tradimenti
era meglio lasciarsi ghostare
Odisseo76
25.02.2026 |
2.298 |
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"È una bella ragazza, labbra sottili, una cascata di riccioli biondi, e che tette..."
Sposto i capelli sulla spalla e lascio che l’acqua bollente mi scorra sul collo. Muovo la testa e mi godo i muscoli che si sciolgono. Il colpo secco di bilanciere rimesso giù male mi fa sobbalzare. Chiudo gli occhi e metto la testa sotto il getto, l’acqua e lo shampoo mi scorrono sul viso. Strizzo i capelli, insapono le braccia, le ascelle, passo la spugna ruvida sulle tettine e mi scappa un sospiro. La mano scivola sull’addome contratto, scende ancora, mi sfioro. Forse potrei.Una risata rimbalza nello spogliatoio, la porta si chiude con un tonfo. Apro gli occhi e tolgo la mano. No, non qui.
Mi sciacquo in fretta, spengo l’acqua e m’infilo l’accappatoio. Entro nell’area cambio e sorrido alle ragazze. «Non mi sembrate stanche, avete finito la scheda?»
Si voltano stupite. «Ah, sei tu, Marta», Alessia ridacchia. «Stavo per risponderti di farti gli affari tuoi, menomale mi sono trattenuta.»
«Brava», scuoto la testa con un sorriso. «Dai che la prossima volta in spiaggia fate girare le teste», sfilo l’accappatoio e lo aggancio.
Alessia mi passa gli occhi addosso. «Sempre se non ci sei anche tu, in spiaggia. Sembri di marmo.»
Infilo il perizoma. «Dammi sei mesi e scolpisco anche te in questo modo, e te hai anche le tette.»
Abbassa la testa e si afferra la sua terza. Stronza. «Avrò le tette, ma nel complesso sei meglio te.»
Le sorrido e infilo il top. «Grazie.»
Roberta resta in silenzio, ha dei chili di troppo, questo scambio non deve gradirlo, ma sistemerò anche lei piano piano.
Infilo la gonnellina, butto tutta la roba bagnata in borsa e prendo il telefono. Nessuna notifica, a parte un paio di like da Tinder. Guarderò più tardi. Infilo la giacca di jeans e mi metto il borsone in spalla.
Nel corridoio non incontro nessuno, spingo la porta a vetri con l’avambraccio ed esco. L’aria è fresca e profuma di gelsomino, mi riempio i polmoni.
Andrea è appoggiato alla ringhiera, dovevo immaginarlo che l’avrei trovato lì, con la sua maglietta elastica, i jeans, e il telefono in mano per fare il vago. Che palle, non lo capisce che al di là di un paio di scopate non volevo nulla da lui? Meglio far finta di non vederlo.
«Ciao», si stacca dalla ringhiera e mi si affianca. La voce è neutra, come se non fosse lì proprio per aspettarmi.
«Ciao», mantengo il passo, pensa di essere l’unico a saper fare il vago?
Si mette al mio passo. «Ti va di andarci a bere qualcosa?»
Non ne ho nessuna voglia, e neanche lui, ormai lo so. Il languore che mi ha preso sotto la doccia però si fa ancora sentire. Resto in silenzio.
«Marta, ma sei arrabbiata con me?»
Sbuffo. «No, ma non mi piace essere presa in giro, sappiamo tutti e due quello che vuoi», e lo voglio anch’io, ma cazzo abbi il coraggio di chiedermelo.
«Semplice e diretta come sempre, eh?» Scuote la testa e sorride. «Se la metti così, voglio scopare, ma non con una a caso, voglio farlo con te.»
Per tua fortuna invece a me va solo di farlo, e mi vai bene anche te. «Dove hai la macchina?»
«Accanto alla tua.»
Gli faccio cenno con la testa. Arriviamo alle auto senza una parola, butto il borsone nel bagagliaio e salgo sul suo C-HR senza aspettare l’invito.
Sale, mette in moto e parte. Esce dal parcheggio della palestra e svolta verso l’area industriale, menomale che non ho dovuto dirglielo.
Ha il cambio automatico, mi passo la lingua sulle labbra e allungo una mano a sbottonargli i jeans.
«Che fai?»
«Stai zitto e guida.»
Infilo la mano nei boxer e lo afferro. Ti sta piacendo la sorpresa eh? Cresce nella mia mano e lo tiro fuori. Mi chino su di lui e passo la lingua sul frenulo.
Lui sospira e mi appoggia la mano sul culo. Sempre la sua parte preferita. Prendo la cappella tra le labbra e ci passo la lingua. Succhio quel cazzo che sa ancora di bagnoschiuma.
Rallenta, si ferma, spegne il motore e mi solleva la gonna. Prendo la leva sotto il sedile e lo spingo indietro.
Stacco la bocca. «Alza il culo.»
Non se lo fa ripetere e abbasso jeans e boxer.
Affondo con la bocca e lui grugnisce. Mi sposta il filo del perizoma e passa un dito tra le labbra. Gli sfioro i testicoli con le unghie, la sua mano trema, se non sto attenta finisce in due minuti. Stacco la bocca. «Hai i preservativi, vero?»
Annuisce e indica il portaoggetti con gli occhi.
Mi sfilo il perizoma e passo tra i sedili. «Sbrigati», mi sfilo il top.
Mi guarda incredulo, eppure lo sa come sono. Prende un preservativo, sfila del tutto i jeans e mi raggiunge. Strappa l’involucro e lo appoggia alla cappella. Mi avvicino a un centimetro dalla sua bocca. «Faccio io», sussurro e lo bacio.
Le nostre lingue s’intrecciano e srotolo il preservativo. Mi piace come il cazzo pulsa tra le dita. Appena indossato mi metto a cavalcioni e me lo guido dentro.
Mi riempie, sospiro e mi muovo su di lui. Gli prendo la testa e m’incollo la sua bocca al seno. Mi scappa un urletto e aumento il ritmo.
Mi afferra il culo, cerca di rallentarmi. Stacca la bocca dal seno. «Marta», ansima.
Ho già capito, non m’importa. Mi fermo, sposto la sua mano in modo che le dita mi sfiorino l’ano. Capisce e mi massaggia. Bravo.
Riprendo a muovermi, gli riprendo la testa, la piego indietro sullo schienale e lo bacio. Muovo il bacino, cresce dentro di me, il suo grugnito si spegne nella mia bocca, pulsa dentro di me, non mi fermo, voglio il mio piacere e me lo prendo.
Stacco la bocca dalla sua e urlo il mio orgasmo. Mi muovo ancora con gli spasmi che pian piano rallentano. Mi abbandono su di lui e ansimo sulla sua spalla.
Lui fa lo stesso accanto al mio orecchio. «Sei favolosa, Marta.»
Sì, facile dirlo dopo una scopata. Mi sfilo e mi siedo accanto a lui. Che ho sotto la coscia? La sposto, il suo telefono. Lo schermo è acceso, una notifica recita “amore”. E chi se l’aspettava.
Prendo il telefono e glielo passo. «Scusa, non volevo.»
Lo prende e lo appoggia girato a faccia in giù. Chi pensa di prendere per il culo?
I vetri si sono appannati, gli do un bacetto sul collo. «Devi andare?» sussurro.
«Tra poco», non mi guarda.
Il telefono vibra, lo ignora, sarà “amore”? «Ti aspetta qualcuno?» Sorrido appena.
Inspira. Lento. «Sì.»
Mi appoggio sulla sua spalla. Vediamo se lo ammette, non ho fretta.
Si sfila con attenzione il preservativo. «Sono fidanzato.» Parole sapide, come se stesse togliendo un cerotto
«Ah», non mi muovo. «Da quanto?»
Deglutisce. «Da un po’.»
Annuisco piano. «Quindi anche tre mesi fa. Quando abbiamo matchato su Tinder.»
Annuisce in silenzio.
«Potevi dirlo.»
«Non cerchi niente di serio e hai scritto di essere aromantica, non pensavo fosse importante.»
In effetti non m’importa né di lui né della fidanzata, è l’omissione a non andarmi giù. «E poi ti sei iscritto in palestra dove sapevi di ritrovarmi.»
«Sì, c’eravamo un po’ persi, e non mi andava di ricontattarti per messaggio.»
Allora per qualcosa le palle ce l’ha, vediamo quante.
Mi abbasso e prendo tra le labbra il cazzo moscio.
Sospira. «Marta, che fai?»
Che domanda del cazzo.
Passo tra le macchine con il tablet sotto il braccio. Laura sta concludendo la scheda sul synchro excite. Auricolari, pelle imperlata di sudore e respiro regolare, mi avvicino e guardo il display, mancano due minuti. Si può incrementare un po’. «Fermati da me a fine allenamento.»
Aggrotta la fronte. «Perché?»
«Rivediamo la scheda, ormai la fai senza sforzo.»
Sorride, stacca una mano e fa segno col pollice in su.
La saluto con un cenno, ho sete, ho lasciato l’acqua reception.
Andrea esce dallo spogliatoio. «Ciao, tesoro», mi viene incontro.
«Mi chiamo Marta.» Ma che cazzo.
Si blocca, non sa dove guardare.
Gli schiocco le dita davanti al viso. «Hai capito, vero?» Mi giro e riprendo a camminare.
Mi viene dietro. «Dai, è una cosa amichevole.»
«Non siamo amici. E per di più sto lavorando.»
Mi affianca e sussurra. «Ma allora l’altra sera?»
Controllo intorno. Nessuno ci guarda. «È stato sesso», entro dietro al banco e prendo l’acqua. «Nient’altro che sesso.»
Si sporge verso di me con un sorriso malizioso. «Non sembrava solo sesso.»
Quanto è piano di sé. Bevo. «Avevo voglia. L’ho fatto, tutto qui.»
«Non è vero, altrimenti non te la saresti presa per…»
Lo fermo con la mano, palmo aperto. «Basta», indico la sala. «Qui ci lavoro, e la tua insistenza non ha alcun senso», chiudo la bottiglia.
Resta lì, le braccia lungo i fianchi. Annuisce una volta. «Ne parliamo più tardi?»
Non lo vuol capire proprio. «A tuo rischio», torno in sala senza voltarmi.
Laura mi viene incontro. «Ho finito.» Non ha quasi il fiatone.
Le sorrido. «Ottimo, dimmi te che vuoi fare, con questa scheda ormai fai mantenimento, se ti basta lasciamo tutto com’è.»
Scuote la testa. «Neanche per idea.»
«Ottimo, così mi piaci», mi volto verso la reception. «Seguimi.»
Entro nel parcheggio e lo vedo a fianco della mia panda. Ma che devo fare per togliermelo dalle palle? Non è bastato ghostarlo su Tinder, non bastano le mie risposte caustiche, che m’invento?
Mi viene incontro. «Vuoi una mano con la borsa?»
Scuoto la testa. «Ti sembro fuori forma?»
Si gratta la testa e distoglie lo sguardo. «Volevo solo essere gentile.»
«Perché sei in astinenza da pompini?»
Sospira. «Marta, non è questo, dovresti saperlo.»
La pantomima dell’innamorato no, ti prego. Lo supero e apro lo sportello. «E cos’è allora?» Lancio il borsone sul sedile.
«Mi piaci, Marta.»
Sospiro. «Dimmi che vuoi, Andrea, senza giri di parole. Tra dieci secondi entro in auto e me ne vado», vediamo che s’inventa.
Si volta, tormenta le labbra coi denti e stringe i pugni. «Per te potrei lasciare la mia ragazza.»
Ma è scemo? «Tu, cosa?»
«Hai capito, posso lasciare la mia ragazza, se vuoi.»
Prendo un respirone. «E perché dovrebbe importarmi?»
«Ti ha dato noia sapere che sono fidanzato, non lo negare.»
«Non lo nego». Non per i motivi che credi tu, ma te lo lascerò credere.
Sorride e annuisce. «Allora è andata, alla prima occasione la lascio.»
Sorrido e scuoto la testa. «Non mi prendere per il culo. Ho trent’anni, non tre.»
Aggrotta la fronte. «Che intendi?»
«Intendo che con la storia della prima occasione tieni i piedi in due staffe per mesi, per non dire anni.»
«Ma no», mi accarezza una guancia. «Non lo farei mai.»
Gli bacio il palmo. «Scrivile ora», prendo il pollice tra i denti e lo accarezzo con la lingua. Non avrà le palle per farlo e almeno ho la scusa per levarmelo dalle palle per sempre.
Sospira. «Ma per messaggio?»
Ha bisogno di un incentivo, il ragazzo. Lo spingo contro l’auto, gli metto la mano sul cazzo e mi appoggio a lui. «Chiamala, se preferisci», sussurro, e gli sfioro il lobo con la lingua. Vediamo se si spinge a tanto.
Sospira, il cazzo si gonfia sotto la stoffa leggera della tuta. «Glielo dico stasera.»
Mi sa che non ha capito con chi ha a che fare. Mi stacco. «Spostati.»
Mi guarda con una faccia da idiota.
«Devo salire in macchina.»
«Ma, veramente…»
«Veramente cosa?»
Mi guarda impietrito, gli occhi spalancati.
«Se non fosse chiaro, finché non ho la prova che l’hai lasciata te lo scordi di scoparmi.» Sto tirando la corda, lo so. «Ci convivi?»
«No.»
«Allora non è complicato, quando la vedi?»
«Dovrebbe venire a casa mia stasera.»
Sorrido. «Perfetto, dammi il tuo indirizzo, glielo diciamo insieme.»
Spalanca la bocca. «Ma sei seria?»
Annuisco. «Hai detto che la lasci per me, è giusto che lo sappia, così non starà con la speranza.»
Abbassa lo sguardo. «Va bene.»
Ma come, va bene? Doveva dirmi di no, cazzo. E ora che faccio?
La cucina di Andrea è minimale, mobili laccati bianchi, un tavolo di legno e ferro e un vago odore di caffè. Guardo l’orologio, le nove, Giulia dovrebbe arrivare da un momento all’altro.
Andrea si alza.
Gli prendo la mano. «Dove vai?»
«In bagno.»
Scuoto la testa. «Se arriva Giulia e mi trova qui da sola che le dico?»
Si siede. Restiamo in silenzio. È in imbarazzo, non sa dove guardare e tantomeno cosa dire. Lascio la mano sulla sua.
Il rumore della chiave che entra nella serratura lo fa sobbalzare. La porta si apre e Giulia entra. «Amore…» I suoi occhi guardano me, lui, la mia mano sulla sua. Aggrotta la fronte. «Che cazzo succede qui?»
Mi aspettavo che urlasse, ha un bel contegno. È una bella ragazza, labbra sottili, una cascata di riccioli biondi, e che tette.
Andrea si alza e sposta una sedia. «Giulia, siediti. Ti devo parlare.»
Lei lo gela. «Puoi farlo anche in piedi.»
Lui annuisce piano. «Giulia, devo chiederti scusa, ma non me la sento di continuare a stare con te.»
Lei sorride e scuote la testa. «Ma non mi dire», mi indica. «Da quanto?»
«Qualche sera fa.»
Aggrotto la fronte e alzo gli occhi su di lui. Bugiardo fino alla fine.
Giulia sfila la chiave di casa dal suo mazzo. «Sei un bravo bugiardo, ma la sua faccia racconta una storia diversa», mi indica. «Povera diavola, che pena mi fai», appoggia la chiave sul tavolo ed esce.
Questo sì che è uscire con stile.
Andrea è rimasto in piedi come un baccalà, diamogli una svegliata. Mi alzo e gli prendo la mano. «Andiamo in camera.»
Mi guarda, annuisce e mi tiene per mano fino alla camera. Non voglio perdere tempo. Lo faccio voltare e mi metto in punta di piedi per baciarlo. Ci abbracciamo stretti, le lingue s’intrecciano, danzano. Gli sfilo la maglietta e passo le unghie sulla schiena. Reclina la testa all’indietro e gli scappa un grugnito.
Mi abbasso a baciargli il petto, mordicchio un capezzolo. Trema.
Sbottono i jeans e glieli tiro alle caviglie. È già duro sotto i boxer, ma non voglio arrivarci subito.
Mi rimetto in piedi, Andrea mi sfila il top, non ho reggiseno. Lo spingo a sedersi sul letto e gli prendo la testa per farmi succhiare i seni.
Non si fa pregare, avvolge il capezzolo tra le labbra e mi abbassa la gonna. Sospiro, finalmente un’iniziativa. Mi prende le chiappe, e infila un dito sotto il perizoma, sfiora il buchino e raggiunge le labbra.
Gli passo le dita tra i capelli, allungo una mano sulla schiena e ci passo le unghie. Stacca la bocca dal seno per grugnire. Mi abbasso e lo bacio con foga. Risponde con lo stesso ardore e mi abbassa il perizoma. Lo sfilo da una caviglia e lo scalcio dall’altro piede.
Mi metto in ginocchio sul bordo del letto. Appoggio i gomiti al materasso e lo guardo. «Scopami così, ma non venire dentro.»
Si alza, mi afferra i fianchi e s’inginocchia. La lingua affonda tra le labbra. Caccio un urletto. Mi tiene ferma, ha le mani forti, e la lingua passa tra le labbra per tutta la lunghezza. Porca troia se mi piace.
Inarco la schiena per facilitargli il compito. Ansimo. «Non ti fermare.»
Mi dà retta, la lingua si muove frenetica, il piacere sale. Ci sono, il respiro si ferma, non so per quanto. Urlo e mi scuoto tra le sue mani.
Si stacca, troppo presto.
Non lo guardo, tengo la fronte sul materasso. «Scopami, ora!»
Un tremito nelle sue mani, una si stacca. Il cazzo si appoggia alle labbra, spinge, le dischiude.
Urlo ancora, e allungo una mano al clitoride. Si muove piano dentro di me, vorrei spingere indietro, ma ho paura che non resista. «Non venirmi dentro.»
«La fai facile», ansima.
Appunto. Muovo due dita sul clitoride.
Un dito spinge sull’ano. Sì. Mi massaggia piano. Il respiro si accorcia, l’orgasmo mi scuote, Andrea esce ma continua col massaggio. Me lo godo finché il piacere non scema.
Mi volto e mi siedo sul letto. Andrea è in piedi, ansima, il suo cazzo pulsa, è al limite. Lo prendo in bocca, gli carezzo le palle con le unghie, le labbra aderiscono all’asta e affondano.
Grugnisce. «Marta», mi accarezza i capelli.
Cresce nella mia bocca. Ormai ci siamo.
Esplode nella mia bocca con un grugnito animalesco. Pompo ancora, deve ricordarselo questo pompino. Scorro con le labbra fino alla cappella e ingoio.
Mi stacco e mi sdraio supina, scivolo fino a mettere la testa sul cuscino.
Andrea mi si sdraia accanto, mi abbraccia. Lo lascio fare. Mi bacia sulla guancia. Mi giro e gli stampo un bacio sulle labbra.
Si appoggia alla mia spalla. «Resti a dormire qui?»
Mi sfilo dall’abbraccio ed esco dalla stanza senza rispondere.
«Marta, che ho detto?»
Recupero il telefono in cucina e torno in camera. Appoggio il telefono sul letto, la schermata principale di Tinder in bellavista. M’infilo il perizoma.
Andrea guarda me, il telefono, di nuovo me. Non dice nulla.
Raccolgo il top e lo infilo. Allungo una mano sul telefono, scarto un paio di volti e metto un like al terzo.
Andrea mi sfiora la mano. «Mi vuoi spiegare?»
Blocco lo schermo. «Pensavi fossimo fidanzati?»
Ha gli occhi lucidi, comincia a capire. «Ho lasciato Giulia, per te.»
«Pessimo affare. Niente di serio, aromantica, ricordi?» Raccolgo la gonna. «Era una condizione per scoparti, non per fidanzarci.»
Si inginocchia sul letto. «Ma quindi?»
«Hai un bel primato. Due ex in un giorno», infilo la gonna al volo. «E sia chiaro che in palestra non devi rivolgermi la parola», mi volto ed esco.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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