Una consegna speciale 1
Bullsroyce
Quel giorno il cielo era basso e grigio. Pioveva da ore, un’acqua fitta e insistente che rendeva l’asfalto lucido e trasformava ogni lampione in una macchia d’oro tremolante. Quando arrivò la mia comanda, guardai l’indirizzo e sorrisi: era una zona che conoscevo bene, fatta di palazzi eleganti, cancelli curati e finestre illuminate con una discrezione quasi antica.
Erano due pizze particolari. Ingredienti delicati, sapori intensi, una combinazione che sembrava scelta con cura da qualcuno che conosceva bene i propri desideri. Presi l’ordine, coprii le scatole con un telo impermeabile e mi avviai nel temporale.
La bicicletta scivolava sull’acqua, le gocce mi colpivano il viso e le ruote sollevavano piccoli spruzzi. Ogni strada sembrava più silenziosa del solito, come se la pioggia avesse spinto la città a ritirarsi tra le pareti calde delle case. Quando trovai il numero civico, mi fermai sotto una piccola pensilina, respirando il profumo umido della sera.
Suonai il campanello.
Mi aprì una donna vestita con eleganza informale: un maglione morbido, pantaloni comodi, i capelli raccolti con naturalezza. Aveva uno sguardo marrone profondo, caldo, che sembrava accendersi appena i nostri occhi si incontrarono. Le sue mani erano curate con attenzione e, quando si spostò un passo, notai le sue scarpe aperte: una pedicure rossa impeccabile, quella maniacale precisione con il quale era stata fatta, un dettaglio raffinato e vellutato che contrastava con la pioggia fredda fuori.
Pagò con gentilezza, sorridendo mentre prendeva le pizze. Poi, prima che potessi salire di nuovo in sella, mi chiese:
“Vuoi entrare un momento? Ti offro qualcosa di caldo. Fuori fa un tempo terribile.”
Esitai, con l’acqua che stillava dalla giacca e il freddo nelle dita. Dentro si sentiva un profumo di casa accogliente, di legno caldo e di qualcosa di sfornato poco prima. Accettai, più per la cortesia che per il coraggio.
Mentre lei si allontanava verso la cucina, mi chiesi se quella sera fosse solo una pausa dal temporale — o l’inizio di qualcosa che nessuno dei due aveva previsto.
La signora mi condusse all’interno con un gesto gentile, lasciando dietro di sé il profumo della pioggia e qualcosa di più intimo, un aroma caldo che sembrava appartenere a quella casa. Il corridoio era illuminato da lampade basse; sulle pareti, quadri antichi e fotografie in bianco e nero raccontavano una vita ordinata, raffinata, forse troppo silenziosa.
Quando entrammo nel soggiorno, capii subito che non ero il solo ospite.
Vicino al camino, con una mano posata sul mantello di pietra, c’era suo marito. Era un uomo composto, dall’età matura, vestito con una camicia scura e pantaloni eleganti da casa. Non sembrò sorpreso di vedermi. Anzi, alzò gli occhi verso di me con calma, poi li spostò sulla moglie.
Fu uno sguardo breve, ma carico di un’intesa che non riuscivo ancora a decifrare.
Lei aveva abbandonato i sandali vicino alla porta. Ora camminava a piedi nudi sul parquet lucido, con una leggerezza tale che sembrava danzare più che camminare. La luce del fuoco le accarezzava i piedi curati, facendo brillare quell’rosso profondo della pedicure nel silenzio della stanza. Ogni passo era misurato, sicuro, come se conoscesse perfettamente l’effetto che produceva.
“Questa è Rossella,” disse il marito, indicandola con un sorriso appena accennato. “E tu sei il ragazzo delle pizze.”
“Giulio,” risposi, asciugandomi una goccia dalla fronte.
“Giulio,” ripeté lei, e il modo in cui pronunciò il mio nome sembrò restare sospeso nell’aria più a lungo del necessario.
Il marito mi invitò ad avvicinarmi al camino. Mi porse un bicchiere di vino caldo, speziato, e io lo accettai con una gratitudine che andava oltre il freddo della pioggia. Il liquore mi scaldò il petto, mentre il fuoco crepitava e proiettava ombre mobili sulle pareti.
Rossella si sedette sul divano, con le gambe raccolte sotto di sé, e mi osservava senza fretta. Non era un’osservazione invadente, ma attenta, quasi curiosa. Il marito, invece, parlò del temporale, della città, della mia bicicletta lasciata sotto la pensilina. Discorsi normali, educati, quasi protettivi.
Eppure, sotto quella normalità, qualcosa cambiava piano.
Rossella si alzò per aggiungere un’altra legna al fuoco. Quando si chinò, la luce disegnò la curva della sua schiena e il movimento dei suoi capelli. Il marito la guardò, poi di nuovo me. Non con gelosia: con una specie di consapevolezza tranquilla, come se conoscesse esattamente la partita che si stava aprendo.
“Ti piace il vino?” mi chiese lei, tornando accanto al camino.
“Molto,” risposi.
“Bene,” disse, sorridendo. “Perché fuori pioverà ancora a lungo.”
Il suo sguardo marrone si fermò nei miei. In quel momento il rumore della pioggia sembrò allontanarsi, e il calore del camino non fu più l’unica cosa a farmi sentire il cuore accelerare.
Rossella rimase in piedi accanto al camino, più vicina di prima. Con un gesto lento raccolse i capelli in una mossa naturale, come se li stesse solo sistemando; ma quel piccolo movimento cambiò l’aria della stanza. Il collo rimase scoperto per un istante, illuminato dal fuoco, e io abbassai lo sguardo più rapidamente di quanto avrei voluto.
Si chinò verso la griglia per sistemare la cenere. Era un gesto domestico, quasi banale, eppure la sua vicinanza rendeva tutto diverso. Sentivo il calore del fuoco da un lato e, dall’altro, una tensione silenziosa che non riuscivo a nominare.
Il marito non disse nulla. Osservava il fuoco con calma, come se quel momento appartenesse a una routine che lui conosceva già. Ma quando alzò gli occhi verso di me, capii che nulla in quella stanza era davvero casuale. Da quella maglia larga, apparentemente ad uso domestico, iniziai ad intravedere quel seno, totalmente libero e senza alcun reggiseno i cui capezzoli, molto rigidi, avessero già deciso dove voler finire e in quel preciso istante notai che c’era ancora più luce in quella zona, notai, cercando di voler nascondere la mia invadenza, che quel seno adesso veniva sfiorato dalla sua mano prima una forte strizzata e poi sfiorato delicatamente con il pollice come se dopo una forte scossa volesse comunque deciso di dedicarsi una piccola carezza.
Rossella si raddrizzò lentamente. Per un attimo sembrò tornare alla normalità: sistemò un tizzone, si asciugò le dita su un panno, sorrise. Poi il suo sguardo incontrò di nuovo il mio.
“Hai freddo?” chiese, con una voce bassa.
“Un po’,” risposi, anche se il vino e il camino mi avevano già scaldato.
Si avvicinò appena, abbastanza da farmi sentire il profumo della sua pelle mescolato al fumo di legna. Non mi toccò. Non subito. Si limitò a guardarmi, con quella calma sicura di chi sa che il tempo, quella sera, era diventato loro alleato.
Il marito si alzò e prese la bottiglia.
“Altri due bicchieri,” disse. Poi, prima di uscire, aggiunse con un sorriso appena percettibile: “Prendetevi tutto il tempo che vi serve.”
La porta del soggiorno si chiuse con delicatezza.
Rossella rimase accanto a me, immobile, con il fuoco che le danzava negli occhi marroni. La pioggia continuava a battere contro i vetri, ma dentro quella casa il silenzio era diventato più denso di qualsiasi rumore.
“Giulio,” disse infine, avvicinandosi di un altro passo, “sei sicuro di dover tornare subito sotto la pioggia?”
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