tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap. 6
19.06.2026 |
89 |
0
"Lei continuò a succhiare, fino a quando non sentì il suo cazzo pulsare e le palle contrarsi..."
L’euforia le pulsava ancora nelle vene, un calore liquido che le scorreva sotto la pelle come miele bollente. Fabiola camminava a passi veloci lungo il marciapiede scrostato, i tacchi eleganti che battevano un ritmo nervoso sull’asfalto. Il sole del pomeriggio le accarezzava le spalle, ma lei non lo sentiva davvero, sentiva solo il peso del denaro di Marco in tasca, sudicio e necessario, e il ricordo delle mani di Renato che le stringevano i fianchi, che la sollevavano come se fosse preziosa. Presto, si ripeteva. Presto sarà tutto diverso.Il negozio dei cinesi puzzava di plastica economica e incenso stantio, un odore che le si appiccicò alle narici non appena varcò la soglia. Le luci al neon ronzavano sopra la sua testa, illuminando scaffali stracolmi di merce pacchiana: parrucche sintetiche dai colori innaturali, collant a rete con le cuciture già sfilacciate, reggiseni imbottiti che promettevano curve che non esistevano. In un angolo, appesi alla rinfusa c’erano i vestiti che cercava. Vestiti da puttana. La parola le esplose in bocca come un sapore amaro, ma la ingoiò senza esitare. È solo un mezzo. Solo un mezzo per arrivare al giorno in cui mi porterà via.
Afferrò un vestitino intero di vinile nero, così stretto che sembrava potesse soffocarla, con le cosce tagliate fino all’inguine e la scollatura che avrebbe esposto i capezzoli al primo respiro troppo profondo. La cerniera che percorreva tutta la lunghezza lungo la schiena era perfetta per essere slacciata facilmente, esattamente quello che serviva ad una puttana per farsi scopare da un cliente. Accanto, un reggiseno push-up rosso sangue, con le coppe rinforzate che avrebbero spinto i suoi seni a mostrarsi. Le mutandine erano poco più di un filo di nylon rosso, trasparenti, con un fiocco in vita che sembrava una beffa. Perfetto, pensò. Deve sembrare che non valga nulla. Che sia usa e getta, come lo sono stata fino ad oggi. Aggiunse un paio di autoreggenti a rete nere e un paio di décolleté con plateau e tacco 14. Guardandosi allo specchio, con quelle scarpe di vernice nera, si sentiva una puttana, ma una puttana che decide cosa, come e quando, e una sensazione di potenza faceva capolino nella sua mente. Girando tra gli scaffali notò un settore un po' nascosto dove riconobbe svariati cazzi di gomma, oltre a degli strani oggetti, che sembravano dei funghi. Sulla scatola c'era scritto plug anale e un sorriso perverso spuntò sul suo volto. Ne osservò qualcuno fino a quando ne scelse uno, non troppo grande e lo aggiunse a tutto il resto.
La cassiera, una donna minuta con gli occhi a mandorla e lo sguardo vuoto, non alzò nemmeno lo sguardo quando Fabiola scaricò la roba sul bancone. "Tutto?" chiese in un italiano spezzato, le dita che battevano distratte sul registratore di cassa. Fabiola annuì, tirando fuori i soldi che Marco le aveva gettato quel mattino, banconote che puzzavano di umiliazione. "Sì. Tutto." Non voleva pensare a quanto quella transazione somigliasse a un altro tipo di scambio, a quanto fosse facile comprare e vendere pezzi di sé. È temporaneo, si disse. È solo per poco.
Uscì dal negozio con la busta di plastica stretta tra le dita, come se potesse tradirla, come se qualcuno potesse vedere attraverso la plastica opaca e capire cosa nascondesse dentro. Ma nessuno la guardava. Nessuno si curava di lei. E questo, per una volta, era un sollievo.
***
La casa dei Rossi la accoglieva sempre con la stessa aria di umiliante rimprovero. Fabiola si infilò dentro come un topo in trappola, chiudendo piano la porta alle sue spalle. La voce della Signora Rossi le arrivò immediata, tagliente come una lama: "Hai impiegato troppo tempo. Quando pensi di preparare il pranzo, inutile sguattera?" Non si voltò nemmeno a guardarla, continuava a sfogliare "l'Espresso".
Fabiola non rispose. Si diresse verso la sua stanza, lanciò la busta sulla brandina, e poi si spogliò in fretta, adagiando gonna e camicia con cura, togliendo il reggiseno di pizzo ed indossando un paio di caste mutandine di cotone. Stava per prendere un altro reggiseno ma, con un impulso di ribellione, lo lanciò sul letto. No, oggi avrebbe fatto impazzire Marco. Voleva provare ad eccitarlo anche con quel camice grigio, consunto e informe ma che, su di lei, sapeva farla sembrare formosa. Si sistemò i capelli con delle forcine, si lavò le mani sotto il getto freddo del lavandino, cancellando ogni traccia di rossetto, di sudore, di peccato. Quando tornò in cucina, era di nuovo la serva silenziosa, la nuora invisibile.
Marco era già seduto a tavola, la camicia slacciata sul collo, gli occhi iniettati di qualcosa di oscuro. La guardò mentre posava il piatto davanti a lui con petto di pollo e patate al forno, mentre le labbra gli si incurvarono in un sorrisetto untuoso. "Hai fatto tardi," disse, la voce impastata. "Dove eri?"
Fabiola sentì il cuore batterle più forte, ma mantenne lo sguardo basso. "A fare la commissione che mi avevi ordinato" Una mezza bugia, banale, così banale che quasi le fece venire da ridere. Se solo sapesse.
La Signora Rossi sbuffò, posando il piatto davanti a sé con un colpo secco. "Avrai perso tempo come al solito." Ma non insistette. Non oggi. Forse perché anche lei aveva notato lo sguardo di Marco, quel luccichio febbrile che aveva negli occhi ogni volta che Fabiola si chinava troppo in avanti, ogni volta che la scollatura del camice si apriva appena, rivelando un accenno di pelle e le curve del suo seno nudo.
Fabiola servì in silenzio, le orecchie tese a catturare ogni suono: il raschio delle forchette sui piatti, il respiro affannoso di Marco, il tintinnio dei bicchieri. La Signora Rossi parlava, come sempre, elencando le sue mancanze, le sue incompetenze, come se Fabiola fosse un registro aperto dove annotare ogni fallimento. "La carne è troppo cotta. La tovaglia è storta e le patate sono insipide. Sei del tutto incapace." Fabiola annuiva, annuiva, annuiva, ma dentro di sé rideva. Non sai niente di me, pensava. Non sai che tra poche ore sarò di nuovo nuda, ma non per te. Non sai che sto imparando a usare tuo figlio come un attrezzo, come un gradino per salire più in alto.
E poi c’era lo sguardo di Marco. Quello sì che lo sentiva, caldo e appiccicoso, come dita che le scivolavano sulla schiena. Ogni volta che si voltava, lo trovava lì, fisso su di lei, sulle sue labbra, sul suo collo, sul modo in cui il camice le aderiva ai fianchi quando si piegava a raccogliere un tovagliolo caduto. Bene, pensò. Guardami. Desiderami. Così sarà più facile.
Il pomeriggio trascinò i suoi minuti come quelli di un condannato verso il patibolo. Fabiola lavò i piatti, pulì il pavimento, in ginocchio, sentendo lo sguardo di Marco che le bruciava la nuca, ma la leggerezza che quei momenti con Renato le avevano donato, la facevano sentire più audace. Ogni tanto si abbassava con la testa facendo in modo che il camice salisse fino a mostrare un lembo di mutandine. Altre volte oscillava avanti e indietro, come se qualcuno la penetrasse da dietro. Quando finalmente la Signora Rossi si ritirò nella sua stanza per il solito pisolino pomeridiano, l’aria sembrò alleggerirsi, come se una pressione invisibile si fosse allentata.
Marco rimase seduto a tavola, un bicchiere di vino quasi vuoto davanti a sé. "Vieni qui," disse, la voce bassa, quasi un ringhio. Fabiola si asciugò le mani sul grembiule, poi si avvicinò, fermandosi a un passo da lui. Non troppo vicina. Non ancora.
"Stasera," iniziò lui, le dita che tamburellavano sul legno del tavolo. "Voglio vederti. Come ti ho detto." Le labbra gli si bagnarono, come se stesse già assaporando qualcosa. "Tutto."
Fabiola abbassò gli occhi, ma non per sottomissione. Per nascondere il sorrisetto che le incurvava le labbra. "Sì," rispose, docile. "Come vuoi tu."
Marco allungò una mano, infilandosi tra le cosce. Le dita gli tremavano appena. Fabiola cercò di stringere le gambe fingendo imbarazzo "E non fare la santarellina. So che non sei più vergine." Rise, una risata sporca, che sapeva di tabacco e denti marci. "So che sai come si fa la troia."
Fabiola non si sottrasse. Allargò leggermente le gambe lasciando che le sue dita si insinuassero lì, sfregando senza delicatezza sul suo sesso. "Lo so," ammise, la voce un filo di seta. "Ma tu non hai mai avuto una puttana vera. Solo puttane che fingono." Lo guardò dritto negli occhi, sfidandolo. "Stasera ti mostro la differenza."
Marco inspirò bruscamente, le pupille che si dilatavano. "Cagna," sibilò, ma non era un insulto. Era una preghiera. Fabiola si allontanò, lasciandolo lì con la mano a mezz'aria e tornò a pulire il pavimento ma, prima di inginocchiarsi, si abbassò lentamente, come se stesse per impalarsi con un cazzo. Gli occhi di Marco divennero liquidi, carichi di desiderio, il cazzo che si gonfiava nei pantaloni, e per un attimo Fabiola temette che glielo avrebbe infilato in gola lì, in cucina, ma il telefono di Marco squillò, salvandola ... per ora.
La sera calò sulla casa come una coperta sporca, soffocante. Fabiola attese che la Signora Rossi si chiudesse nella sua stanza, che il rumore dei suoi passi si perdesse lungo il corridoio, che la porta si chiudesse con il solito tonfo sordo. Poi attese ancora. Contò i minuti, i respiri, i battiti del suo cuore.
Quando finalmente si mosse, fu con una lentezza calcolata. Il vinile nero scintillava sotto la luce fioca della lampadina, freddo al tatto, quasi vivo. Si spogliò senza fretta, lasciando che i vestiti cadessero a terra, e poi indossò il corpo intero, tirandolo su lungo le gambe, sentendo il materiale aderire alla sua pelle come una promessa. Il reggiseno rosso le sollevò i seni, spingendoli in fuori come un'offerta oscena. Le mutandine erano poco più di un pensiero, un filo che le si perdeva tra le natiche mentre le calze a rete, completamente esposte per l'abito troppo corto, le davano quell' apparenza da puttana di strada. Fu quando indossò le scarpe di vernice nera che Fabiola si sentì perfetta per il suo scopo. Quella sera voleva, aveva bisogno di pensare che fosse tutto per Renato. Avrebbe lasciato che il marito la scopasse, ma nella sua mente era Renato anzi, era un allenamento per potersi donare a Renato come la sua perfetta puttana".
Si guardò allo specchio. Non era più Fabiola. Era una cosa da usare. Una cosa desiderabile.
Si truccò con mani ferme: ombretto scuro che le ombreggiava le palpebre, eyeliner che allungava i suoi occhi fino a renderli felini, rossetto rosso sangue che le disegnava labbra gonfie, pronte a ingoiare, a leccare, a mentire. Si passò la crema per capelli, portandoli all'indietro e, quell'effetto bagnato sui suoi capelli neri e lucenti, la fecero eccitare pensando a come Renato avrebbe reagito. "Sei perfetta così. Esattamente così." Un attimo prima di uscire prese il plug rosso fuoco che aveva acquistato, lo leccò e lo succhiò con voracità e poi lo ficcò nel suo culo, con forza, come fosse un monito, per ricordale che non lo faceva per il piacere, ma solo per prepararsi a quando Renato l'avrebbe portata via da li.
Quando bussò alla porta di Marco, fu con un colpo secco, sicuro. Non attese risposta. Entrò, chiudendosi la porta alle spalle spingendola con le natiche.
Marco era seduto sul letto, ancora vestito, ma con la patta dei pantaloni già slacciata, l’erezione evidente sotto il cotone delle mutande. Gli occhi gli schizzarono fuori dalle orbite quando la vide. "Porca puttana," ansimò, la voce rotta.
Fabiola non disse nulla. Si avvicinò, i tacchi che affondavano nel tappeto che lei aspirava e batteva ogni sacrosanto giorno, le anche che oscillavano con un ritmo ipnotico. Si fermò davanti a lui, le mani sui fianchi, come se si facesse valutare al mercato delle vacche. "Direi che per questa volta hai già pagato. Ti piace quello che vedi? Poi si voltò, senza attendere risposta, offrendogli la schiena. "Sfilamelo," ordinò, indicando la cerniera posteriore.
Marco obbedì. Le dita gli tremavano mentre abbassava la zip, rivelando centimetro dopo centimetro la sua pelle nuda, la curva della schiena, il solco tra le natiche. Fabiola sentì l’aria fresca accarezzarle la pelle, poi le mani di Marco, calde e sudate, che le scivolavano sui fianchi, che le affondavano nella carne. "Dio," gemette lui, la bocca contro il suo culo mentre la lingua passava sul plug “Sei… cazzo, sei una vera troia. Perfetta"
Fabiola si voltò, afferrandogli il mento, costringendolo a guardarla. "No," disse, la voce un colpo di frusta. "Non sono perfetta. Ma stasera lo sarò. Per te." Poi lo spinse indietro, facendolo cadere sul letto. "E adesso togliamo i vestiti. Voglio vederti." e senza mai distogliere lo sguardo gli sfilò i pantaloni, la camicia e, solo alla fine, le mutande.
Quando fu nudo, Fabiola lo guardò. Davvero guardò. Il suo corpo magro, ingobbito, il petto depilato, la pancia molle, il cazzo duro che spuntava come un’accusa tra le gambe. Questo, pensò. Questo è ciò che ho dovuto sopportare per anni. Ma non quella notte. Quella notte era lei a decidere.
Si inginocchiò davanti a lui, le mani che gli accarezzavano le cosce, le unghie che graffiavano appena la pelle. "Guardami," ordinò, e quando Marco obbedì, lo fissò dritto negli occhi mentre apriva la bocca e avvolgeva le labbra attorno alla punta del suo cazzo.
Non fu un bacio. Fu una dichiarazione.
La lingua di Fabiola si mosse in cerchi lenti attorno al glande, raccogliendo la perla di eccitazione che già gli luccicava in cima. "Mhmm," gemette, come se stesse assaporando il piatto più delizioso della sua vita. Poi scese, prendendolo tutto in gola con un movimento fluido, senza esitazione, senza conati. Solo il suono umido della sua bocca che lo inghiottiva, centimetro dopo centimetro, fino a quando le labbra non sfiorarono la base, fino a quando non sentì la punta che le solleticava la gola. Ma nella sua mente un solo pensiero "Renato, questo è solo per te."
"Cazzo!" Marco gemette, le dita che si aggrappavano alle lenzuola, i fianchi che si sollevavano istintivamente, cercando di spingersi più a fondo. Fabiola glielo permise. Anzi, lo incoraggiò. Lo guardò dritto negli occhi mentre si ritraeva, lasciando che il suo cazzo luccicante di saliva uscisse dalla sua bocca con un suono umido. "Ti piace come la tua troia personale succhia il cazzo?" chiese, la voce roca, poi tornò giù, più veloce questa volta, la testa che si muoveva su e giù con un ritmo implacabile.
Marco non rispose. Non poteva. Era troppo occupato a cercare di non venire subito, le dita che si stringevano nei suoi capelli, che la spingevano giù, sempre più giù, fino a quando Fabiola non sentì la punta che le sfiorava l’esofago, che le chiudeva la gola. Respira dal naso, si ricordò. Controlla il riflesso. non fargli sentire che stai soffocando. Lasciò che la saliva le colasse dagli angoli della bocca, che i suoni che le uscivano dalla gola fossero gorgoglii quasi animaleschi, guardandolo costantemente negli occhi.
"Sì, puttana, così," ansimò Marco, la voce rotta dal piacere. "Prendilo tutto. Sei nata per questo, no? Per ingoiare il cazzo degli uomini."
Fabiola non rispose. Non con le parole. Invece, allungò una mano e gli afferrò le palle, stringendo appena, abbastanza da fargli male, abbastanza da farsi ubbidire. Poi si ritrasse, lasciando che il suo cazzo uscisse dalla sua bocca con un suono bagnato, disgustoso. "Non parlare," sibilò, le labbra gonfie, rosse. "Non sei tu che comandi stasera."
Marco la guardò, gli occhi sbarrati, la bocca semiaperta. Per la prima volta in tanti anni, aveva paura di lei.
Fabiola sorrise. Poi si alzò, gli girò attorno come un felino con la preda e, in un attimo, gli fu sopra, la sua figa sulla faccia "Leccala!" e lui, per la prima volta da quando si erano conosciuti, leccò la sua figa, all'inizio lentamente, e poi con la foga del piacere e dell'eccitazione. Fabiola lo sentiva, lo giudicava pensando a quanto Renato lo facesse meglio e dentro di lei lo derideva. Mentre lui leccava, Fabiola mosse la mano, afferrò il plug e, lentamente, lo tirò fuori. Sentì il culo contrarsi, come se lo cercasse, come se lo volesse e, in quel preciso momento, percepì l'eccitazione montare dentro di lei. "Leccami il culo, lecca il culo della tua troia personale" intimò a Marco che passò immediatamente ad eseguire. In quel momento Fabiola si chinò in avanti, appoggiando le mani sul materasso e ficcandosi in gola il suo cazzo, per poi leccarlo fino alla base, fino ai testicoli, fino al culo. Quando sentì Marco gemere, appoggiò il plug al suo culo e iniziò a spingere vedendo il suo anello di muscoli e carne cedere, ingoiando quel plug. Marco non protestò ma gemette, stringendo le natiche di Fabiola più forte. Lei continuò a succhiare, fino a quando non sentì il suo cazzo pulsare e le palle contrarsi.
Si fermò di colpo ascoltando con un sorriso la smorfia di Marco che sembrava quasi di dolore e si girò offrendogli il culo. "Adesso," disse, la voce un ordine. "Scopami. Ma non nella mia figa. Nel culo. " senza aggiungere quello che in realtà pensava, che lo voleva sentire lì dove Renato l'aveva riempita della sua sborra calda, senza che lui potesse anche solo immaginarlo.
Marco non ebbe bisogno di altre istruzioni e Fabiola si morse il labbro, soffocando un gemito, quando le spinse dentro un primo dito senza preavviso, senza lubrificante, senza pietà. "Sei secca," grugnì lui, ma non si fermò. Aggiunse un secondo dito, allargandola, le nocche che le sfregavano contro le pareti interne dell’ano con una rudezza che le fece venire le lacrime agli occhi.
"Aspetta" iniziò a dire, ma poi si morse la lingua. No. Non supplicare. Mai più. Invece, spinse indietro, costringendo le dita di Marco a penetrarla più a fondo. "Di più," ansimò. "Aprimelo bene. Voglio che mi scavi."
Marco rise, un suono sporco, eccitato. "Sei una malata," disse, ma la voce gli tremava. Tirò fuori le dita, poi sputò una grossa goccia di saliva che le colò tra le natiche, calda e umida. Fabiola sentì il dito tornare, questa volta scivoloso, che le penetrava l’ano con più facilità, che le allargava il buco con movimenti circolari, preparandola.
"Così," gemette lei, la fronte appoggiata al materasso, le dita che stringevano le lenzuola. "Così, cazzo. Fallo bene."
Quando finalmente sentì la punta del cazzo di Marco premere contro di lei, Fabiola trattenne il fiato. Non era grosso, nulla in confronto a Renato, ma era lui, era suo marito, l’uomo che l’aveva umiliata, tradita, ridotta a nulla. E ora stava per entrare nel suo culo, come tante altre volte, ma questa volta era lei che lo voleva, che glielo stava permettendo, perché quel culo, il suo culo, era stato già scopato, era già stato riempito di sborra calda, e non era la sua.
"Sì," sibilò Marco, spingendo. "Prendilo, troia. Prendi il cazzo di tuo marito nel culo."
Fabiola chiuse gli occhi. Pensa a lui. Pensa a Renato. Pensa al mare, alla libertà, a una vita senza questo schifo.
Poi Marco affondò.
Il dolore fu un lampo bianco, accecante, che le attraversò il corpo come una scossa elettrica. Fabiola digrignò i denti, le unghie che si conficcavano nei palmi, ma non urlò. Non pianse. Resisti. Resisti. È quasi finito.
Marco cominciò a muoversi, con colpi brevi, secchi, che le facevano tremare le gambe. Ogni spinta era una punizione, ogni ritirata un tradimento. Fabiola sentiva il suo cazzo che le sfregava contro le pareti interne, che le allargava, che le riempiva in un modo che non era piacere, non era amore, era possesso. E lei lo lasciava fare.
"Più forte," ansimò, anche se ogni parola le costava uno sforzo sovrumano. "Scopami come se mi odiassi."
Per Marco fu naturale, perché nel profondo del suo cuore putrido, la odiava. Forse per quella bellezza che gli ricordava quanto lui fosse insignificante, forse per quell'intelligenza acuta che lui riconosceva e temeva come una lama conficcata nell'ego, forse perché, quando la conobbe, tutti ne rimanevano affascinati mentre lui restava nell'ombra. O forse, più semplicemente, perché era troppo debole, troppo stupido e pateticamente egocentrico per accettare che lei fosse migliore di lui in tutto ciò che contava. E per questo l'aveva sempre temuta, l'aveva sempre schiacciata con metodo per sentirsi finalmente forte, e godeva nel vedere sua madre trasformarsi nella perfetta aguzzina, assaporando ogni umiliazione inflitta a quella donna che osava essere superiore.
I colpi diventarono più violenti, più profondi, il letto che scricchiolava sotto di loro, i loro corpi che sbattevano l’uno contro l’altro con un ritmo brutale. Fabiola sentiva il sudore che le colava lungo la schiena, il bruciore nel culo che si trasformava in qualcosa di simile al piacere, o forse era solo il suo corpo che si arrendeva all’inevitabile. Chiuse gli occhi e immaginò che fosse Renato a scoparla, che fosse lui a tenerle i fianchi, a spingerla giù, a sussurrarle parole sporche all’orecchio.
"Sto per venire," ringhiò Marco, le dita che le affondavano nella carne, che le lasciavano segni che sarebbero diventati lividi. "Dove lo vuoi, puttana? Dove cazzo lo vuoi?"
Fabiola non esitò. "Nel culo," ansimò. "Riempimi il culo. Voglio sentirlo colare fuori quando cammino." E nella sua mente aggiunse “come ha già fatto un vero uomo”.
Marco gemette, un suono gutturale, disperato, poi affondò un’ultima volta, così a fondo che Fabiola sentì le sue palle che le sbattevano contro le labbra della figa. Poi venne, con un grido strozzato, il cazzo che pulsava dentro di lei, che le riempiva l’intestino di sperma caldo, appiccicoso, ripensando al piacere che le aveva donato Renato, in contrasto con lo schifo a cui suo marito l'aveva abituata.
Fabiola rimase immobile, le ginocchia che tremavano, il respiro che le bruciava in gola. Sentiva il seme di Marco che le colava fuori, lento, umido, una sensazione disgustosa che le ricordava esattamente chi fosse e cosa aveva fatto.
Si staccò da Marco con un movimento brusco, sentendo il suo cazzo uscire da lei con un suono umido, osceno. Si voltò a guardarlo, gli occhi freddi, distaccati. "Ora basta," disse, la voce ferma. "Hai avuto ciò per cui hai pagato."
Marco la fissò, ancora ansimante, il corpo lucido di sudore. "Cosa?"
Fabiola si alzò, si passò una mano tra le natiche, sentendo il seme che le colava lungo la coscia. "Ho detto: basta. Non avrai altro per stasera."
Per un momento, pensò che Marco avrebbe protestato. Che l’avrebbe colpita, umiliata, costretta a restare. Ma poi lui si limitò a ridere, una risata senza allegria. "Sei diventata una vera puttana, eh?" disse, lanciando l'abito di vinile. "Bene. Così mi piaci di più. Finalmente stai imparando."
Fabiola non rispose. Uscì dalla camera nuda, con le calze strappate e l'abito in mano, le gambe ancora tremanti, il culo che le bruciava.
Ma sorrise.
Perché ogni secondo di quella notte l’aveva avvicinata a Renato. E presto, molto presto, non avrebbe più dovuto sopportare nulla di tutto ciò.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Resurrezione di Donna - Cap. 6:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
