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...e poi arrivò zio Marco


di femboyinesperto
17.07.2026    |    2.311    |    6 9.3
"L'odore di lei si arrampicava dolciastro sotto quello salmastro di lui, creando una sinfonia olfattiva di tradimento che mi fece girare la testa: quella era la sua essenza più intima, quella che..."
Erano sette anni che Marta e io stavamo insieme, e ormai il sesso era diventato una ricorrenza commemorativa: il mio compleanno, il suo compleanno, e forse San Valentino se non eravamo troppo stanchi. Tre volte all'anno, come un abbonamento scaduto che nessuno si decideva a disdire. Quella sera, al barbecue di famiglia, avevamo già superato la quota annuale e io, sotto sotto, ero felice di avere già "dato" per quest'anno.

...e poi arrivò zio Marco.

Lo vidi entrare nel giardino con quel suo passo sicuro, le braccia muscolose e i capelli grigi che lo facevano sembrare un lupo in mezzo ai cagnolini della famiglia. Marta stava accanto a me, una mano appoggiata alla mia schiena in quel gesto consueto che ormai significava solo abitudine, non desiderio. Ma quando zio Marco ci salutò con un cenno della mano, sentii le sue dita stringermi la pelle con una forza diversa.

«Sarebbe questo lo zio Marco?» sussurrò, e la sua voce aveva un timbro che non sentivo da anni.

«Sì», risposi, sentendo già un nodo allo stomaco.

Zio Marco si avvicinò con due birre in mano, ce le offrì, e quando i suoi occhi incrociarono quelli di Marta, lei arrossì. Non era mai arrossita per me, nemmeno all'inizio. Quel rossore fu il primo segnale di un disastro che non potevo impedire.

«Giochiamo a carte?» propose zio Marco, e la sua voce era un invito che non ammetteva rifiuti.

Eravamo in tre sul divano del portico, io in mezzo, Marta alla mia sinistra, zio Marco alla mia destra. Le carte erano un pretesto. Lui giocava male, di proposito, e ogni volta che perdeva una mano si lamentava con una risata, sporgendosi verso Marta, sfiorandole il ginocchio con il proprio per scusarsi del contatto. Lei non si ritrasse. Anzi, quando la sua mano rimase troppo a lungo sulle sue gambe, Marta lo guardò con un'espressione che conoscevo bene: quella curiosità morbosa che aveva negli occhi quando, tanti anni fa, guardavamo insieme i video porno.

«Hai caldo?» le chiese zio Marco, e senza aspettare risposta le sfiorò la guancia con il dorso della mano. «Sei tutta accesa.»

Marta rise, un suono nervoso, e io vidi il suo respiro accelerare sotto il vestito leggero. «Un po'», ammise.

Zio Marco mi guardò, e nel suo sguardo c'era una sfida che non potevo raccogliere. «Ha sete e tu non le dai da bere, nipote», disse, e la parola "nipote" suonò come un marchio di proprietà. «Una donna ha bisogno di attenzioni.»

Lo zio non stava parlando d'acqua.

«Un'ultima partita», propose zio Marco, raccogliendo le carte con gesti lenti. «Giochiamoci qualcosa: facciamo che se vinco io, lei mi deve un favore.»

«E se vinco io?» ribatté Marta, ignara.

Lui rise, quel suono basso che avevo imparato a temere. «Non vincerai.»

La partita durò due minuti. Marta non vinse nemmeno una mano. Quando l'ultima carta cadde sul tavolo, zio Marco si alzò, si stiracchiò, e guardò Marta con un'espressione che fece gelare il sangue nelle mie vene.

«Vai a prendere altre birre», disse. «Tre. Una per te, una per me, una per il nipote.»

Marta annuì, quasi in trance, e si incamminò verso la cucina interna, i fianchi che ondeggiavano in modo diverso sotto lo sguardo di zio Marco. Quando la porta si chiuse dietro di lei, il silenzio calò pesante tra noi due.

Zio Marco si voltò verso di me. La sua espressione era cambiata: non c'era più il sorriso beffardo, ma una serietà glaciale che mi fece irrigidire.

«Adesso succederà una cosa», disse, e la sua voce era bassa, implacabile. «Che tu lo voglia o no. È meglio che tu stia al gioco, nipote, perché altrimenti è meno divertente per tutti.»

Aprii la bocca per protestare, per dire qualcosa, ma lui mi interruppe con un gesto della mano.

«Non hai bisogno di dire niente», continuò, avvicinandosi di un passo. «Certe donne hanno bisogno di un uomo, oltre che di un compagno.»

Sputò queste parole come pugnalate, e io sentii il volto bruciare di vergogna.

«Lei ha bisogno di sentirsi desiderata», proseguì zio Marco, la voce che calava come una sentenza. Sentii i passi di Marta che tornavano. Zio Marco lo sentì anche lui, e il sorriso beffardo gli tornò sulle labbra in un istante.

«Ricorda», sussurrò veloce, «sta al gioco. Altrimenti lei si vergognerà di sé, e tu perderai comunque.»

La porta si aprì. Marta entrò con tre birre, l'acqua che colava lungo le bottiglie e quando Marta si sedette, si trovò tra noi due, più vicina a lui che a me.

«Metti la mano qui», disse zio Marco, indicando verso il proprio inguine. «Senti cosa succede quando una donna mi guarda come ti ha guardato tu.»

Marta guardò verso di me, ma i suoi occhi non cercavano aiuto. Cercavano permesso, o forse solo una scusa per non sentirsi una troia. Io non dissi nulla. Non potevo. E quella mia passività fu il via libera che lei stava cercando. Marta portò la propria mano sopra i pantaloni di zio Marco, mentre il suo respiro si faceva affannoso. Io ero inchiodato di fianco a loro inerme, le mani che sudavano, la rabbia che mi bloccava la gola.

«È... è duro», mormorò Marta, e la sua voce era un sussurro eccitato.

«Brava, è vero», rispose zio Marco, spingendo leggermente i fianchi verso l'alto, facendole sentire la pressione attraverso il tessuto. «Toglili», aggiunse, e non era una richiesta.

Le sue dita tremanti abbassarono la cerniera. Zio Marco si sollevò per aiutarla, e quando il cazzo saltò fuori era grosso, più grosso del mio, con le vene che pulsavano visibili. Marta emise un suono che non le avevo mai sentito fare: uno squittio animale, di pura eccitazione.

Io sentivo soltanto l'odore di palle delle zio. Quasi una puzza di sesso del giorno prima.

«Baciami le palle», disse zio Marco, e lei si chinò subito a dargli un bacio, lui le poggiò la mano sulla nuca e la lasciò lì finché la lingua di Marta non uscì dalle sue labbra timida ma desiderosa.

Iniziò a leccare quel sacco pesante con movimenti circolari, guidata dalla mano di zio Marco che le accarezzava i capelli con una tenerezza finta. Io ero pietrificato, le mani che affondavano nei braccioli del divano, mentre guardavo la mia ragazza - sette anni insieme, tre scopate all'anno, zero passione - prendere in bocca le palle di un altro uomo con un'avidità che non mi aveva mai riservato.

«Brava», mormorò zio Marco, spingendole la testa verso l'alto. «Ora vieni qui.»

La tirò su per i capelli, la spinse contro lo schienale del divano, e la baciò. Fu un bacio lungo, profondo, con la lingua che entrava e usciva dalla bocca di Marta in modo osceno. Lei si scioglieva tra le sue braccia, le mani che gli afferravano la schiena, i fianchi che si muovevano cercando contatto. Quando zio Marco si staccò, aveva le labbra gonfie e gli occhi persi.

«Toglile le mutandine», ordinò a me, senza nemmeno guardarmi. «O sei troppo eccitato per farlo?»

Mi trascinai fino a loro. Le gambe di Marta erano già divaricate, pronte. Tirai giù quel pizzo umido con dita che tremavano, e quando il sesso di lei fu esposto lo trovai rosa, bagnato, aperto, odoroso di desiderio. Zio Marco si posizionò tra le sue gambe senza alcuna cerimonia.

«Guarda bene, nipote», disse, e la parola mi pugnalò. «Guarda come si scopa una donna che ha voglia.»

Entrò in lei con un colpo secco, facendola gemere. Marta si contorse, le gambe che si alzavano per accogliere ogni spinta, le unghie che graffiavano la schiena di zio Marco. Lei veniva penetrata con una violenza controllata, un ritmo che sembrava studiato per farla impazzire. Io ero rimasto in ginocchio davanti al divano, invisibile, trasparente, con l'odore del loro sesso che mi riempiva le narici.

Da quella posizione, umiliato ai loro piedi, la vista era devastante: le palle di zio Marco grosse, pendule, coperte da una peluria rada e umida di sudore, oscillavano ritmicamente contro il perineo di Marta a ogni spinta, battendo con un suono sordo e viscoso contro la sua pelle. L'odore che ne emanava era acre, animale, un misto di testosterone e secrezioni vaginali che mi riempì le narici fino a bruciare: era l'odore di un maschio che possiede, che conquista, che marca il territorio. E sotto quell'oscillazione obscene, la figa di Marta, la stessa che io avevo imparato a conoscere con cautela e timore, era ora spalancata, le labbra gonfie e rosse che si aderivano al cazzo di zio Marco come se non volessero lasciarlo andare, la piccola protuberanza del clitoride sporgente e pulsante che io non vedevo da tempo era ora visibile e duro, bagnato dei loro umori mescolati. L'odore di lei si arrampicava dolciastro sotto quello salmastro di lui, creando una sinfonia olfattiva di tradimento che mi fece girare la testa: quella era la sua essenza più intima, quella che le mie dita avevano cercato invano per anni, e adesso era lì, esposta e conquistata, a pochi centimetri dal mio viso, mentre le palle di zio Marco continuavano il loro osceno pendolo, sprigionando quell'odore di dominazione che mi impregnava i polmoni.

Quando zio Marco fu vicino a venire, si tirò fuori con un gemito roco e venne sulla pancia di lei, tre, quattro schizzi densi che le macchiarono la pelle, colando verso l'ombelico. Marta rimase lì, respirando affannosamente, il corpo ancora teso in quella frustrazione che conoscevo bene: era arrivata vicinissima, ma non aveva raggiunto il picco.

«Non è venuta», disse zio Marco, sistemandosi i pantaloni con noncuranza. «Falla venire. Lei ha sete, nipote. Dalle da bere.»

Mi avvicinai a Marta in trance, le mani che lavoravano frenetiche sulla cerniera dei pantaloni. Ero eccitatissimo, il cazzo duro che batteva contro l'elastico dei boxer, mi chinai verso di lei, pronto a infilarmi in quella figa aperta che ancora pulsava dal cazzo di zio Marco.

«No», disse la voce di zio Marco dietro di me, gelida e perentoria. «Non vedi che è arrossata? Non puoi più scoparla. Usa la bocca.»

Le parole avevano un che di profetico, ma obbedii. Mi inginocchiai più vicino, abbassando il viso verso il sesso di Marta, e fu in quel momento che sentii la mano di zio Marco sulla mia nuca. Non mi guidò dolcemente: mi spinse facendomi affondare il viso tra le gambe di Marta, e nel movimento i miei capelli sfiorarono il ventre di Marta dove lo zio Marco era venuto. La sua sborra ancora calda, viscosa, densa mi impiastricciò i capelli, colando verso la nuca mentre la mano di lui continuava a premere, a spingermi contro la figa di Marta.

Iniziai a leccare con la lingua che sapeva già di sconfitta, raschiando via i residui del loro sesso, e mentre muovevo la testa in cerca di un ritmo, la fronte toccò qualcosa di umido e appiccicoso sulla pancia di lei. Era altra sborra, quella che zio Marco aveva scaricato e che ora si stava raffreddando sulla pelle di Marta, e mentre leccavo, la fronte mi scivolava contro quel liquido denso, spalmandolo sui miei capelli già impiastricciati.

Marta notò la sborra di zio Marco che mi imbrattava la fronte, che colava dai miei capelli verso le sopracciglia e qualcosa in lei si sciolse definitivamente. Con un gemito che suonava come una resa, allungò la mano verso la propria pancia, raccolse con il dito indice una goccia densa del seme che si stava raffreddando sulla sua pelle, e se la portò alla bocca. Ciucciò con avidità, gli occhi chiusi, la lingua che girava intorno al dito per non sprecare neanche una traccia di quello sperma che non era mio. La vista di lei che assaporava così volentieri il seme di un altro uomo, fu la goccia finale: venni senza neanche toccarmi, in poco tempo anche Marta finalmente venne, con un grido che suonò come una sconfitta per entrambi. Si contrasse sotto la mia lingua, i fianchi che si sollevavano spasmodici, e io rimasi lì, a bere quella miscela umiliante di lei e del residuo di lui.

Quando ci guardammo intorno, lo zio non c'era più. Solo due birre sul tavolino, intatte, a testimoniare che qualcuno era stato lì. Ma quello che avevamo fatto, quello che io avevo permesso, che lei aveva desiderato, che lui aveva comandato non potevamo cancellarlo. Nemmeno se avessimo voluto.
Ma non volevamo farlo.
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