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L’appuntamento
SilviaRossa
08.07.2026 |
1.403 |
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"Roberto aprì l'acqua calda e, con una delicatezza che non mi aspettavo, iniziò a lavarmi..."
---**L'appuntamento**
*"Io e il mio amico ti aspettiamo per sborrarti nel culo."*
Quel messaggio mi mandò completamente in tilt. Un'eccitazione elettrica mi attraversò il corpo, e non persi tempo: l'indomani, sabato mattina, mi svegliai presto e mi preparai con cura maniacale. L'appuntamento era a casa di Roberto, prima di pranzo per un aperitivo, a duecento chilometri da dove vivo.
Per l'occasione volevo essere perfetta. La pelle era liscia come seta, grazie a una ceretta totale fatta appena una settimana prima. Per il trucco mi affidai come sempre alla mia amica Lina, una vera artista del make-up: sotto le sue mani il mio viso si trasformò in qualcosa di così femminile che anche il mio cervello si arrese, diventando quello di una vera donna. Minigonna, autoreggenti, tacchi 14, camicetta, orecchini, smalto e parrucca completarono il mio stato di troia da monta, esattamente come amo essere.
Affrontai gli ultimi centoventi chilometri con il cuore che batteva forte e i sensi in fiamme. Ogni curva della strada mi avvicinava a loro, e la mente correva più veloce della macchina: immaginavo le loro mani, le loro voci, i loro comandi. Rileggevo mentalmente quel messaggio — *"ti aspettiamo per sborrarti nel culo"* — e ogni volta un brivido mi scendeva lungo la schiena.
Sotto la minigonna il mio cazzo era in tiro da chilometri, imprigionato nel perizoma, e ogni sobbalzo della strada me lo ricordava con una fitta di piacere. A un semaforo, un camionista dalla cabina alta abbassò lo sguardo dentro il mio abitacolo: vide le autoreggenti, le cosce nude, il rossetto acceso. Mi guardò come si guarda una preda. Ricambiai lo sguardo per un istante di troppo, accavallando lentamente le gambe, e ripartii lasciandolo lì con la sua fantasia. Mi sentivo desiderata, potente, femmina. E mancavano ancora ottanta chilometri.
Abbassai il finestrino di qualche centimetro e l'aria calda mi accarezzò il collo. Al secondo autogrill mi fermai per un caffè: i tacchi 14 risuonavano sul pavimento e sentivo gli occhi degli uomini addosso — sul culo fasciato dalla minigonna, sulle gambe, sulla bocca. Il barista mi servì con un sorriso di troppo e le mani che tremavano leggermente. Pagai, lo ringraziai con la mia voce più morbida, e uscii ancheggiando piano, sapendo che mi stava guardando. Ogni sguardo era benzina. Ogni chilometro un preliminare.
Negli ultimi venti chilometri il telefono vibrò. Roberto: *"Sei pronta, troia? Giorgio non sta più nella pelle."* Risposi con una sola parola: *"Vostra."* La risposta arrivò subito: *"Brava. Quando arrivi, non suonare. Il cancellino è aperto. E ricordati chi sei oggi."*
Lo sapevo benissimo chi ero, oggi.
Parcheggiai in una stradina laterale, cento metri prima della casa. Prima di scendere, aprii la borsetta e tirai fuori il fallo che avevo portato per l'occasione. Mi sollevai sul sedile, scostai il perizoma e me lo infilai lentamente nel culo, mordendomi il labbro per non gemere lì, in mezzo alla strada. Volevo arrivare da loro già aperta, già pronta, già troia. Mi guardai un'ultima volta nello specchietto — un po' per vanità, un po' per controllare il trucco. Il viso di Lina, la bocca lucida, gli occhi accesi. Perfetta.
Appena aprii la portiera, un vento caldo di fine estate mi accarezzò la pelle nuda sotto la gonna. Il fallo dentro di me mi costringeva a camminare ancheggiando, a piccoli passi, da vera troia da appuntamento. Ogni passo era una scarica di piacere. Il cuore mi batteva in gola.
*"Sono qui, sono arrivata."*
Seguii le sue istruzioni: attraversai la strada e mi diressi verso il cancellino che dava sul giardino. Era già aperto. Entrai, e Roberto e Giorgio mi accolsero come se ci conoscessimo da sempre: un abbraccio, un bacio, e le loro mani già sul mio culo. Avevano preparato delle bollicine e brindammo all'incontro. In pochi minuti la bottiglia era quasi finita e l'atmosfera si era fatta leggera, complice, carica di elettricità.
Mi invitarono in casa, al fresco. Ne approfittai per andare in bagno e, mentre ero allo specchio, entrò Giorgio per fare pipì. Mi sedetti sul bidet accanto a lui, gli occhi fissi sul suo cazzo. La situazione era così eccitante che lui non riuscì nemmeno a finire: si stava già gonfiando, e io non persi un secondo a prenderlo in bocca. Era ancora bagnato, e quel sapore salato mi mandò in gloria. Succhiavo, leccavo, lo ingoiavo fino alle palle fino quasi a soffocare, mentre lui si irrigidiva sempre di più. Si calò i pantaloni alle caviglie e io, inginocchiata sulle piastrelle fredde, mi godevo quei ventidue centimetri come un premio.
Attirato dai gemiti arrivò anche Roberto, con il cazzo già in mano. Me lo piazzò davanti alla bocca e io, con ritmo lento e passione, spompinai anche lui — poi provai a prenderli tutti e due insieme. Pura libidine.
*"Dai, troia, che oggi ti facciamo la festa."*
*"Ciucciaci bene, puttana, che poi ti inculiamo."*
Ogni parola mi eccitava sempre di più. Avevo perso completamente il controllo: facevo tutto quello che mi chiedevano, e ne godevo.
Giorgio mi tirò in piedi, mi allargò le gambe e con un solo colpo mi infilò tutto il cazzo. Un lampo di dolore, poi lui restò fermo dentro di me, lasciandomi il tempo di aprirmi. *"Ferma, troia. Ingoia il mio"* ordinò Roberto. Mi ritrovai con un cazzo nel culo che mi riempiva completamente la figa anale e uno in bocca che mi soffocava, mentre lui si divertiva a tapparmi il naso.
*"Mangialo tutto, troia. Guarda quanto è vacca... due non le bastano, questa ne prenderebbe dieci."*
Giorgio cominciò a pompare, entrando e uscendo, allargandomi bene, facendomi impazzire. Il primo orgasmo anale mi travolse come un'onda, presa da sgualdrina con il cazzo che mi sbatteva sempre più forte, fino a farmi urlare di piacere.
*"Senti come gode questa vacca... zitta, troia."*
Mi mollò una sculacciata, sfilò il cazzo e diede il cambio a Roberto, che ne aveva uno più corto ma bello grosso. Non ebbi nemmeno il tempo di ricompormi: mi ritrovai appoggiata al marmo del lavandino, una gamba a terra e l'altra sollevata, e sentii il suo cazzo premere ed entrare in un colpo solo. Goduria sublime.
*"Guarda che culo, sta troia... tutto da sborrare."*
Giorgio intanto mi rimise il cazzo in gola: *"Puliscilo, troia."*
Ero in un orgasmo continuo — più ne avevo, più ne volevo. A un tratto Giorgio si sfilò dalla mia bocca, mi prese il mento e, guardandomi negli occhi, mi ordinò di aprirla. Ci sputò dentro. *"Bevi, troia, manda giù tutto. Ora facciamo una pausa, beviamo qualcosa... e poi ci fai vedere quanto sei cagna."* Poco dopo anche Roberto uscì dal mio culo e mi riempì la bocca fino quasi a soffocarmi. Appena ripresi fiato, il suo sputo centrò la mia bocca spalancata in cerca d'aria.
Uscirono entrambi, lasciandomi in ginocchio, fradicia e tremante. Mi rialzai, mi guardai allo specchio, mi sciacquai la bocca e misi la figa anale a bagno nel bidet. Mentre mi risistemavo il trucco, mi compiacevo di quanto fossi troia. Ma volevo di più: volevo sorprenderli.
Uscita dal bagno trovai un flûte di bollicine fresco ad aspettarmi. Lo bevvi d'un fiato, e subito dopo un secondo. Loro erano stravaccati sul divano, i cazzi in mano. Mi sedetti in mezzo e iniziai a segarli entrambi.
*"Dai, troia, che oggi ti riempiamo e poi ti portiamo a battere. Prima però facci vedere quanto sei porca."*
Le bollicine iniziavano a fare effetto. Quando chiesi se potevo berne ancora, Roberto si alzò e tornò con un collare e un guinzaglio. *"Certo che puoi bere, troia. Ti soddisfiamo anche in questo."* Mi fece mettere a quattro zampe, il viso in mezzo alle gambe di Giorgio, il suo cazzo in bocca. Mi allacciò il collare e agganciò il guinzaglio. Giorgio alzò il bacino: *"Leccami il culo."*
Obbedii. *"Brava cagna, leccami bene che poi ti sborro nel culo... quanto sei porca."*
Mi sentivo depravata, ma ormai ero prigioniera — prigioniera consenziente delle loro perversioni, e godevo nell'essere infinitamente porca. Alternavo la lingua sul suo culo alla bocca sul suo cazzo, un su e giù che li faceva impazzire entrambi. Roberto, da dietro, mi infilò il cazzo e iniziò una monta lunga, implacabile, che mi travolse di orgasmi a catena.
*"Godi, troia, che ora sborrooo!"*
Sentii i suoi fiotti caldi inondarmi dentro. Rimase fermo qualche minuto, ansimante, godendosi quella mega sborrata. Appena si sfilò, arrivò Giorgio con il cazzo che ormai pulsava: mi riversò tutto dentro anche lui. Ero fradicia, e continuavo ad avere orgasmi anali uno dopo l'altro.
Roberto prese una ciotola dalla cucina e il resto della bottiglia, poi afferrò il guinzaglio e diede uno strattone deciso. *"Adesso ti laviamo, troia. E ci fai vedere quanto sei devota. Dai, cagna, seguici."*
A quattro zampe, con la sborra calda che mi colava dalla figa anale lungo le cosce, li seguii attraverso il corridoio. Il pavimento freddo sotto le ginocchia, il collare che mi tirava il collo, i loro passi davanti a me: ogni dettaglio mi sprofondava sempre di più in quello stato di sottomissione totale che mi faceva impazzire. Non ero mai stata così in basso, e non ero mai stata così felice.
Mi condussero nel piatto doccia. Roberto appoggiò la ciotola sulle piastrelle, davanti al mio muso, e ci versò dentro le ultime bollicine con teatrale lentezza. La schiuma frizzava nella ciotola.
*"Bevi, cagna. Che poi te ne diamo ancora di roba da bere."*
Abbassai il viso e bevvi, lappando come un animale, sentendo le bollicine pizzicare la lingua. Sopra di me ridevano. Alzai gli occhi senza alzare la testa: erano in piedi ai due lati del piatto doccia, i cazzi in mano, e mi guardavano dall'alto come si guarda una cosa che si possiede.
Il primo fu Roberto. Il getto caldo mi colpì sulla schiena, poi risalì tra le scapole, sul collo, tra i capelli della parrucca. *"Apri la bocca, cagna. Facci vedere quanto sei vacca."* Aprii la bocca e alzai il viso. Giorgio si unì subito, e i due getti si incrociarono su di me: sul petto, sulla faccia, sulla lingua tesa. Il sapore acre e caldo, l'umiliazione totale, le loro risate — tutto si mescolava in un'unica vertigine di piacere. Ridevano e gareggiavano a chi trovava la parola più adatta per me: troia, vacca, cagna, porca, scrofa. E ogni parola era una carezza.
*"Guardala... è nata per questo."*
Quando finirono, rimasi lì, in ginocchio nel piatto doccia, fradicia dalla testa ai piedi, il trucco di Lina che colava, il collare ancora al collo. Roberto aprì l'acqua calda e, con una delicatezza che non mi aspettavo, iniziò a lavarmi. Le sue mani grandi mi insaponavano la schiena, il culo, le cosce, mentre Giorgio mi teneva il mento sollevato e mi guardava negli occhi. *"Sei stata brava"* disse piano. *"Bravissima."* Quel cambio di tono, dopo ore di comandi e insulti, mi sciolse dentro. Mi asciugarono con un telo grande, mi sfilarono il collare, e per un momento tornai a essere semplicemente coccolata.
Ci ritrovammo in cucina, io avvolta in un accappatoio di Roberto, loro in boxer, a mangiare qualcosa e a ridere di quello che era successo. *"La prossima volta"* disse Giorgio versandomi dell'acqua, *"invitiamo anche Marco. Ti piacerebbe, vero, che diventassimo in tre?"* Non risposi. Sorrisi soltanto, e loro capirono benissimo.
Mi rivestii con calma davanti allo specchio dell'ingresso: minigonna, autoreggenti, tacchi. Sistemai quel che restava del trucco. Ero esausta, svuotata, dolorante nei punti giusti — e completamente, profondamente soddisfatta. Tre, forse quattro ore con quei due magnifici porci, e ogni minuto era stato esattamente ciò che avevo sognato per tutto il viaggio.
Sulla porta, Roberto mi prese per i fianchi e mi baciò come si bacia una donna, non una cagna. *"Guida piano, troia"* mi sussurrò all'orecchio. *"E fatti sentire quando arrivi a casa."*
Ripresi la strada del ritorno che il sole cominciava a calare. Centoventi chilometri di sorrisi allo specchietto, il corpo che ancora vibrava, il telefono sul sedile del passeggero. A metà strada, vibrò. Roberto: *"Sabato prossimo. Stessa ora. E stavolta porta un'altra bottiglia... ne avrai bisogno."*
Sorrisi. Sapevo già che sarei tornata. Sapevo già che non avrei più smesso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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