tradimenti
RIFLESSI DI CARNE E MENZOGNE
Ballfort
14.04.2026 |
833 |
2
"La piegò a carponi, rivolta verso la grande vetrata, in modo che il riflesso rimandasse ogni dettaglio raddoppiandone l'oscenità..."
1 — La Cenere
La luce del mattino, in aprile, ha una qualità spietata. Filtra attraverso le veneziane della nostra camera da letto a Treviso, tagliando il lenzuolo di lino bianco in strisce oblique, fredde — abbastanza nitide da far sembrare sporco anche il bianco. Ero sveglio dalle sei e un quarto, immobile, con il viso rivolto al soffitto. Prima di aprire gli occhi avevo già sentito la stanza: l'aria ferma, leggermente fredda sul viso, l'odore misto di sonno e cotone che resta intrappolato tra i cuscini la mattina. Da qualche parte nel palazzo una tubatura vibrava a intermittenza. Poi silenzio.
Mi girai appena, facendo attenzione a non muovere il materasso, e la studiai. Non è più un gesto affettuoso — è qualcosa di più vicino a un rilievo tecnico, come se stessi cercando di capire cosa è cambiato e quando. La linea della mandibola di Elena è ancora netta, quasi ostinata a quarant'anni. Una ciocca di capelli castani le copre metà dello zigomo e si muove appena a ogni espirazione. Il respiro è regolare, troppo regolare. C'è stato un tempo in cui mi calmava. Adesso mi sembra il rintocco di un orologio lasciato acceso in una stanza vuota.
Tra noi c'è spazio. Non molto — forse venti centimetri di materasso inutilizzato — ma abbastanza da essere diventato una presenza fisica. Il lenzuolo lì in mezzo è intatto, freddo, senza pieghe. Non lo attraversiamo più nemmeno nel sonno. Resto fermo a guardarlo per qualche secondo di troppo, poi distolgo gli occhi.
Il nostro matrimonio è diventato un'istituzione impeccabile: conti cointestati, cene con i genitori la domenica, una comprensione silenziosa su chi debba portare l'auto a fare la revisione. Ci vogliamo bene, credo. Ma è un bene che non brucia, non scotta, non sporca. È un bene pulito, disinfettato dalla routine. Il sesso, quando accade, è una transazione educata — lei si offre con una condiscendenza gentile, io la prendo con un'efficienza distratta. Poi ci voltiamo, ognuno nel suo emisfero di cotone, aspettando il sonno come si aspetta la fine di qualcosa che non sai come si chiama.
Mi alzai senza fare rumore. Era un'abilità affinata negli anni, quel modo di spostarmi per la casa nelle prime ore senza lasciare traccia sonora: il piede che cerca le assi del parquet che non scricchiolano, la porta del bagno tirata con una pressione costante fino al clic. Un'arte minima, inutile. Nessuno me l'aveva chiesta. Elena dormiva profondo. Ma continuavo a farlo lo stesso, quella coreografia del silenzio, come se il gesto in sé mi servisse a qualcosa.
In cucina preparai il caffè. Fuori, sul balcone, un piccione camminava avanti e indietro sul corrimano con quella stupidità ostinata che mi aveva sempre irritato. Adesso lo guardavo quasi con simpatia. Bevvi in piedi, appoggiato al bancone. Pensai alla serata che ci aspettava — non subito, ci arrivai per gradi, come ci si avvicina a qualcosa che fa male al tocco. Prima il lavoro, una pratica lasciata in sospeso. Poi mio fratello, non sentito da tre settimane. Poi il balcone da pulire, le piante secche, una bolletta dimenticata. Solo dopo, quando non mi restò altro a cui aggrapparmi, pensai a Serena.
Serena era arrivata nella mia vita con la stessa logica con cui arrivano certi oggetti nelle case: non sai bene quando li hai comprati, non sai bene dove li hai messi, ma a un certo punto li trovi lì e ti sembrano sempre stati presenti. L'avevo conosciuta su un sito che non avrei mai pensato di frequentare, in un periodo in cui facevo cose che non avrei mai pensato di fare. Non era stata una decisione — era stata una serie di piccoli cedimenti, ognuno troppo piccolo per essere chiamato scelta. Un click. Un messaggio. Una risposta. Una serata. Poi un'altra. Non me ne vergognavo. Questo era il dettaglio che mi disturbava di più.
Sentii Elena alzarsi dal rumore che faceva il materasso quando si spostava — lo conoscevo da anni, come si conosce la voce di qualcuno anche al telefono, senza bisogno che si presenti. Pochi secondi dopo i suoi passi nel corridoio. Poi lei in cucina, i capelli raccolti in modo approssimativo, gli occhi ancora semichiusi, la vestaglia grigia aperta su un pigiama di cotone bianco. Si fermò sulla soglia con quell'espressione mattutina che era l'unica in cui non recitava — una specie di tregua biologica, quegli istanti prima che il giorno cominci davvero e uno debba tornare a essere se stesso.
«Hai fatto il caffè?» «È ancora caldo.» Si preparò una tazza, ci versò il latte freddo direttamente dalla bottiglia, senza scaldarlo. L'aveva sempre fatto così e a me aveva sempre dato un fastidio sottile, irragionevole. Lo tenni per me, come avevo tenuto per me mille cose negli anni, e mi chiesi se anche lei tenesse per sé le mie abitudini irritanti, e se la somma di tutte queste cose taciute non fosse, alla fine, la struttura portante del nostro matrimonio.
«Che fai stasera?» La domanda era neutra. Tutto era calibrato su quella neutralità che avevamo sviluppato come lingua franca degli ultimi mesi — non ostilità, ma la cortesia che si usa con qualcuno che conosci abbastanza bene da non dover fingere interesse, ma non abbastanza da poter essere davvero te stesso. «Ho del lavoro in arretrato», dissi. «Probabilmente resto in ufficio fino a tardi.» La bugia scivolò fuori con una fluidità che non mi sorprese più. Le bugie che diciamo alle persone vicine hanno una grammatica precisa — più sono circostanziate, più sono credibili. «Io vado da Federica», disse lei. «Probabilmente mangiamo insieme e poi resto da lei.» Ci guardammo per un momento sopra le tazze. Il silenzio conteneva più informazioni del dialogo, ma nessuno dei due aveva gli strumenti per decodificarle, o forse non voleva. «Okay», dissi. «Okay», disse lei.
Quella sera la vidi prepararsi dall'uscio del bagno. Non l'avevo cercata — passavo solo di lì — ma mi fermai sulla soglia e rimasi a guardarla senza che lei se ne accorgesse. O forse se ne accorse e finse di no: anche questa era una delle nostre competenze condivise. Stava applicando un rossetto scuro, quasi nero, con quella concentrazione silenziosa che le donne mettono nei gesti di cura come se fossero riti. Lo specchio restituiva il suo profilo, la curva della mascella, il collo lungo. Indossava già l'abito — una sottoveste di seta nera, sottilissima, che aderiva al corpo con quella complicità senza attrito dei tessuti costosi. Sotto la seta, quando la luce del bagno la colpiva in un certo modo, si indovinava la forma di lei: il seno, la vita, l'anca. Non era un abito da indossare per un'amica.
La guardai come non la guardavo da mesi. Non con desiderio — o non solo. La guardai con quell'attenzione acuta e leggermente dolorosa che si riserva alle cose che si stanno perdendo. Ogni dettaglio aveva un peso improvviso: la piega della spalla, il modo in cui teneva il rossetto, il fatto che si era messa i capelli su in un modo che non le vedevo fare mai a casa, mai con me. Stava diventando bella per qualcun altro. Questo pensiero arrivò liscio, senza enfasi, come un'osservazione clinica. E non mi fece arrabbiare.
Mi fece qualcosa di più complicato — una miscela densa di cose che avrei preferito tenere separate.
«Sei lì?», disse, senza girarsi. Lo sapeva. «Sì.» Mi appoggiai allo stipite. «Stai bene.» Lei posò il rossetto, si guardò ancora nello specchio un secondo, poi si girò a prendere la giacca dallo sgabello vicino alla vasca e uscì senza aggiungere altro. Ci avvicinammo per il bacio. Fu breve, labbra chiuse, pressione minima, la durata esatta di un saluto coniugale. Sapeva di rossetto ceroso e di quel profumo che metteva da qualche mese, qualcosa di più intenso di quello che usava prima, con una nota di cuoio sul fondo che non avevo mai sentito addosso a lei. Anche questo, un dettaglio per qualcun altro.
Sentii la porta chiudersi. Stetti fermo nel corridoio ancora qualche secondo, nel silenzio che lasciava la sua assenza. Poi andai in camera, aprii il cassetto del comodino, presi il secondo telefono. Scrissi a Serena: Arrivo tra un'ora. La risposta arrivò quasi subito. Un punto esclamativo, nient'altro. Andai nell'armadio e tirai fuori la borsa da palestra. Dentro, sotto la tuta che non usavo da settimane, c'erano una camicia di seta nera e un flacone di profumo comprato in una profumeria della città vicina, pagato in contanti.
Mi cambiai davanti allo specchio dell'armadio. Mi guardai. Avevo quarantadue anni e li portavo onestamente — non male, ma onestamente. Qualche chilo in più di dieci anni fa, qualche capello grigio alle tempie. Presi le chiavi dell'auto, spensi le luci, chiusi la porta.
Fuori, l'aria di marzo aveva ancora un morso invernale. Camminai verso il parcheggio con le mani in tasca, la borsa a tracolla, il passo di chi sa dove va. Solo quando fui fuori dall'autostrada, già nella zona industriale della provincia vicina, già con i capannoni ai lati e le insegne al neon che cominciavano a comparire nell'oscurità, mi resi conto che non avevo pensato una sola volta a tornare indietro. Non era coraggio. Non era nemmeno incoscienza. Era la certezza silenziosa, mai esplicitata, che una certa soglia era già stata attraversata da tempo — forse mesi, forse anni — e che quello che stavo facendo era solo il modo in cui il corpo rendeva visibile una distanza che esisteva già da prima.
Parcheggiai. Spento il motore, rimasi un momento nel buio dell'abitacolo. Sentii il ticchettio del metallo che si raffredda. Poi presi la borsa, scesi, chiusi a chiave. Il Mirror Lab era a duecento metri. Le sue insegne violette tingevano il marciapiede di un colore che non era di questo mondo. Serena mi aspettava fuori, il cappotto rosso aperto nonostante il freddo, i capelli ramati che il vento scomponeva con indifferenza. Quando mi vide sorrise — non il sorriso controllato di chi vuole fare un'impressione, ma quello immediato e un po' vorace di chi è contento e non vede perché nasconderlo. Mi prese per mano. «Sei in ritardo di cinque minuti», disse. «Lo so.» «Non importa.» Si alzò sulle punte e mi diede un bacio diverso da quello di Elena, diverso in tutto. «Andiamo.» Entrammo. E il mondo che conoscevo rimase fuori, nell'aria fredda di marzo, ad aspettarmi come un cappotto appeso all'ingresso.
* * *
2 — Il Mirror Lab
Il Mirror Lab non è un posto per dilettanti. Si trova in una zona industriale anonima, dietro una facciata di cemento armato che potrebbe ospitare una ditta di spedizioni. Ma una volta varcata la soglia, il mondo esterno svanisce. L'interno è un trionfo di minimalismo oscuro: pavimenti in resina nera, pareti di specchi brumosi che non restituiscono mai un'immagine nitida, ma solo ombre eleganti, e una colonna sonora di deep-house che sembra vibrare direttamente nelle ossa.
Ero arrivato con Serena. L'avevo conosciuta tre settimane prima su un portale dedicato. Serena era l'opposto del silenzio di Elena. Era un'irruzione, un fastidio piacevole, qualcosa che non chiedeva mai il permesso di entrare. Trentasei anni, capelli ramati che sembravano sempre in disordine e un corpo che occupava lo spazio con una sfrontatezza offensiva. Indossava un tubino rosso fuoco, così stretto che ogni suo passo era una dichiarazione di guerra ai sensi.
Mentre camminavamo verso il bar, Serena mi strinse il braccio. «Sei teso», sussurrò, la voce roca di chi fuma troppo. «Lasciati andare. Stasera sei solo carne.» Sotto i pantaloni sartoriali sentivo il calore dell'eccitazione, il battito sordo di un desiderio che non si era manifestato così netto da mesi. Mi sentivo un predatore, ma un predatore con la tachicardia.
Poi, l'impatto.
Ci sono momenti in cui il cervello si rifiuta di elaborare i dati. In una delle nicchie private, sollevata di tre gradini rispetto alla sala principale, vidi un profilo familiare. Elena. Era seduta su un divano di velluto grigio, le gambe accavallate, un calice di vino bianco in mano. Accanto a lei, un uomo che sembrava scolpito nel granito.
Cinquantadue anni, i capelli grigi rasati così corti da sembrare una polvere metallica sul cranio, le spalle larghe di chi ha passato la vita a dare ordini. Sul tavolino davanti a lui un pacchetto di sigarette e un accendino d'argento, l'unico oggetto personale che si era portato in un posto del genere. Non era solo grande; era ingombrante. La sua presenza saturava l'aria intorno a Elena. Lo vidi appoggiarle una mano sulla coscia, le dita ampie, forti, che risalivano lentamente sotto l'orlo della seta nera.
I nostri sguardi si incrociarono nel riflesso di una colonna specchiata a tre metri di distanza. Fu un istante infinito. Vidi le pupille di Elena dilatarsi, il calice che tremava appena. Lo scandalo della scoperta fu immediatamente sommerso da una marea di qualcos'altro: un riconoscimento brutale. Anche tu. Anche tu eri qui.
Sentii l'odore di Elena — quel mix di iris e muschio bianco che impregnava i nostri cuscini — fluttuare nel calore del club, mescolandosi al profumo muschiato di Ilario (così si chiamava). La consapevolezza che mia moglie fosse lì, pronta a essere manipolata da quelle mani estranee e massicce, mi provocò un'ondata di umiliazione che si trasformò, senza soluzione di continuità, in un'eccitazione feroce.
Ilario non si mosse. Mi guardò con una calma olimpica, quasi benevola. Sapeva chi ero? Forse lo intuiva dal modo in cui fissavo Elena. Non disse nulla, ma spostò la mano più in alto, verso l'inguine di mia moglie, mentre lei inarcava leggermente la schiena, senza mai staccare gli occhi dai miei nello specchio.
Serena mi spinse verso di loro. «Conosci quegli splendori?» «Sì», risposi, la voce che mi usciva come un soffio. «Lei é la mia famiglia.»
* * *
3 — L'Eucarestia
Il silenzio nella nicchia del Mirror Lab non era assenza di suono, ma una pressione fisica, un vuoto d'aria che implorava di essere riempito. La musica filtrava dalle pareti come un basso costante che si percepiva più nello sterno che nelle orecchie. Ilario non aveva ancora detto una parola, eppure la sua presenza dominava lo spazio come una sentenza. Elena era seduta sul bordo del divano, le ginocchia unite, le mani strette sul calice di vino. Non guardava me. Guardava in basso, il riflesso deformato dei nostri corpi nello specchio scuro davanti a lei.
«Bevete», disse Ilario. Non era un invito; era una disposizione tattica.
Portai il bicchiere alla bocca. Il Lugana era così freddo da far male ai denti, ma il bruciore del vino fermo mi aiutò a ritrovare una parvenza di controllo. Serena, accanto a me, aveva già abbandonato ogni pretesa di decoro. Si era sfilata le spalline del tubino rosso, lasciando che i suoi seni pesanti e generosi saltassero fuori, liberi, con le areole ampie che sembravano dilatarsi sotto la luce viola. Iniziò a carezzarsi con una lentezza studiata, cercando lo sguardo di Ilario con una sfida che sapeva di fame.
Ma il vero baricentro della stanza era Elena.
Ilario si avvicinò di mezzo passo. Le prese il mento tra le dita e lo sollevò appena, quel tanto che bastava per obbligarla a guardarlo. Non c'era violenza nel gesto, ma controllo sì — totale, sereno, il tipo di controllo che non ha bisogno di alzare la voce. Con l'altra mano afferrò l'orlo della sottoveste di seta. La tirò su piano, centimetro dopo centimetro, con una lentezza esasperante. Il tessuto scivolava senza opporre resistenza. Prima le ginocchia, poi le cosce bianche, tese, che tremavano impercettibilmente. Quando la seta superò il bacino, il mio respiro si spezzò.
Elena non portava nulla sotto. La sua intimità era esposta, nuda e indifesa sotto la luce impietosa del club. Le grandi labbra, carnose e di un rosa scuro che tradiva uno stato di eccitazione avanzatissimo, erano già lucide. Un sottile velo di umore viscoso brillava lungo il solco centrale, bagnando la pelle dell'interno coscia. Era uno spettacolo di una bellezza oscena. Vederla così, offerta al giudizio di uno sconosciuto, fece sussultare il mio membro con una tale violenza che sentii il frenulo tirare dolorosamente contro la pelle tesa.
«Guarda tuo marito, Elena», sussurrò Ilario, la voce come carta vetrata sulla seta.
Lei obbedì. Mi fissò negli occhi attraverso lo specchio, e in quello sguardo vidi il terrore fondersi con una lussuria animale che a casa avevamo dimenticato di coltivare da anni. Non c'era solo imbarazzo in quel riflesso. C'era qualcosa di più sporco. Più diretto. Ilario si tolse i pantaloni con un gesto secco. Non fece scena. Non ne aveva bisogno.
Quando fu nudo, capii subito la differenza. Non tanto nelle dimensioni — anche, certo — ma nel modo in cui occupava lo spazio. Era più lungo del mio, di poco, ma soprattutto portava sé stesso con un'autorità che il mio corpo non aveva mai imparato ad avere. Nessuna esitazione in lui. Nessuna. Vederlo così, pronto a invadere il corpo di mia moglie, scatenò in me un cortocircuito: volevo distruggerlo e volevo vederlo sparire dentro di lei.
Serena non perse tempo. Si abbassò su di me, liberando il mio cazzo che spuntò rigido, bagnato già di liquido pre-eiaculatorio. Iniziò a lavorarmi con una foga cieca, la bocca calda che avvolgeva la mia carne, ma i miei sensi erano tutti proiettati a mezzo metro di distanza.
Ilario fece scivolare il bacino di Elena verso il bordo del divano, finché il suo corpo non rimase sospeso, sostenuto solo dalle sue mani. Le separò le gambe. Appoggiò la punta della sua cappella contro di lei e si fermò un secondo — un secondo che sembrava durare un minuto.
Poi spinse.
L'impatto fu netto. Un suono umido, breve, che tagliò l'aria più della musica. Elena spalancò la bocca in un urlo muto, la schiena che si arcuava all'indietro, le dita che si aggrappavano al tessuto del divano. Il suo corpo reagì tutto insieme, come scosso da una corrente. Ilario non accelerò subito. Restò fermo dentro di lei per un istante, lasciandola adattare. Poi iniziò a muoversi — lento, controllato, profondo, sempre uguale alla spinta precedente. Elena iniziò a perdere il controllo del respiro. I suoni le uscivano spezzati, irregolari, e ogni suo gemito era per me più nitido di qualsiasi altra cosa nella stanza.
Il ritmo cresceva. La pelle del ventre di Ilario batteva contro il clitoride rigonfio di Elena a ogni spinta. Il suo corpo scivolava sul velluto; lui la riportava indietro ogni volta, preciso. La sua intimità sembrava letteralmente divorarlo, stringendosi attorno alla base mentre l'attrito generava una schiuma sottile, biancastra, che colava lungo le natiche di lei.
Io ero al limite. Serena si mosse sopra di me, cambiando posizione senza interrompere il movimento. Il suo peso, il suo odore, il contatto della pelle — tutto era reale, ma secondario. Guardavo solo Elena. Guardavo il modo in cui le sue pareti si contraevano attorno alla mole di Ilario. Guardavo il piacere doloroso sul suo volto, quell'apertura totale, senza difese, che a casa avevamo dimenticato di darci.
«Scambiamo», ruggì Ilario. «Voglio la rossa. Adesso.»
Si staccò da Elena con un suono di risucchio viscido. Il suo membro era lucido, ricoperto degli umori di mia moglie. Serena si sganciò da me e si mosse verso di lui con un'agilità felina. Io mi alzai, barcollando, il mio cazzo dritto e vibrante, bagnato dai succhi di Serena.
Mi portai dietro Elena. Lei era ancora a carponi, il respiro rotto, la vulva che pulsava, spalancata dall'invasione precedente. Non si mosse quando mi avvicinai. Afferrai i suoi fianchi. Erano caldi. Più di quanto mi aspettassi. Entrai.
Subito. Senza resistenza. Il suo corpo era ancora aperto, cedevole, e il contatto fu immediato, totale. Sentii il calore, l'umidità, e qualcosa di più — una sensazione di spazio già occupato, non più solo mio. Quel dettaglio mi colpì più di tutto il resto. Iniziai a muovermi senza pensarci, con un ritmo più disordinato del solito, più veloce, alimentato da una rabbia che era puro amore deviato. La vedevo soffrire e godere sotto i miei colpi, mentre davanti a noi Ilario sollevava Serena come se non pesasse nulla, penetrandola con una ferocia inaudita.
L'orgasmo arrivò come una fucilata. Mi contrassi dentro Elena, perdendo il ritmo e il controllo. Sentii il mio cazzo pulsare, eiaculando getti bollenti che andarono a colpire il fondo del suo utero, mescolandosi irrevocabilmente a tutto quello che Ilario aveva depositato pochi istanti prima. Elena pronunciò il mio nome — una volta sola, un grido lacerante che mise fine alla serata e diede inizio alla nostra rovina.
Rimanemmo così, intrecciati, nel silenzio che seguì, mentre l'odore del sesso collettivo saturava l'aria della nicchia come un fumo denso. La musica continuava. Il basso vibrava ancora nel pavimento. Ma nella nicchia era tornato quel silenzio pieno di qualcosa che non si poteva più togliere. Avevamo superato il confine. E non c'era modo di tornare indietro.
* * *
4 — Il Patto
Il ritorno a casa, quella prima alba dopo il Mirror Lab, fu segnato da un rumore che non avevamo mai notato prima: il ticchettio meccanico della caldaia in cucina. Un suono domestico, rassicurante, che in quel momento sembrava l'eco di una bomba a orologeria. Ci muovevamo nello spazio familiare come infiltrati. Elena evitava lo specchio dell'ingresso; io evitavo di guardarle le mani, temendo di scorgere ancora tra le sue dita il fantasma della pelle di Ilario.
Poi, il silenzio della disaffezione venne sostituito da un protocollo. Un Patto non scritto, ma sigillato nel fluido che ancora sentivamo seccarsi sulla pelle durante la doccia, rigorosamente separata, ma con le porte aperte.
Il patto prese forma una settimana dopo. Non ci fu una discussione, solo una serie di gesti coordinati. Alle diciannove, Elena tornò a casa con due bottiglie di Lugana superiore. Non disse nulla di Federica, disse semplicemente: «Vengono qui. Alle nove».
Preparai il salotto con una cura maniacale. Spostai il divano di pelle bianca al centro della stanza, orientandolo verso la grande vetrata che rifletteva l'interno come uno schermo cinematografico oscurato. Il Lugana venne messo in un secchiello d'argento, sommerso dal ghiaccio. Il rumore del ghiaccio che si assesta nel metallo divenne il segnale acustico del nostro nuovo inizio.
Quando suonarono il campanello, il mio membro ebbe un sussulto violento contro il tessuto dei pantaloni di lino. Elena aprì la porta indossando un abito sottoveste verde petrolio, senza nulla sotto. Ilario entrò per primo. Emanava un odore di tabacco e dopobarba costoso che saturò immediatamente l'ingresso. Serena lo seguiva, i capelli ramati raccolti in una coda alta che metteva in risalto il collo lungo e i seni enormi, compressi in una scollatura che non lasciava spazio all'immaginazione.
«Bella casa», disse Ilario, ma i suoi occhi stavano già scannerizzando il corpo di Elena, misurando la sua disponibilità.
Con il passare delle settimane, lo scambio divenne una liturgia. La disaffezione era sparita, sostituita da una tensione erotica che alimentava ogni nostra ora sveglia. Ma era una tensione parassitaria. A tavola, mentre mangiavamo la pasta cucinata da Elena, io studiavo Ilario. Guardavo le sue mani massicce che afferravano il calice e immaginavo quelle stesse dita che aprivano le labbra della vulva di mia moglie, esplorando la sua mucosa lucida e violacea.
Ilario era diventato il metro di paragone del mio possesso. Il suo cazzo, quella verga di vene e prepotenza, era l'ospite fisso dei nostri sogni. Vederlo penetrare Elena sul nostro divano, vedere la carne di mia moglie tendersi per accogliere quella mole superiore alla mia, mi infliggeva un dolore squisito. Era un'umiliazione cercata, un modo per sentire che lei era così preziosa da meritare l'invasione del più forte nella stanza.
Serena, dal canto suo, era il mio sfogo fisico. Mentre Ilario martellava Elena, io mi perdevo tra le cosce di Serena. La sua intimità era diversa da quella di Elena: più ampia, più famelica, satura di un calore che sembrava voler consumare il mio cazzo fino alla radice. Le succhiavo i seni pesanti, sentendo il sapore del suo sudore acido, mentre i miei occhi restavano incollati al riflesso di Ilario che sollevava le natiche di mia moglie per affondare più profondamente.
Ma il vero Patto non riguardava solo il giovedì. Riguardava l'ombra. Comprai il secondo telefono in un negozio vicino alla stazione. Un oggetto di plastica nera, anonimo. Lo tenevo nel vano della ruota di scorta dell'auto. Lì dentro c'erano i messaggi di Serena. Foto di lei nuda in ufficio, audio della sua voce roca che descriveva cosa voleva farmi martedì pomeriggio, quando Elena pensava che fossi a un meeting. «Voglio sentirti dentro senza che Ilario guardi», mi scriveva. E io ci andavo. Ci incontravamo in motel che puzzavano di candeggina e fumo, dove il sesso era una competizione di resistenza. Il mio cazzo non era mai stato così attivo. Lo sentivo pulsare costantemente, alimentato dal tradimento doppio: tradivo Elena con Serena, e tradivo il «gruppo» con la clandestinità.
Elena faceva lo stesso. Lo capivo dal modo in cui sorrideva al suo smartphone mentre beveva il caffè. Lo capivo dai segni che trovavo sul suo collo, troppo alti per essere stati fatti durante il caos del giovedì. Ilario la stava reclamando al di fuori del rituale.
Eravamo diventati complici di una menzogna stratificata. Il giovedì sera ci guardavamo negli occhi, bevendo Lugana, fingendo che quello fosse l'unico momento di trasgressione. Invece, eravamo quattro estranei che si usavano a coppie incrociate, quattro naufraghi che si tenevano a galla nel segreto del segreto.
La nostra casa non era più un rifugio. Era una zona franca, un crocevia di umori dove il seme di Ilario e il mio si mescolavano nei condotti di scarico, mentre noi, io ed Elena, ci coricavamo all'alba, esausti, sentendo il peso dei segreti che premevano contro le pareti della camera da letto come spettri affamati. Il Patto teneva, ma le fondamenta stavano già marcendo sotto il peso di quello che non avevamo il coraggio di dirci.
* * *
5 — Marco e Giovanna
Il sesto bicchiere di Lugana era rimasto intonso sul tavolino quando Ilario pronunciò i loro nomi. Non fu un suggerimento, fu l'annuncio di una nuova fase dell'esperimento. «Marco e Giovanna», disse, pulendosi le labbra con un gesto lento. «Vengono stasera. Hanno bisogno di aria nuova. E noi anche, credo.» Elena non batté ciglio, ma vidi la sua mano stringersi attorno allo stelo del calice. Io sentii una contrazione improvvisa alla base del mio membro, un riflesso condizionato che ormai rispondeva a ogni minima variazione del nostro ecosistema perverso.
Quando suonarono, la porta sembrò vibrare sotto colpi pesanti, autoritari. Marco entrò per primo. Era un uomo sulla cinquantina, costruito con la stessa grazia di un pilastro di cemento armato. Indossava una camicia azzurra che faticava a contenere la massa dei bicipiti e del petto; le sue mani erano enormi, segnate da cicatrici profonde, le unghie curate ma bordate da quella traccia di grasso meccanico che nessun sapone cancella mai del tutto. Aveva la postura di chi ha imparato a stare fermo sotto il fuoco — qualcosa nei piedi piantati a terra, nel collo che non girava mai per seguire i rumori. Non sorrideva. Mi guardò negli occhi con una fissità minerale, quasi volesse pesare la mia consistenza ossea prima ancora di quella morale.
Dietro di lui, Giovanna sembrava una creatura fatta di un'altra materia. Trentacinque anni, un viso d'angelo incorniciato da capelli castani legati in una coda bassa, occhiali dalla montatura sottile che le davano l'aria di una professoressa di liceo. Indossava un vestito di lino beige, castigato, che però si muoveva in modo strano attorno ai suoi fianchi, suggerendo una mobilità del bacino che non aveva nulla di accademico.
Ci sedemmo a tavola. Elena aveva preparato un ragù bianco di cortile, una ricetta antica, densa, dove il sapore della carne selvatica veniva esaltato dal rosmarino e dal pepe nero. «È straordinario», esordì Giovanna, portandosi alla bocca una forchettata lenta, voluttuosa. Mi guardò mentre masticava. «Si sente che ci hai messo tempo, Elena. Il tempo è l'unica cosa che conta davvero, non trovi? Il tempo che dedichiamo a costruire le nostre prigioni.»
Marco non parlava. Mangiava con un'efficienza metodica, i gomiti larghi sul tavolo, occupando lo spazio vitale di Ilario senza alcun timore referenziale. Ogni tanto, però, il suo sguardo scivolava verso Giovanna. Era un'occhiata rapida, una frazione di secondo in cui la sua mascella si contraeva. Non era gelosia, era qualcosa di più atavico: il controllo di un guardiano sul suo tesoro più pericoloso. «Marco è un uomo di poche parole», disse Ilario, quasi a voler mediare. «Le parole servono a chi ha bisogno di convincere», rispose Marco con una voce che sembrava il rumore di pietre che rotolano. Guardò il mio bicchiere. «Vino?»
Dopo cena, la transizione nel salotto fu più rapida del solito. L'aria era diventata satura, opprimente. Giovanna si sedette sul pouf davanti a me. Senza preamboli, si sfilò gli occhiali e li posò sul cristallo del tavolo. Con un gesto fluido, sollevò l'orlo del vestito di lino.
Sotto, non c'era nulla. Solo pelle chiara e una passera che sembrava un gioiello intagliato: le piccole labbra erano sottili, il clitoride già eretto, un piccolo bottone turgido che pulsava tra le pieghe rosate. Non era lucida come quella di Elena, ma emanava un odore dolciastro, come di frutta matura che sta per marcire. Mentre Marco iniziava a sbottonarsi con la calma di chi sta per iniziare un lavoro pesante, liberando un cazzo che era un massello di carne spessa e venosa, Giovanna allungò una mano verso di me.
Mi afferrò il membro attraverso i pantaloni. La sua presa era d'acciaio. Mi attirò verso di lei finché non sentii il calore del suo respiro sul mio collo. «Sembri un uomo che pensa troppo», mi sussurrò all'orecchio mentre le sue dita iniziavano a tormentarmi il frenulo con una precisione chirurgica. «Stasera voglio che tu smetta di essere un marito. Voglio che tu sia solo un buco nero.»
Vidi Marco avvicinarsi a Elena. La sollevò dal divano come se fosse un foglio di carta, portandola verso lo specchio. Iniziò a penetrarla con colpi sordi, metodici, senza mai staccare gli occhi da me e Giovanna. Era un'esposizione totale. Sei persone, tre coppie, un unico organismo che si nutriva di tradimenti incrociati. Giovanna mi aprì la zip e fece scattare fuori il mio cazzo, ora turgido e lucido. Si calò su di me con un gemito che non aveva nulla di angelico. Mentre sentivo la sua intimità calda e stretta accogliermi, vidi Giovanna girarsi verso Marco. «Guarda, Marco», disse lei, la voce che vibrava per il piacere. «Guarda come mi prende bene.»
In quel momento capii: Serena era stata il gioco. Giovanna era la guerra. E Marco, con il suo silenzio massiccio, era l'unico che conosceva già il numero delle vittime che avremmo lasciato sul campo.
* * *
6 — La Mappa dei Corpi
Tre mesi dopo l'ingresso di Marco e Giovanna, la geografia della nostra casa era stata ridisegnata secondo coordinate che non riconoscevo più. Se all'inizio il gioco con Ilario e Serena era stato un'esplosione di lussuria, con la nuova coppia era diventato una mappatura sistematica dei nostri limiti. Non eravamo più sei individui; eravamo un esagono di carne che non sapeva ancora come implodere.
Il giovedì sera era diventato il polo magnetico della nostra settimana, ma era nel tempo vuoto tra un incontro e l'altro che la vera distruzione prendeva piede. Tutto iniziò un martedì mattina, sotto una pioggia sottile che rendeva l'asfalto di Treviso lucido come la pelle di Serena dopo un orgasmo. Avevo invitato Giovanna per un caffè. Un gesto che, nel nostro codice non scritto, era più trasgressivo di qualsiasi scambio di fluidi. Ci trovammo in un bar defilato, vicino alla pescheria.
Giovanna indossava un trench beige e un foulard di seta che le nascondeva il collo. Senza gli occhiali, i suoi occhi sembravano ancora più grandi, due voragini scure che assorbivano la luce della sala. «Ti senti in colpa?», mi chiese senza preamboli, mentre girava il cucchiaino nella tazzina. «Per cosa? Per il giovedì?» «No. Per questo caffè. Per il fatto che mi stai guardando le mani e ti stai chiedendo se Marco le ha strette forte stamattina prima di lasciarti uscire.»
Rimasi in silenzio. La verità era che Giovanna mi occupava la mente in un modo che né Serena né Elena riuscivano più a fare. Con lei, il sesso non era mai solo fisico. Era un'interrogazione. Quando ci alzammo, mi sfiorò l'avambraccio con le dita. Un tocco leggero, quasi distratto, ma sentii il mio cazzo sussultare nei pantaloni come se mi avesse morso. Mi lasciò lì, con il sapore amaro del caffè e la sensazione che la mappa che stavo seguendo portasse dritto in un vicolo cieco.
Intanto, Elena stava cambiando. La disaffezione dei primi mesi era stata sostituita da una nuova, inquietante compattezza. Non era più la donna remissiva che si lasciava manovrare da Ilario; era diventata il centro di gravità del gruppo. La vedevo muoversi tra quegli uomini massicci con una sicurezza felina. In una delle serate, la vidi tra Ilario e Marco, inginocchiata sul tappeto persiano del salotto, la seta verde petrolio scivolata via dalle spalle. Ilario le teneva la testa, guidandola con quella sua autorità bruta, mentre Marco, dietro di lei, esplorava la sua intimità con le dita unte di olio da massaggio. Elena non gemeva più come una vittima; emetteva suoni di comando. Le sue labbra, gonfie e lucide, si schiudevano per accogliere il membro di Ilario, mentre la sua vulva, ormai arrossata e spalancata, sembrava pulsare in sincrono con i colpi sordi che Marco le infliggeva.
Il momento di rottura avvenne verso mezzanotte. Le donne erano in bagno, Ilario era in cucina a stappare un'altra bottiglia di Lugana. Rimasi solo con Marco. Lui stava in piedi davanti alla finestra, guardando il riflesso della stanza sul vetro. Sembrava un oggetto contundente dimenticato in un salotto borghese. «Lavori molto, ultimamente?», mi chiese senza girarsi. «Il solito. Perché?» «Giovanna dice che sei un uomo interessante. Dice che ascolti bene.»
Sentii un brivido gelido risalire la schiena. Marco si girò lentamente. La sua faccia era una maschera di indifferenza, ma gli occhi erano due fessure cariche di una minaccia ancestrale. «Non lo dice spesso di altri uomini», continuò, avvicinandosi a me fino a invadere il mio spazio vitale. Sentii l'odore di metallo e tabacco che emanava. «Fai attenzione. Giovanna è come il vetro: bellissima finché non si rompe. E quando si rompe, taglia in profondità.»
Non potei rispondere. In quel momento le donne rientrarono. Quella sera, quando finalmente fummo soli, io ed Elena ci guardammo allo specchio del bagno mentre ci lavavamo via gli odori degli altri. Non eravamo più noi. Eravamo una mappa di morsi, segni rossi e umori essiccati. «Siamo felici, vero?», mi chiese lei, mentre si passava la crema sul seno ancora arrossato dalle mani di Marco. «Certo», risposi. Ma sapevo che quella parola, ormai, non significava più nulla. Era solo un altro confine che avevamo deciso di cancellare.
* * *
7 — Il Doppio Cieco
Il martedì pomeriggio era diventato il meridiano della nostra menzogna. La simmetria era perfetta e agghiacciante: mentre il sole di maggio batteva contro le serrande abbassate del mio ufficio vuoto, io mi trovavo nel santuario di Giovanna, mentre Elena, ne ero certo, stava scalando le vette della depravazione in un hotel della zona industriale con Ilario. Nessuno sapeva dell'altro. O forse, in quel meccanismo di Doppio Cieco, la verità era così evidente che avevamo deciso di accecarci per non doverla gestire.
Casa di Giovanna profumava di libri vecchi e incenso al sandalo. Non c'era la sfrontatezza del club, né la ritualità del giovedì. C'era solo un'intimità cruda, domestica, che rendeva il tradimento molto più pesante. Giovanna mi accolse indossando solo una camicia di Marco, troppo grande per lei, che le scivolava sulle spalle. Mi versò un bicchiere d'acqua — un gesto stranamente ordinario — e restò appoggiata al bordo della cucina, le mani attorno al bicchiere. «Come stai?», chiese. Non come si chiede per cortesia. Come si chiede quando si vuole davvero sapere. «Non lo so», risposi. «Da mesi non lo so più.» Lei mi guardò un momento, pesando la risposta. «È questo che ti rende interessante», disse. «Gli uomini che sanno sempre come stanno sono noiosi da spogliare.»
Si girò di schiena, lasciando cadere la camicia, e si appoggiò con i gomiti sul materasso, sollevando il bacino. Il suo lato B era un capolavoro di compattezza: i glutei erano tondi, sodi, con una pelle bianchissima che contrastava con l'ombra profonda del suo solco. Le natiche si schiudevano naturalmente, rivelando l'anello bruno dell'ano, piccolo e teso, che sembrava pulsare a ogni suo respiro. Non c'era nulla di remissivo in quella posa; era un'esibizione di potere.
Mi sbottonai. Il mio cazzo scattò fuori, rigido, bagnato da un desiderio non solo fisico ma alimentato dalla consapevolezza di essere nel territorio di Marco. Le mie mani afferrarono le sue natiche, affondando nella carne soda, mentre con il pollice iniziavo a tormentare quel piccolo cerchio scuro che si contraeva sotto il mio tocco. «Fallo», sussurrò lei nel cuscino. «Fallo come se volessi rompermi.» Entrai nella sua intimità con un colpo solo, sentendo le sue pareti vaginali stringersi attorno al mio membro in una morsa frenetica. Alternavo le spinte, uscendo quasi completamente per poi affondare di nuovo. Giovanna emetteva gemiti acuti, la schiena inarcata, mentre cercava con il sedere di spingersi ancora più a fondo contro il mio bacino.
«Ti sei mai chiesto se Elena è felice?», chiese all'improvviso, con la voce rotta dal piacere, proprio mentre io stavo per raggiungere l'apice. Quella domanda, posta in quel momento, fu come una secchiata d'acqua gelida. Il mio ritmo non rallentò, anzi, divenne più violento. Volevo punirla per quella domanda, o forse volevo punire me stesso. Le afferrai i capelli, tirandole la testa indietro, e iniziai a colpirla con una forza cieca.
Nello stesso istante, a chilometri di distanza, immaginavo cosa stava succedendo. Immaginavo Ilario che teneva Elena per i fianchi, il suo cazzo che spariva dentro di lei, che la possedeva con quella proprietà assoluta di chi non ha mai avuto dubbi sul proprio diritto di farlo. Quella visione mi portò all'orgasmo. Fu un'esplosione dolorosa, un getto di seme che sembrò svuotarmi l'anima oltre che le viscere. Caddi sopra Giovanna, ansimante. Lei rimase immobile, sentendo il calore del mio seme colare fuori da lei e bagnare le lenzuola che profumavano di Marco.
«Non lo sai, vero?», ripeté lei, riferendosi alla felicità di Elena. «No», risposi roco. «E non credo di volerlo sapere.» Ci vestimmo in fretta, come due criminali che hanno appena ripulito una banca. Prima di uscire, Giovanna si sistemò il foulard. «Ci vediamo giovedì», disse. «Sì. Giovedì.» Tornando a casa, mi fermai in una piazzola di sosta. Guardai le mie mani. Il Doppio Cieco era diventato la nostra prigione. E le pareti stavano iniziando a stringersi.
* * *
8 — L'Apoteosi
Il giovedì dell'Apoteosi non arrivò con il solito sussurro di aspettativa; arrivò con il peso di un temporale che non riesce a scaricare, lasciando l'aria satura di ozono e di una tensione che faceva dolere i denti. La nostra casa, il nostro salotto di Treviso, sembrava essersi rimpicciolito. I mobili di design, il cristallo, le luci soffuse: tutto pareva insufficiente a contenere la massa critica di desiderio e marciume che avevamo accumulato in mesi.
Quella sera non ci furono lunghi preamboli. Il Lugana superiore scese nelle gole come carburante. Marco beveva più del solito — tre bicchieri in pochi minuti, senza assaporarli — e il modo in cui si muoveva, con scatti brevi e nervosi, rompeva l'equilibrio abituale. Ilario invece era immobile al centro della stanza, solido, in controllo. Serena ronzava tra noi, sfiorando, provocando, ma senza trovare un punto fisso.
Furono Elena e Giovanna a cambiare il ritmo. Si guardarono. Non era più complicità — era qualcosa di più diretto, una sfida silenziosa che escludeva tutti gli altri. Elena si sfilò la seta nera senza fretta, la lasciò cadere ai piedi e rimase lì, al centro del tappeto, la pelle che sembrava emettere una luce propria. Nessuno disse niente per qualche secondo.
«Stasera basta mezze misure», disse Ilario, la voce bassa, stabile. «Niente nascosto.»
Marco si mosse per primo. Prese Elena per le spalle e la guidò verso il divano di pelle — non con violenza, ma senza lasciare scelta. La piegò a carponi, rivolta verso la grande vetrata, in modo che il riflesso rimandasse ogni dettaglio raddoppiandone l'oscenità. Io ero fermo, ma sentivo il corpo reagire prima ancora di decidere cosa fare. Giovanna mi afferrò il polso e mi trascinò verso il pouf. Serena si avvicinò dall'altro lato. Ero incastrato tra loro due, ma lo sguardo restava davanti.
Elena. Marco era dietro di lei. Le mani grandi aprirono le natiche di Elena con una decisione brutale. Il suo lato B era teso, vibrante. Vidi l'anello scuro dell'ano di Elena contrarsi sotto lo sguardo di lui. Non c'era più spazio per la timidezza. Marco spalmò un velo di olio lucido su quel foro proibito, mentre con l'altra mano guidava la sua cappella, larga e venosa, contro la vulva spalancata di lei. «Guarda, marito», ruggì Marco, piantando i suoi occhi nei miei mentre affondava nell'intimità di Elena con un colpo secco, preciso, deliberato.
Nello stesso momento, Ilario le prese la testa, costringendola a un'intimità orale violenta, mentre le sue dita libere cercavano l'altro accesso. Vidi Elena inarcare la schiena, il volto stravolto in un'espressione di dolore e piacere assoluto. Ilario, con un movimento fluido, sostituì le dita con il suo cazzo imponente, posizionandolo contro l'ano di mia moglie, già dilatato e lucido. Affondò centimetro dopo centimetro, sentendo la resistenza delle fibre che cedevano per accoglierlo. Vidi la pelle di Elena tendersi all'inverosimile, le natiche bianche che venivano letteralmente separate dalla mole di Ilario.
Era l'Apoteosi. Mia moglie veniva posseduta in ogni pertugio. Marco martellava la passera con colpi sordi, metodici, il suo cazzo massiccio che spariva tra le grandi labbra gonfie e violacee, mentre Ilario le reclamava il lato B con una ferocia che sembrava volerle riscrivere l'anima. La schiuma dei loro umori misti colava lungo le cosce di lei, un mix di lubrificante, siero e sudore che brillava sotto i neon viola. Elena non era più la stessa delle prime volte. Non subiva. Partecipava. Il suo corpo cercava il punto di equilibrio dentro qualcosa che equilibrio non era.
Io ero immerso in Giovanna. Lei mi cavalcava, ma i suoi occhi erano fissi su Marco, sincronizzando i propri movimenti con quello che accadeva davanti. Ogni tanto si protendeva in avanti per baciare Elena, creando un ponte di carne tra noi sei. Serena si era accovacciata accanto a Ilario, usando la bocca e le mani per alimentare quel massacro dei sensi. «Ti piace vederla così», ansimò Giovanna, stringendo il mio cazzo con i suoi muscoli interni. Non era una domanda.
Poi Marco si fermò.
Non uscì da Elena. Semplicemente smise di spingere. Il respiro era un rantolo pesante. Il cambiamento fu immediato: il suono si spezzò, il respiro di Elena rimase sospeso a metà, Ilario rallentò anche lui. Marco non stava più guardando Elena. Guardava me. Non era eccitazione. Era lucido, freddo, diretto. Sapeva. Sapeva del caffè, sapeva del martedì pomeriggio, sapeva che avevo osato toccare Giovanna al di fuori del recinto che lui aveva costruito. Il tempo si dilatò in modo strano. Nessuno parlava. Solo il basso della musica, distante.
Giovanna si immobilizzò sopra di me. Anche lei aveva capito.
«Andiamo», disse Marco. Voce piatta. Senza alzare il tono. Si staccò, si raddrizzò, non guardò nessun altro. Giovanna scese da me lentamente. I suoi occhi restavano sui miei, ma non c'era più sfida. Solo qualcosa di più pesante. Definitivo. Marco le prese il braccio — non forte, ma abbastanza da non lasciare spazio a esitazioni. «Andiamo», ripeté, più secco.
Attraversarono il salotto senza voltarsi. La porta si chiuse con un suono normale. Troppo normale. E fu quello a rompere tutto.
Elena cedette sulle braccia, restando piegata sul divano, il respiro irregolare, il corpo ancora scosso da piccoli tremori, gli orifizi ancora aperti su quanto era accaduto. Ilario si allontanò di un passo senza intervenire. Io restai seduto sul pouf, con il mio cazzo che colava seme sul tappeto. Serena si spostò via, raccogliendo i vestiti dal pavimento. Nessuno parlava. L'odore nell'aria era cambiato — più acre, più fermo. Non era più eccitazione.
Era il residuo. L'Apoteosi era finita. E sotto le ceneri del piacere, sentivo il freddo di una distruzione che non avrebbe risparmiato nessuno.
* * *
9 — La Lenta Distruzione
Dopo l'onda d'urto dell'Apoteosi, il silenzio che si installò nella nostra casa non era quello della pace, ma quello delle macerie che si assestano. La Lenta Distruzione non ebbe il fragore di uno schianto; fu una decomposizione molecolare, un lento scivolare della realtà verso un grigio uniforme e asfittico.
Per le prime due settimane, il gruppo sembrò svanito nel nulla. Ilario, solitamente puntuale nel reclamare il suo spazio, divenne un fantasma digitale. Messaggi brevi, gelidi: «Settimana complicata, rimandiamo». Elena fissava lo schermo del telefono per ore, seduta sul bordo del letto, con la schiena nuda che mostrava ancora i deboli aloni giallastri dei lividi lasciati dalle dita di Marco. La vedevo sfiorarsi il fianco, come a voler ritrovare la sensazione di pienezza e di violenza che Ilario le aveva impresso quella notte finale. Era una vedova di un piacere che non potevo più darle.
Il martedì successivo, mi presentai al solito bar per il caffè con Giovanna. Aspettai un'ora. Poi due. Le scrissi un messaggio, poi un altro. Nessuna risposta. Il «Doppio Cieco» si era trasformato in un muro di gomma. La verità emerse solo tre giorni dopo, quando Marco mi chiamò. Non era la voce di un amico, né quella di un complice. Era la voce di un uomo che aveva deciso di abbattere una struttura pericolante. «Le cose si sono complicate», disse, e sentii il rumore di un accendino, poi un lungo sospiro di fumo. «Giovanna non verrà più. Abbiamo deciso che il perimetro è stato violato. Non è colpa tua, o forse lo è del tutto. Non ha importanza.» «Voglio parlare con lei», dissi, ma la linea era già morta.
Quella telefonata fu l'inizio della fine. Senza il contrappeso di Marco e Giovanna, anche il legame con Ilario e Serena si sfaldò. Serena mi mandò un'ultima foto: lei nuda davanti a uno specchio, con un segno di morsi sulla spalla che non era mio. «È stato bello finché è stato segreto», scrisse. «Ora è solo complicato.»
In casa, io ed Elena iniziammo a vivere come due superstiti di un disastro aereo. Ci muovevamo tra le stanze evitando il divano di pelle, evitando la vetrata, evitando ogni angolo che potesse rievocare lo spettacolo delle nostre carni aperte. Una sera la trovai in cucina, al buio. Aveva davanti a sé l'ultima bottiglia di Lugana, ma non l'aveva aperta. «Ti ricordi quando Marco ti ha presa?», le chiesi, la voce roca. Lei alzò lo sguardo. I suoi occhi erano opachi. «Mi ricordo di come mi sentivo quando non ero tua. Quando ero di tutti e di nessuno. Mi manca quel peso dentro. Mi faceva sentire visibile.»
Le mi avvicinai. Volevo reclamarla, volevo dimostrarle che potevo essere io quel peso. La spinsi contro il tavolo di marmo, sollevandole la vestaglia. Cercai la sua intimità, ma era fredda, asciutta. Elena rimase immobile, come una bambola di pezza. «Non sei lui», sussurrò. «E io non sono più quella donna.»
La distruzione era completa perché non riguardava più il tradimento, ma l'identità. La nostra casa aveva imparato a odorare di assenza. Avevamo usato i corpi degli altri per mappare i nostri desideri più oscuri, e ora che quegli altri erano spariti, non sapevamo più come abitare la nostra stessa pelle. Cercai di scrivere ancora a Giovanna, usando il secondo telefono, ma il numero risultava inesistente. Marco l'aveva portata via, o forse lei aveva deciso di sparire dentro il silenzio di lui per punirsi della sua stessa curiosità. Immaginavo Marco che la possedeva nel loro letto a Vicenza, riprendendo ogni centimetro di lei come se cancellasse con la propria pelle le tracce del mio passaggio.
Elena iniziò a uscire da sola, tornando tardi, con l'odore di alcol e fumo addosso. Non le facevo domande. Sapevo che cercava Ilario nei volti degli sconosciuti nei bar di periferia, sperando che qualcuno la riconoscesse per quello che era diventata: una preda in attesa di un predatore che non sarebbe più tornato. La nostra casa era diventata una cenere fredda. Il Patto era infranto, il Doppio Cieco era diventato una cecità assoluta. Eravamo due estranei che condividevano un segreto troppo grande per essere confessato e troppo pesante per essere sopportato. La Lenta Distruzione aveva vinto: non ci eravamo lasciati, ma eravamo finiti. E la parte peggiore era che avevamo ancora le chiavi della stessa porta, ma non sapevamo più chi fosse la persona che l'avrebbe aperta dall'altra parte.
* * *
10 — La Cenere, di Nuovo
La luce del mattino non ha nulla di catartico; è solo un riflettore puntato su una scena che nessuno ha più voglia di recitare. Entra dalle fessure delle tapparelle in lame grigie, fredde, che tagliano il letto matrimoniale esattamente come facevano un anno fa. Ma oggi, l'aria della camera ha un peso diverso. È satura di un'assenza che urla.
Sono sveglio dalle cinque. Accanto a me, Elena dorme con un sonno agitato, interrotto da piccoli sussulti muscolari. La osservo con la stessa attenzione clinica del primo mattino, ma la mappa è cambiata. Sulla sua pelle, se guardo bene, vedo le cicatrici invisibili di mesi di invasioni. Vedo la linea delle sue spalle, che ora mi sembra più curva, come se portasse ancora il peso delle mani massicce di Ilario che la schiacciavano verso il basso.
Ci siamo riappropriati della nostra routine come si indossa un abito smesso, che però ora stringe e irrita la pelle. Facciamo colazione in silenzio. Il caffè fuma nelle tazze identiche, ma il ticchettio dei cucchiaini contro la ceramica sembra il rumore di un cantiere di demolizione. «Hai visto che hanno aperto quel nuovo ristorante in centro?», mi chiede lei, senza alzare gli occhi dallo smartphone. È un tono neutro, quello di una moglie che cerca di riempire il vuoto. «Sì, potremmo andarci sabato», rispondo. Ma entrambi sappiamo che sabato non andremo in nessun ristorante. Entrambi sappiamo che passeremo la serata a spiarci, a cercare nei gesti dell'altro il riflesso di quello che eravamo giovedì sera.
Il salotto è tornato in ordine. Il divano di pelle bianca è stato pulito meticolosamente, cancellando ogni traccia di sudore, di olio, di secrezioni mischiate. Eppure, ogni volta che mi siedo lì, sento il fantasma del cazzo di Marco che martella l'intimità di Elena proprio dove ora poggio la testa. Sento ancora l'odore muschiato di Ilario che la possedeva mentre lei gridava un piacere che io non sono mai riuscito a estorcerle.
Il secondo telefono, quello di plastica nera, è ancora nel fondo della borsa da ufficio. È spento da settimane. Ogni tanto lo accendo, sperando in un messaggio di Giovanna che so non arriverà mai. Immagino lei e Marco, chiusi nel loro silenzio industriale a Vicenza. Immagino lui che la possiede nel buio, rivendicando il suo corpo con quella proprietà esclusiva, eliminando il ricordo delle mie dita e della mia voce.
Elena fa lo stesso. La vedo fissare il vuoto mentre si spazzola i capelli. So che sta ripercorrendo la mappa del suo corpo, sentendo i punti dove Ilario la faceva sentire visibile. Il nostro matrimonio è diventato un terreno bruciato su cui camminiamo con i piedi nudi, cercando qualcosa di ancora caldo su cui appoggiarci.
Una sera, tardi, entro in bagno mentre lei sta uscendo dalla doccia. È nuda, la pelle lucida di vapore. Si ferma davanti allo specchio e per un istante le nostre immagini si sovrappongono nel vetro appannato. Le poggio una mano sul fianco. Lei sussulta — non è un sussulto di desiderio, è un riflesso condizionato di difesa. «Cosa cerchi?», mi chiede, guardandomi attraverso lo specchio. «Cercavo noi», rispondo. Lei sorride, un sorriso che mi spezza il cuore. «Noi siamo rimasti al Mirror Lab, quella prima notte. Quello che c'è qui è solo quello che è avanzato dal banchetto.»
Si infila l'accappatoio e scivola via, lasciandomi solo con il mio riflesso. Guardo me stesso, la mia faccia che ha ancora la stessa età di un anno fa ma non lo stesso peso. Mi chiedo se il problema fosse mai stato il desiderio, o se fosse qualcosa di più antico — la paura di guardare Elena davvero, il modo in cui avevamo usato il corpo degli altri come schermo per non doverci guardare l'un l'altro.
Il veleno aveva funzionato. Solo che non avevamo letto le controindicazioni.
Mi stendo accanto a lei. Elena si volta di schiena. Chiudo gli occhi e, per un istante, spero di sentire il profumo di Serena o la voce di Giovanna che mi interroga sulla felicità.
Ma non c'è nulla. Solo il rumore della pioggia contro i vetri e il respiro regolare di una donna che amo da troppo tempo per poterla ancora desiderare senza sentire il sapore del tradimento.
Mi allunga la mano. Nel sonno, Elena si sposta verso di me — un riflesso automatico, muscolare, come un fiore verso una luce che non c'è più.
La luce del mattino sarà la stessa di sempre. Eravamo cambiati noi, ma non abbastanza da salvarci, e troppo per tornare indietro.
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