Cosa stai bevendo - 1 di _
Effee
23:14 — Cosa stai bevendo?
Ero sul divano. In cucina mio marito caricava la lavastoviglie, e il rumore aveva quella cadenza che conosco a memoria: piatti grandi, piatti piccoli, bicchieri sul ripiano alto. Undici anni di quel suono.
Tisana. Finocchio e liquirizia, ho scritto.
23:15 — In tazza o in mug?
23:15 — Mug. Blu.
23:16 — Bene.
Bene. Ho spento lo schermo e sono rimasta ferma col telefono in mano, e mi veniva da ridere perché è una cosa stupida, la più stupida del mondo, e invece avevo il cuore che batteva come se avessi mentito.
Ci ho messo tre giorni a capire cosa mi avesse colpita. Non la domanda: il fatto che me l’avesse fatta qualcuno.
Quella sera Marco è passato accanto al divano quattro volte. Sa che esisto, sa dove sono seduta, sa perfino a che ora vado a dormire. Non gli è venuto in mente di chiedersi cosa avessi nella tazza. Non perché non mi ami. Perché lo sa già. Perché di me non c’è più niente da sapere.
Uno sconosciuto voleva sapere di che colore era la mug.
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Giovedì, 22:40 — Cosa stai bevendo?
22:41 — Niente. Sto lavando i denti.
22:41 — Allora bevi qualcosa e dimmelo.
Non “ti va di”. Non “dai”. Allora bevi qualcosa.
Mi sono fermata con lo spazzolino in bocca e mi sono guardata allo specchio. Quarantuno anni. La faccia di una che sta per fare una cosa senza nessun motivo.
Sono scesa in cucina al buio. Mi sono versata mezzo dito di vino bianco dalla bottiglia aperta a cena, freddo e ormai un po’ piatto, e l’ho bevuto in piedi davanti al frigo, in pigiama, con mio marito che dormiva di sopra.
22:49 — Vino bianco. Un dito.
22:49 — Brava.
E lì, esattamente lì, mentre risalivo le scale col sapore del vino sopra il dentifricio, ho capito di aver appena obbedito. Non me l’aveva chiesto. Me l’aveva detto. E io l’avevo fatto, e nessuno al mondo l’avrebbe mai saputo, ed era la prima cosa che mi apparteneva da anni.
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Da lì in poi le richieste non diventano più spinte. Diventano più precise, che è peggio.
19:02 — Dove sei?
19:02 — In macchina. Devo prendere mia figlia a danza.
19:03 — Mani sul volante?
19:03 — Una.
19:04 — E l’altra?
Fuori dal parabrezza le altre madri in cerchio davanti alla palestra, i cappotti, il fiato bianco. La mia mano destra ferma sulla coscia. Non l’ho mossa.
19:06 — Sul ginocchio.
19:06 — Ti ho chiesto dov’era, non ti ho chiesto di spostarla. Perché mi stai chiedendo il permesso?
Ho girato il telefono a faccia in giù sul sedile come se scottasse. Poi mia figlia è salita in macchina parlando di uno sgambetto in prima fila e io ho guidato fino a casa con una mano sola, e con l’altra ferma esattamente dove mi era stato detto di lasciarla, e non è successo niente, e sono arrivata a casa che non respiravo bene.
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Continuo?
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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