non aveva più la spavalderia leggera dell'ascensore, ma una nota di possesso, bassa e ferma, come se avesse compreso all'istante che quella donna non si trovava lì per caso.
Elena sentì la gola secca. Il cuore le batteva contro le costole con una violenza tale da mozzarle il fiato, ma scelse di rimanere in silenzio. Non pronunciò la verità, non accennò al biglietto né alla folle regia di suo marito; lasciò che fosse il proprio corpo, esposto e tremante sotto quel tessuto leggero, a parlare per lei. In quel mutismo carico di elettricità, l'umiliazione psicologica divenne ancora più densa: accettare di essere lì, senza una scusa logica, la offriva allo sguardo del vicino come una donna interamente disposta a sottomettersi alla sua volontà.
Stefano fece un passo avanti, accorciando lo spazio che li separava. La differenza di altezza e di presenza fisica si impose subito nel corridoio stretto. Allungò una mano, muovendo le dita con una lentezza tormentosa, fino a sfiorarle il mento. Il contatto con la sua pelle, calda e leggermente ruvida, fece sussultare Elena, che tuttavia non si ritrasse. Con una leggera pressione del pollice, lui le sollevò il viso, costringendola a incrociare i suoi occhi scuri.
"Non dici niente?" mormorò Stefano, con un mezzo sorriso che aveva un che di oscuro e magnetico. "Vieni qui da sola di notte, vestita in questo modo, e resti in silenzio. Sai che questo silenzio ti rende completamente mia, vero? Significa che posso decidere io cosa fare di te."
Senza aspettare che lei rompesse quell'incantesimo perverso, Stefano azzerò l'ultimo frammento di distanza. Il bacio fu deciso, quasi d'autorità, privo delle transizioni e delle dolcezze a cui lei era abituata nella sua routine matrimoniale. Le sue labbra cercarono quelle di Elena con un'urgenza grezza, mentre una delle sue mani scendeva lungo i fianchi di lei, stringendo con forza la stoffa del tubino nero per sollevarne leggermente l'orlo, mentre l'altra le premeva la nuca per impedirle di scostarsi.
Elena emise un debole gemito che le morì in gola, stringendo i pugni contro il petto di lui. La sensazione delle dita di Stefano che accarezzavano la pelle nuda delle sue cosce, risalendo con audacia millimetrica, le provocò una scossa elettrica che le fece mancare l'equilibrio. La finzione orchestrata da Marco si era trasformata in realtà: le mani che la stavano prendendo, la bocca che la usava con quella spavalda sicurezza, appartenevano all'uomo della porta accanto, eppure ogni brivido era amplificato dalla consapevolezza che suo marito, in quello stesso momento, stava immaginando la sua totale resa.
Stefano la guidò verso il salotto, costringendola a camminare all'indietro sui tacchi alti, un passo dopo l'altro, mantenendo il controllo assoluto del suo corpo. Quando la spinse contro lo schienale del divano, Elena si lasciò cadere, lo sguardo lucido fisso su di lui. Stefano si chinò sopra di lei, appoggiando le mani sui braccioli per intrappolarla, fissando l'evidente reazione del corpo di lei sotto il vestito nero.
"Guarda come tremi," sussurrò lui, la voce ridotta a un soffio rauco vicino al suo orecchio. "Sei venuta fin qui solo per farti usare da me, vero?
La perversione del gioco raggiunse il culmine: Elena si sentiva completamente spogliata della sua volontà, trasformata in una schiava mentale dei propri desideri e di quelli del suo vicino, legandosi a quell'oscura sottomissione con un vincolo invisibile che avrebbe cambiato per sempre il significato della parola fedeltà.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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