tradimenti
Un giorno in officina meccanica
02.09.2025 |
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"I suoi occhi scivolano sulla mia scollatura, e io esito, incerta se rispondere o ignorarlo..."
Una mattina di primavera guido in un piccolo paesino vicino casa in una zona industriale in mezzo al nulla, dirigendomi ad una officina. Roberto mi ha detto di portarci la macchina perché “fa un rumore strano”. “Vai da Marco, è il migliore,” ha detto, con quel sorrisetto che mi fa venire la pelle d’oca. Non so se mi sta prendendo in giro o se c’è sotto qualcosa, ma stamattina mi ha guardato con occhi famelici e mi ha fatto mettere una gonna a tubino nera, corta, che mi stringe le cosce, e una camicetta bianca, aderente, con un bottone slacciato di troppo. “Sei uno schianto, Ele,” ha detto, dandomi una pacca sul sedere. Ho alzato gli occhi al cielo, ma dentro di me… cavolo, mi piace quando mi guarda così, come se fossi una preda da conquistare.Prima di uscire, mi ha passato una cavigliera d’argento, sottile, da mettere alla caviglia destra. “Provala, ti dona,” ha detto, con un tono casuale. Ho scrollato le spalle – un capriccio suo – ma mi piace come scintilla quando cammino. Mi guardo nello specchietto, sistemo la frangetta corta dei miei capelli grigi, tagliati a cresta sbarazzina. A 55 anni, non sono una ventenne, ma il mio corpo – medio, proporzionato, con quella leggera abbronzatura mediterranea – regge ancora. La gonna mi tira, e la camicetta lascia intravedere il pizzo nero del reggiseno. Sento un calore nello stomaco, un misto di imbarazzo e curiosità. Non sono una che si mette in mostra, ma quando Roby mi spinge… è come se una parte di me si accendesse.
Arrivo all’officina, un capannone polveroso in un piazzale pieno di rottami e gomme vecchie. Scendo dall’auto, e l’aria calda mi accarezza le gambe nude. Sento subito gli occhi su di me, come una carezza invisibile ma pesante. Ci sono tre uomini: uno, sulla quarantina, con una tuta blu macchiata di grasso e i capelli unti, armeggia con un motore; un altro, più giovane, con una sigaretta in bocca e un ghigno sfacciato, pulisce un attrezzo; il terzo, il capo, è Marco, robusto, barba corta, con un sorriso che dice “guarda chi abbiamo qui”. Si avvicina, strofinandosi le mani su uno straccio unto, e il suo sguardo scivola sulla mia caviglia destra, dove la cavigliera brilla. Alza un sopracciglio, ma non dice nulla.
“Buongiorno, signora,” dice, con una voce profonda che mi fa vibrare. “La moglie di Roberto, giusto? Mi ha informato su tutto e detto del problema al motore.” Mi squadra dalla testa ai piedi, senza nascondersi, e si sofferma sulla gonna che mi fascia le cosce. La camicetta è aperta, e so che vede il pizzo del reggiseno. Il cuore mi batte forte, ma non mi copro.
“Sì, sono io,” dico, con un sorriso nervoso, spostando il peso da una gamba all’altra. “Dice Roberto che fa un romore. Ma io non ho sentito nulla”
“Ci guardiamo noi,” dice Marco, con un tono caldo, quasi intimo. Mi fa segno di seguirlo dentro. “Vieni, ti spiego.” Gli altri due smettono di lavorare e mi fissano. Il giovane con la sigaretta sussurra qualcosa al collega, e colgo un “che donna” che mi fa arrossire. Sto giocando col fuoco, penso, e una parte di me si diverte.
Dentro, l’odore di olio e metallo mi avvolge. Marco mi fa portare la macchina dentro e mi fa scendere per sollevarla su un ponte. Mentre scendo con lui vicino la portiera so che si gode uno spettacolo.
Alza la macchina. “Guarda qui,” dice, chinandosi sotto il motore. “Potrebbe essere la cinghia.” Mi chino anch’io, e la gonna si tende, scoprendo le cosce. Sento i suoi occhi su di me, non sul motore. Mentre mi spiega, si avvicina troppo, e poi per farmi spostare mi accompagna mettendomi una mano sul fianco. Un tocco leggero ma che sento voluto. Mi irrigidisco, ma non dico nulla. Poi, mentre indica un pezzo, la sua mano “scivola” e mi sfiora la coscia, appena sopra la gonna. È un gesto rapido, ma i suoi occhi dicono che non è un caso.
“Interessante,” dico, con un sorriso lento, quasi di sfida, sistemandomi la frangetta. Marco si alza, pulendosi le mani, e il suo sguardo mi brucia la pelle. “Bella macchina,” dice, ma sta parlando di me, lo so. Gli altri due sono a pochi metri, e li sento bisbigliare, ridacchiare. Sto giocando col fuoco, penso, e una parte di me si diverte.
“Senti, dobbiamo controllare il rumore del motore,” dice Marco, con un sorriso che non mi convince del tutto. La porta giù dal ponte. “Puoi salire in macchina e accenderla un attimo? Così sentiamo meglio.”
“Ok,” dico, e torno alla macchina. Apro la portiera, salgo, e mentre accavallo le gambe per sedermi, sento i loro occhi su di me. La gonna sale, mostrando più coscia di quanto vorrei, e il giovane con la sigaretta si avvicina, fingendo di guardare il motore. Cavolo, lo fanno apposta, penso, ma non dico niente. Accendo il motore, e Marco mi fa segno di spegnerlo. “Fallo di nuovo,” dice, venendo più vicino. “Sali e scendi, così controlliamo meglio.” Il suo tono è professionale, ma il suo sguardo è fisso sulle mie gambe.
Scendo, e mentre riaccavallo le gambe per risalire, so che stanno guardando ogni movimento. La gonna si tende, e il bordo delle cosce è ben visibile. Il giovane sorride, e Marco si passa una mano sulla barba, come se stesse pensando a tutto tranne che al motore. Roby direbbe di lasciarli guardare, penso, e sento un brivido che non so se è paura o eccitazione. Dopo un paio di volte, Marco dice: “Aspetta, controlliamo i fusibili.” Si china accanto a me, mentre sono seduta al posto di guida, e apre la scatola dei fusibili vicino al volante. La sua faccia è a pochi centimetri dalle mie gambe, e il suo respiro caldo mi sfiora la pelle. Con la scusa di armeggiare, la sua mano sfiora la mia coscia, una, due volte, tocchi che sembrano involontari ma che non lo sono. Mi guarda insistentemente, i suoi occhi scuri che mi trapassano. Mi irrigidisco, ma il calore che sento non è solo imbarazzo.
“Ok, ci vuole un po’ per sistemare,” dice Marco, rialzandosi. “Siediti là, se vuoi.” Indica una sedia di plastica vicino a un tavolo pieno di attrezzi. Mi siedo, accavallando le gambe, e la gonna sale ancora. Marco e gli altri non smettono di guardarmi. Il giovane si avvicina, fingendo di prendere un cacciavite. “Caldo oggi, eh?” dice, con un ghigno. I suoi occhi scivolano sulla mia scollatura, e io esito, incerta se rispondere o ignorarlo.
“Sì, un po’,” dico, con un sorriso teso. È un gioco, vero? penso. Roby mi ha messo qui, e io… sto giocando. È come se fossi su un palco, e non so se voglio scendere.
Marco torna con un foglio in mano. “Il problema è una cinghia da cambiare. Roba da massimo un’oretta. Ti faccio un prezzo buono, visto che sei la moglie di Roberto.” Sorride, e il suo sguardo si ferma sulle mie gambe. “Diciamo… 100 euro, invece di 1500. Che ne dici?”
“Va bene,” dico, annuendo. Ma so che lo sconto non è solo per Roberto. È per come mi guardano, per come mi fanno sentire. Come se fossi speciale, desiderata. E, stranamente, nonostante un po’ di imbarazzo, mi gratifica. Il pensiero mi fa tremare, ma mi dà anche un brivido di potere.
Mentre Marco torna al lavoro, il giovane si avvicina di nuovo. “Sai, non viene spesso una come te qui,” dice, con un tono mezzo scherzoso, mezzo provocatorio. “Di solito sono tutti camionisti.” Rido, giocherellando con l’anello. “Beh, meno male che la mia macchina vi tiene occupati,” dico, cercando di sdrammatizzare. Lui ride, ma i suoi occhi restano su di me. Sento il calore in faccia, e mi chiedo cosa direbbe Roberto se mi vedesse così, a tenere testa a un tizio che mi guarda come se volesse mangiarmi.
Passa mezz’ora, e Marco torna. “Fatto,” dice, pulendosi le mani. “La macchina è a posto. Vuoi dare un’occhiata?” Mi alzo, seguendolo verso l’auto. Mi dicono di guardare il motore ed io mi chino per guardare anche se non ci capisco niente, e so che i loro sguardi sono su di me. La camicetta si apre un po’, e il pizzo del reggiseno spunta. Non mi copro.
“Vieni nel mio ufficio, ti faccio vedere il conto,” dice Marco, indicandomi una porta sul retro. L’ufficio è stretto, angusto, con una scrivania piena di carte e attrezzi. Per passare dall’altro lato, Marco mi viene dietro, e il suo corpo preme contro il mio per un istante – un contatto lento, deliberato, che mi fa sentire la sua eccitazione. È solo un secondo, ma il cuore mi salta in gola. Mi guarda, con un sorriso che è tutto fuorché innocente, e io mi mordo il labbro, incerta se reagire o lasciar correre. È un gioco, penso, e Roby vuole questo.
“Ecco il conto,” dice, porgendomi un foglio. Le sue dita sfiorano le mie, un altro tocco che non è casuale. “Torna quando vuoi, eh. E saluta Roberto.” Esco dall’ufficio, con i loro sguardi che mi seguono fino alla macchina. Mentre guido via, il cuore mi batte forte, e un sorriso mi scappa. Non so cosa sto provando, ma… mi piace. È come scoprire una versione di me che non conoscevo.
Torno a casa, e Roberto è sul divano, con una birra in mano e quel sorrisetto che conosco troppo bene. “Com’è andata dal meccanico?” chiede, come se già sapesse tutto.
“Bene,” dico, sedendomi accanto a lui. Mi tolgo le scarpe, lasciando che la gonna salga un po’. La cavigliera scintilla. “Hanno sistemato tutto. E… mi hanno fatto lo sconto.” Le guance mi bruciano, e lo guardo, incerta.
“Lo sconto, eh?” dice, ridendo piano. “Ci credo. Con quella gonna, li avrai stesi.” Mi sfiora la coscia, e il suo tocco mi fa rabbrividire. “Dimmi, Ele, ti sono piaciuti i loro sguardi? E quei tocchi… non proprio casuali?”
Mi mordo il labbro, esitando. “All’inizio mi ha imbarazzato,” ammetto. “Ma… cavolo, Roby, era strano. Mi guardavano come se fossi… una diva. E quei sfioramenti… li ho sentiti, sai? Non erano per caso. E nell’ufficio… Marco mi è passato dietro, e…” Non finisco la frase, ma il suo sorriso si allarga.
“Brava, Ele. È così che mi piaci.” Mi tira a sé e mi bacia, e sento il suo desiderio, ma anche il mio. “Ti sei divertita, vero?”
“Un po’,” dico, con un sorrisetto. “Non so cosa volevi, ma… credo ti sia piaciuto.”
“La prossima volta,” aggiunge, con la voce bassa, “vediamo se possiamo alzare la posta.” Mi guarda, e io so che non sta scherzando. E, dannazione, una parte di me è già pronta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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