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Spa dannata parte 2


di Membro VIP di Annunci69.it manum93ud
02.04.2026    |    1.606    |    3 8.0
"Marco chiuse gli occhi, ma l'immagine della cappella scura di Stefano che invadeva Laura era tatuata sotto le sue palpebre..."
L'ingresso dell'appartamento era fresco, con quel profumo di cera e pulito che caratterizzava la loro casa. Marco, in un gesto che sembrava voler ristabilire un ordine domestico ormai compromesso, si diresse subito in cucina. "Preparo qualcosa da bere," disse, senza voltarsi, cercando rifugio tra i rumori familiari dei bicchieri e del frigorifero. Aveva bisogno di un momento per metabolizzare l'elettricità che gli correva sottopelle.

"Ti faccio vedere il resto della casa," sussurrò Laura a Stefano. La sua voce era sottile, quasi un soffio. Salirono le scale di legno verso la zona notte, e ogni scalino sembrava amplificare il battito del cuore di lei.

Lungo il corridoio, le pareti parlavano della loro vita. C’erano le foto della laurea di lei a Padova, i sorrisi rubati durante una vendemmia sul Collio, e quella grande, in bianco e nero, del giorno del loro matrimonio: Marco la teneva in braccio fuori dalla chiesa, entrambi radiosi, giovani, protetti. Stefano si fermò a guardarle. La sua mole, in quel corridoio stretto, sembrava fuori luogo, quasi una minaccia fisica all'integrità di quei ricordi.

Laura sentì un nodo alla gola. Cosa sto facendo? Il dubbio la colse come un brivido improvviso. Guardò la foto del matrimonio e poi guardò le mani di Stefano, grandi e scure contro il bianco delle pareti. È uno sbaglio? Sto sporcando tutto questo? La sua parte razionale, quella friulana, cresciuta tra valori di riserbo e dignità, le urlava di fermarsi, di scusarsi e di rimandare quell'uomo fuori dalla loro vita.

Ma mentre il cervello elaborava il senso di colpa, il corpo rispondeva a un altro richiamo. Sotto l’abitino leggero, sentì un calore liquido farsi strada. Indossava un perizoma di pizzo bianco, un dettaglio che Marco amava, con una piccola apertura maliziosa proprio lì dove la sua femminilità era più sensibile. Quel tessuto era ormai un disastro, inzuppato dal desiderio che Stefano aveva scatenato in sauna. Ogni passo che faceva, la seta bagnata le ricordava la sua "fame".

"Tuo marito è un uomo fortunato," mormorò Stefano, fermandosi davanti alla porta della camera da letto. Le posò una mano sulla nuca, costringendola a guardare di nuovo la foto del matrimonio. "Ma so che quello che vedi in queste foto non ti basta più stasera. Vero, Laura?"

Quella domanda fu la chiave che scardinò la porta della sua resistenza. Il dubbio si trasformò in una conferma: non stava distruggendo la sua vita con Marco, la stava esplorando fino in fondo, portando con sé l'unica persona che amava davvero. Il perizoma bianco, ormai un velo umido e inutile, era la prova fisica che la sua voglia non era uno sbaglio, ma una necessità biologica.

Entrarono in camera. Le luci erano già soffuse. Pochi istanti dopo, Marco apparve sulla soglia con due bicchieri di vino, ma vedendoli già così vicini, li appoggiò sul comò. I suoi occhi corsero al vestito di Laura, notando l'alone di umidità che iniziava a trasparire dal tessuto chiaro all'altezza dell'inguine.

"È bagnata come se non fosse mai uscita dalla sauna," disse Stefano, rivolgendosi a Marco. "Guarda la tua donna, Marco. Guarda come mi desidera in casa vostra."

Laura si sentì nuda prima ancora di esserlo. La vergogna del supermarket era sparita, sostituita da un'esibizione cruda e consapevole. Quando Stefano le sfilò il vestito, il perizoma bianco col buco apparve in tutta la sua scandalosa umidità. Marco si avvicinò, quasi attratto magneticamente da quella visione. La mano di Stefano andò a toccare il pizzo bagnato, facendolo aderire ancora di più alla pelle di lei.

"Non è uno sbaglio se lo facciamo insieme," sussurrò Marco a Laura, baciandole la tempia mentre Stefano iniziava a spogliarsi, rivelando quella mole che poco prima aveva terrorizzato e affascinato la donna.

Quando l'ultimo indumento di Stefano cadde a terra, Marco rimase senza fiato. Se in sauna aveva intuito, ora la realtà lo colpiva con la forza di una rivelazione. Quello che si ergeva davanti a lui non era solo un uomo nudo; era una forza della natura. Il volume di quella virilità era quasi spaventoso. Marco fissò, quasi ipnotizzato, quella cappella imponente, marmorea nella sua tensione, di una tonalità scura che contrastava violentemente con la pelle chiara e le lenzuola di seta.

Era una cupola di carne vasta, solida, che sembrava pulsare di una vita propria. Marco non aveva mai visto nulla di simile se non in certi sogni proibiti che non aveva mai osato confessare nemmeno a se stesso. Lo spessore era tale che sembrava impossibile che Laura potesse accoglierlo, eppure quel pensiero, anziché spaventarlo, gli scatenò una scarica di adrenalina purissima.

"Guarda, Marco," disse Laura con un filo di voce, vedendo lo stupore del marito. "Guarda com'è grosso. Toccalo."

Marco allungò una mano esitante. Quando le sue dita sfiorarono quella pelle tesa e rovente, sentì una consistenza incredibile: era duro come pietra ma vivo, vibrante. La cappella, sotto il suo pollice, rivelava una corona rilevata e voluminosa che trasudava una goccia di desiderio. Marco guardò la sua mano contro quella massa: sembrava minuscola. Guardò Laura, così piccola e proporzionata, e immaginò quella cupola marmorea farsi strada dentro di lei, stirandone i tessuti, reclamando ogni millimetro del suo corpo.

"È incredibile..." mormorò Marco, perdendo ogni residuo di gelosia e lasciandosi trascinare in quel vortice di pura estetica erotica. "Laura, stasera non sarò io a guidare. Voglio solo vedere cosa riesce a farti quest'uomo."

Stefano sorrise, un sorriso che non aveva nulla di rassicurante. Con un gesto lento ma deciso, spinse Laura verso il centro del letto. "Mettiti carponi, Laura. A pecorina. Voglio che tuo marito abbia la visuale migliore."

Laura obbedì, sentendosi vulnerabile ed eccitata. Mentre era in ginocchio, Stefano si inumidì abbondantemente le dita con la propria saliva e iniziò a massaggiare l'ingresso di lei, preparandola a quell'invasione. Poi, portò la sua imponente virilità a contatto con la sua carne, bagnando la cappella marmorea con altra saliva per favorire lo scivolamento.

Marco si accovacciò proprio dietro di lei, a pochi centimetri dal punto di contatto. Stefano appoggiò la cupola scura contro l'apertura rosata e tesa di Laura. Iniziò a spingere, ma con una lentezza esasperante. Laura emise un gemito strozzato: la sensazione era quella di essere letteralmente divisa in due. Lo spessore di Stefano era tale che le pareti vaginali venivano stirate fino al loro limite estremo.

Era una sensazione quasi di deflorazione. Nonostante i rapporti avuti con Marco, quella massa di carne stava reclamando nuovi territori, stirando tessuti che non erano mai stati sollecitati a tal punto. Marco guardava, affascinato e inorridito, come la pelle di Laura cambiasse colore sotto la pressione, diventando bianca per la tensione mentre la corona di Stefano spariva lentamente dentro di lei.

"Ti sta aprendo come se fosse la prima volta, Laura," sussurrò Marco, la voce rotta dall'emozione. "Guarda quanto è grosso... ti sta possedendo tutta."

Stefano si fermò quando solo la cappella era entrata. "Respira, piccola," mormorò, mentre Laura tremava sotto di lui, i muscoli delle gambe tesi per lo sforzo di accogliere quel volume inaudito.
Mentre Stefano riprendeva a spingere, conquistando millimetro dopo millimetro, un velo di angoscia calò su Marco. Vedere la propria moglie — la donna che aveva giurato di proteggere, quella stessa donna che poche ore prima sorrideva timida nelle foto del corridoio — letteralmente deformata da quella presenza estranea, gli procurò un violento cortocircuito. Era un tradimento visivo insostenibile. Si sentiva inadeguato, piccolo, quasi trasparente di fronte alla possanza di quell'intruso che stava "sverginando" di nuovo la sua Laura nel letto nuziale.
Stefano, avvertendo il cambio di tensione nell'aria, sollevò lo sguardo verso Marco. Un sorriso ironico, quasi crudele, gli increspò le labbra mentre continuava a spingere con metodica spietatezza.
"È dura da guardare, vero Marco?" esordì Stefano con voce bassa e vibrante, mentre il suo bacino premeva contro le natiche bianche di Laura. "Tua moglie è così piccola... così stretta. Immagino che per te sia come un guanto di velluto. Ma per me..." fece una breve pausa, lasciando che un altro centimetro di quella cupola marmorea affondasse. "Per me è una sfida. Devo forzare ogni singola fibra per starci dentro."
Marco distolse lo sguardo per un secondo, sentendo il calore della vergogna salirgli al volto. In un impulso di orgoglio ferito e possesso, fece per allungare una mano, quasi a voler interrompere quel ritmo, a voler reclamare Laura con un gesto di protezione che sapeva di stanchezza coniugale.
Ma Laura, sentendo l'intenzione del marito, mosse bruscamente la spalla per liberarsi. Non si voltò nemmeno. Le sue mani erano artigliate alle lenzuola, la schiena inarcata nello sforzo di accogliere quel "toro" che la stava distendendo da dentro.
"No, Marco... resta fermo," disse lei, la voce che era un mix di sofferenza acuta e desiderio selvaggio. "Non ora. Non voglio le tue mani... non voglio il tuo solito... quel piccolo..." si interruppe, il respiro spezzato da un affondo più deciso di Stefano.
Marco rimase con la mano sospesa nel vuoto. Le parole di Laura lo colpirono più duramente di qualsiasi ironia di Stefano.
"Mi hai fatto assaggiare il piatto, Marco," continuò lei, girando appena il viso, con gli occhi vitrei e le labbra turgide. "In sauna mi hai fatto vedere cosa c'era fuori... ora ho fame. Ho una fame che non puoi capire. Lascialo fare. Guarda come mi spacca... guarda com'è un vero cazzo questo. Non fermarlo."
Stefano emise un grugnito di soddisfazione, afferrando Laura per i capelli e tirandole indietro la testa per esporre la gola. "Hai sentito la tua piccola sposa, Marco? Dice che ha fame. E io ho intenzione di nutrirla finché non ne potrà più."
Stefano affondò con un colpo secco, superando la resistenza finale. Laura urlò, un grido che squarciò il silenzio della camera da letto udinese, mentre quella cappella marmorea andava a urtare il fondo della sua femminilità, occupando ogni spazio, cancellando ogni ricordo dei rapporti precedenti. Marco si risedette sulla poltrona, annientato, costretto a guardare la donna che amava godere di una pienezza che lui non le aveva mai dato, vittima e complice di una serata che stava riscrivendo le leggi del loro matrimonio.
L'ultimo affondo di Stefano fu accompagnato da un suono sordo, il rumore della carne che sbatte contro la carne, un sigillo definitivo sulla sottomissione di Laura. Marco non resse più. Quella visione, un tempo fantasticata e ora divenuta una realtà deformante, lo stava soffocando. Si alzò dalla poltrona con movimenti meccanici, le orecchie che fischiavano per la tensione.

Senza dire una parola, uscì dalla camera da letto. Mentre percorreva il corridoio, le foto del matrimonio sembrarono guardarlo con pietà. Scese le scale e si rifugiò in cucina, l'ambiente che poco prima gli era sembrato un porto sicuro e che ora appariva come una cella di isolamento.

Si appoggiò al lavello, respirando a fondo l'aria fresca che entrava dalla finestra socchiusa su una Udine addormentata. Ma il silenzio della cucina era un'illusione. Dal piano di sopra, attraverso il soffitto, arrivavano i gemiti di Laura. Non erano i gridolini contenuti a cui Marco era abituato; erano urla gutturali, piene, vibrazioni che parlavano di una soddisfazione viscerale.

"Dio... sì! Ancora!" la voce di Laura giunse nitida, seguita da una risata strozzata, quasi isterica. "Stefano... non fermarti... finalmente... finalmente sento qualcosa!"

Marco strinse i bordi del marmo fino a farsi male alle dita. Ogni parola di sua moglie era un chiodo piantato nel suo orgoglio. La sentiva ironizzare, tra un ansimo e l'altro, sulle misure che per anni avevano segnato la loro intimità.

"È così... così diverso," gridava lei, incurante che Marco potesse sentirla. Anzi, forse gridava proprio perché voleva che lui sapesse. "Non è come quel... quel povero minuto pene a cui ero abituata. Questo mi apre... mi divora... questo è sesso, Stefano! Sto facendo del vero sesso per la prima volta!"

Le risate di Stefano, profonde e cariche di un machismo brutale, facevano da contrappunto alle confessioni di Laura. Marco si sentì piccolo, superfluo, un accessorio che aveva servito solo a introdurre il vero protagonista della serata. Immaginò la scena sopra di lui: Laura, la sua piccola Laura, completamente posseduta da quella massa marmorea, i suoi tessuti stirati fino all'incredibile, la sua mente finalmente libera dal pudore e consegnata alla fame di quel predatore.

Provò a versarsi un bicchiere d'acqua, ma la mano gli tremava così tanto che il vetro urtò la bottiglia con un tintinnio metallico che sembrò un urlo nel silenzio della cucina. Si sedette al tavolo, lo stesso dove ogni mattina facevano colazione parlando di lavoro e di weekend in montagna. Ora quel tavolo sembrava appartenere a un'altra vita, a un'altra coppia.

Sopra di lui, il ritmo di Stefano si era fatto più veloce. Il letto cigolava con una cadenza violenta, quasi a voler sottolineare la potenza dell'atto. Laura non smetteva di parlare, di ringraziare, di deridere il passato in favore di quel presente così ingombrante e magnifico. Marco chiuse gli occhi, ma l'immagine della cappella scura di Stefano che invadeva Laura era tatuata sotto le sue palpebre. Capì, con una chiarezza che faceva male, che da quella sera non ci sarebbe stato più spazio per la mediocrità. Laura ha assaggiato l'assoluto, e lui l'aveva guardata mentre lo faceva.

Di sopra, la tempesta stava per raggiungere il culmine. Stefano, con un ultimo sforzo muscolare che lo rese simile a una statua di bronzo sotto la luce soffusa, bloccò il bacino di Laura contro il proprio. Il respiro di lui era un mantice pesante, carico di un calore che la donna sentiva contro la schiena.

"Ci siamo, Laura..." mormorò Stefano, la voce rauca per l'imminenza del rilascio. La mano di lui si serrò sulla gola di lei, non per stringere, ma per dominarne l'ultimo fremito. "Dimmi dove. Voglio che sia tu a decidere come chiudere questo cerchio. Dove lo vuoi il mio marchio?"

Laura era in estasi, il cervello svuotato di ogni logica coniugale. Per un secondo tentennò. Il pensiero di Marco, giù in cucina, balenò nella sua mente come un vecchio film sbiadito. Sapeva che ciò che stava per chiedere avrebbe segnato indelebilmente non solo il suo corpo, ma l'anima del loro matrimonio. Poteva chiedere a Stefano di finire fuori, di preservare almeno un'apparenza di "ordine".

Ma poi guardò quella virilità che ancora la riempiva in modo così totale, sentì la corona marmorea premere contro le sue pareti più profonde, e un'ondata di sfacciataggine la travolse. Ho fatto trenta, pensò con un sorriso quasi crudele che Marco non le aveva mai visto, facciamo trentuno.

"Dentro, Stefano," ansimò lei, inarcando la schiena per offrirgli ogni millimetro di profondità. "Voglio sentirti esplodere dentro di me. Voglio che quel tuo seme caldo invada tutto lo spazio che hai aperto. Non lasciarne fuori nemmeno una goccia. Voglio che domani, quando Marco mi toccherà, senta ancora il tuo peso dentro di me."

Stefano non se lo fece ripetere. Con una serie di spinte finali, brevi e devastanti, capitolò. Laura sentì l'invasione: un calore denso, pulsante, che andava a colmare quel vuoto che Stefano stesso aveva creato con tanta prepotenza. Rimase lì, schiacciata dal peso di quell'uomo, assaporando ogni singola pulsazione della sua virilità imponente mentre si svuotava. In quel momento, nel silenzio della camera udinese interrotto solo dal respiro affannato, Laura si sentì finalmente completa. Aveva tradito, aveva umiliato, aveva osato; e lo aveva fatto con la consapevolezza che, d'ora in avanti, nessun "minuto pene" sarebbe mai più stato abbastanza.

Pochi minuti dopo, il rumore dei passi sulle scale richiamò Marco alla realtà. Non era il passo leggero e discreto a cui era abituato. Erano passi pesanti, sicuri, accompagnati da un trascinarsi umido che faceva accapponare la pelle.

Laura e Stefano scesero le scale completamente nudi. Erano lucidi di sudore, i corpi ancora arrossati dallo sforzo. Stefano camminava dietro di lei, con la mano poggiata con possesso sulla spalla minuta di Laura. La sua virilità, sebbene non più in tensione, restava di una mole imponente, ancora ricoperta dai fluidi di lei e macchiata dal seme bianco che continuava a colare lentamente lungo la base.

Ma era Laura a offrire lo spettacolo più crudo. Camminava con le gambe leggermente divaricate, incapace di chiuderle del tutto dopo quell'invasione. Ad ogni gradino, gocciolava. Il mix di saliva, umori e il marchio caldo di Stefano scivolava lungo le sue cosce interne, lasciando piccole macchie lucide sul legno scuro delle scale che avevano appena lucidato insieme il sabato precedente.

"Abbiamo fame, Marco," disse Laura entrando in cucina. La sua voce non aveva traccia di vergogna, solo una stanchezza trionfante.

Senza aspettare risposta, si diressero verso il tavolo di vetro della sala da pranzo. Stefano fece sedere Laura direttamente sul piano trasparente, e lui si accomodò di fronte a lei, nudo, occupando lo spazio con la sua fisicità strabordante. Marco, rimasto sulla soglia, fu costretto a vedere ciò che il vetro non nascondeva: sotto la superficie trasparente, la femminilità di Laura appariva dilatata, arrossata, con il seme di Stefano che formava una pozza densa e opaca sul cristallo.

"Portaci qualcosa da mangiare, Marco," ordinò Stefano, mentre con la mano tornava a giocare con la corona marmorea della sua cappella, sporcandosi le dita davanti agli occhi del marito. "Tua moglie ha lavorato sodo stasera. Ha bisogno di recuperare le energie."

Marco guardò il tavolo, guardò il vetro che rifletteva la sua sconfitta totale e la gloria carnale di Stefano. Vide Laura sorridere a quell'uomo, ignorando completamente la sua presenza se non come servitore della loro lussuria. La cena stava per iniziare, ma Marco sapeva che su quel tavolo di vetro non c'era posto per lui, se non come testimone dell'uomo che lo aveva appena cancellato.
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