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La signorina dei due bestioni


di aaspirantetrav
29.06.2026    |    849    |    5 9.8
"Il giovane mi prendeva con un ritmo ipnotico, mentre il barbuto si portò il mio sesso alla bocca..."
Il sole calante dipingeva di rosso il cielo sopra il casale abbandonato, un guscio di pietra e legno marcio che odorava di polvere e paglia vecchia. Ero Rebecca per quella sera, mi aggiustai la parrucca castana davanti allo specchio scheggiato appoggiato a un muro. Il trucco era pesante, labbra scarlatte e occhi di carbone, a sottolineare il contrasto con la mascella ancora un po' squadrata. Indossavo un vestitino di raso nero, cortissimo, che lasciava scoperte le mie gambe lunghe e rasate di fresco, e un paio di tacchi a spillo che mi facevano sentire più alta, più audace, più donna.

Sentii il rumore di un motore spegnersi fuori. Due voci maschili, basse e ridenti. Il mio cuore prese a battere più forte, non di paura, ma di quell'eccitazione familiare che precedeva il gioco. Loro sapevano. Mi avevano visto in paese, avevano capito, e l'appuntamento era stato fissato con uno sguardo e un cenno.

La porta di legno si aprì con un cigolio. Entrarono. Erano due bestioni, alti e massicci, con le braccia grosse e le mani callose da contadini. Il primo, con la barba folta e un cappello di paglia, mi guardò come si guarda un piatto prelibato. "Allora, la signorina è pronta?" rise, con una voce che sembrava ghiaia.

Mi avvicinai, ondeggiando sui fianchi, facendo frusciare il raso. "Pronta per voi, ragazzi," sussurrai, con una voce impostata, più morbida.

Il secondo, più giovane, con gli occhi chiari e un sorriso malizioso, mi fu subito addosso. Mi prese per la vita, mi spinse contro un tavolo di legno grezzo. "Vediamo cosa nascondi sotto questo vestitino," mormorò, e con uno strattone me lo sollevò sopra i fianchi.

Sotto, indossavo solo un perizoma di pizzo nero, che non nascondeva nulla, anzi, metteva in risalto la mia eccitazione. La mia erezione era già evidente, tesa contro il tessuto sottile. L'uomo dagli occhi chiari fischiò, divertito. "Oh, la signorina ha un bell'attrezzo. Peccato doverlo usare per un'altra cosa."

"Non è un peccato," sussurrai, mentre sentivo le mani ruvide del barbuto che mi scendevano lungo la schiena, frugando sotto l'elastico del perizoma. Me lo strapparono via con un gesto secco, lasciandomi nuda dalla vita in giù.

Mi girarono, piegandomi sul tavolo. La superficie ruvida del legno mi graffiò la pelle liscia del ventre. Sentii il fiato caldo del barbuto sul collo, mentre l'altro si sbottonava i jeans. Chiusi gli occhi, abbandonandomi. Amavo quella sensazione di essere presa, usata, dominata. Amavo sentirmi femmina, fragile, in balia di quella forza mascolina.

Il più giovane mi massaggiò i glutei, lisci e tondi, per poi separarli con le dita. "Che culetto meraviglioso," rise, sputandosi sulla mano per lubrificarmi. La punta del suo sesso, caldo e duro come un ferro, premette contro il mio ano contratto. "Rilassati, signorina."

Feci un respiro profondo e spinsi indietro, accogliendolo. La penetrazione fu lenta, piena, un'espansione che mi riempì completamente. Un gemito mi sfuggì dalle labbra dipinte, un suono di puro piacere. L'uomo cominciò a muoversi, un ritmo costante, profondo, che faceva tremare il tavolo.

Intanto, il barbuto si era messo davanti a me. Aveva già tirato fuori il suo membro, enorme, grosso come un pugno. "Apri la bocca, bellezza," ordinò. Obbedii, sollevando il mento, la lingua pronta. Il sesso del barbuto mi riempì la bocca, caldo e salato. Lo presi in gola, sentendo il sapore della sua pelle.

Era un ritmo a due, una danza di corpi sudati nella penombra del casale. Il giovane mi prendeva da dietro, sempre più forte, mentre io succhiavo l'altro, sentendo la mano del barbuto che mi accarezzava i capelli finti. I miei gemiti, ovattati, si mescolavano ai loro grugniti. Il casale era pieno di suoni osceni, di schiocchi di pelle bagnata, di respiri affannati.

Sentii il piacere montare, un'onda calda che partiva dalla bocca e dalla verga che mi penetrava. Volevo durare, godermi ogni istante, ma il corpo aveva i suoi tempi. Con un urlo strozzato, venni, schizzando sul legno del tavolo, mentre i miei muscoli interni si contraevano attorno al sesso del giovane. Lui lo sentì, e con un ringhio bestiale, si riversò dentro di me, caldo e copioso.

Il barbuto, sentendo il clímax del compagno, si ritirò dalla mia bocca e si masturbò rapidamente, sporcandomi il viso e il vestitino di raso con il suo seme.

Rimanemmo lì, ansimanti, un groviglio di corpi appagati. Io, ancora piegato, sorridevo. Il trucco era colato, la parrucca storta. Era perfetto. Mi rialzai, mi lisciai il vestito, e guardai i due uomini. "Allora, ci rivediamo domani?" chiesi, con un sorriso malizioso.

La risata del barbuto echeggiò nel casale, un suono roco che si mescolava ancora ai nostri respiri affannati. "Ah, la signorina ha appetito," disse, asciugandosi il sesso con il dorso della mano. Si avvicinò a me, che stavo ancora cercando di ripulirmi il viso con un fazzoletto di carta. Con un dito calloso, mi sollevò il mento, costringendomi a guardarlo negli occhi. "Domani è domani. Stasera non abbiamo finito."

Il più giovane, che si era già rimesso i jeans, si avvicinò con un sorriso birbone. "Il mio amico ha ragione. Ci siamo scaldati, ma il bello deve ancora venire."

Sentii un brivido di eccitazione percorrermi la schiena. Mi ero già svuotato, ma loro no. Erano ancora duri, ancora affamati. Mi morsi il labbro, sentendo il sapore del rossetto e del sale della pelle. "Cosa avete in mente, ragazzi?"

Il barbuto non rispose a parole. Mi prese per un braccio e mi trascinò via dal tavolo, verso un angolo del casale dove c'erano dei vecchi sacchi di iuta ammucchiati. Li sistemò alla meglio, creando una specie di giaciglio improvvisato. "Mettiti a quattro zampe," ordinò, con una voce che non ammetteva repliche.

Obbedii, sentendo la stoffa ruvida dei sacchi graffiarmi le ginocchia e i palmi delle mani. Il vestitino nero era ormai sollevato sopra la vita, una macchia di stoffa inutile. Ero completamente esposta, il mio sesso ancora umido e semiduro che penzolava tra le gambe.

Il più giovane mi si mise dietro, mentre il barbuto si sdraiò davanti a me, sollevandosi su un gomito. "Questa volta voglio vederti in faccia mentre ti prendo," disse il giovane, accarezzandomi i glutei con una mano. Sentii la punta del suo sesso premere di nuovo contro il mio ingresso, già lubrificato dal precedente amplesso. Entrò con un solo colpo, profondo e sicuro, facendomi gemere.

Ma questa volta era diverso. Il movimento era più lento, più calcolato. Il giovane mi prendeva con un ritmo ipnotico, mentre il barbuto si portò il mio sesso alla bocca. Mi leccò, mi succhiò, mi prese in gola con una maestria che mi fece venire le lacrime agli occhi.

Era troppo. La sensazione di essere presa da dietro mentre un uomo mi succhiava il sesso era un cortocircuito di piacere. Gemetti, mugolai, persi ogni controllo. Il barbuto mi guardava, i suoi occhi scuri fissi nei miei, mentre con la bocca mi portava sull'orlo del baratro.

"Così, bellezza," mormorò il giovane da dietro, aumentando il ritmo. "Fatti sentire."

Non riuscii più a trattenermi. Venni di nuovo, un getto potente e caldo direttamente in gola al barbuto, che lo ingoiò tutto senza battere ciglio, continuando a leccarmi fino a farmi strillare per la sensibilità. Il giovane, sentendo le mie contrazioni interne, mi seguì subito dopo, riversandosi dentro di me con un lungo gemito di sollievo.

Crollammo tutti e tre sui sacchi, un ammasso di corpi sudati e appagati. Il sole era ormai tramontato, e il casale era immerso nell'oscurità. Io, sdraiato tra i due, sentivo i loro respiri caldi sulla pelle. Il barbuto mi passò una mano tra i capelli finti, in un gesto quasi tenero.

"Sei stata brava, Rebecca," sussurrò. "Domani sera, stessa ora. Porta un vestito più leggero."

Sorrisi nell'oscurità. "Sarò qui."
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