trio
Due pensionati... molto trasgressivi.
31.10.2026 |
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"Sul davanti, la scollatura profonda lasciava intravedere gran parte del seno, ancora umido di gocce d'acqua..."
Chissà se ognuno di noi ha un proprio luogo fortunato. Per quanto mi riguarda, posso dire di aver trovato il mio. Ha la forma di una scatola di vetro e metallo sospesa nel vuoto: è la cabina della funivia che da Erice scende a Trapani. È lì dentro, nel silenzio interrotto solo dal ronzio dei motori e dal vento che schiaffeggia i vetri, ho incontrato le mie occasioni più incredibili. La prima volta è successo qualche anno fa: una coppia del nord in vacanza, un invito a mangiare del pesce fresco nel loro camper e un incontro a tre, consumato poi la sera stessa. Sembrava un'avventura irripetibile, una di quelle che capitano una sola volta nella vita. E invece, nell'estate appena trascorsa, quella stessa cabina ha deciso di concedermi il bis, questa volta in compagnia di un'altra coppia.Ecco perché non ho dubbi: chiamatela coincidenza, ma per me quella cabina è un vero tempio della fortuna. Tutto è iniziato quando le porte si sono chiuse alla stazione di Erice e mi sono ritrovato seduto di fronte a loro. Ci siamo salutati con un sorriso. Anche questa volta si trattava di una coppia piuttosto avanti con l’età. Lei era una bella donna sulla sessantina, di quelle che portano l'età con classe. Indossava un abito estivo di lino azzurro che le accarezzava le ginocchia. Per il caldo aveva raccolto i capelli, lasciando scoperto un collo ancora bellissimo e giocherellava con un paio di occhiali da sole scuri.
Lui era un uomo poco sotto i settanta, asciutto, con i capelli bianchi tagliati corti e l'aria di chi si tiene in forma. Indossava una camicia di lino bianco e un paio di occhiali da sole tartarugati che gli davano un'aria molto giovanile. Profumavano di buono, di quel genere di vacanza colta e rilassata. Li approcciai usando lo stesso identico grimaldello, la stessa identica frase che qualche anno prima aveva scatenato l'inferno con l'altra coppia:
“Bello il panorama, vero?”
I discorsi che seguirono furono quasi identici a quelli fatti con la precedente coppia:
“Bellissimo” rispose lei. “E’ la seconda volta che veniamo qui e ci saranno altre volte. Lei è di qui?”
“Sì.”
“Che fortunato che è!” – disse.
” Ne sono consapevole.” – risposi.
“Peccato che la nostra vacanza stia per finire. Domani si riparte.”
“E’ sempre brutto ritornare al lavoro dopo una bella vacanza…” – dissi.
“Niente più lavoro, siamo pensionati…da un bel po’ ormai.”
“Baby pensionati, eh? – dissi con un sorriso.
Risero anche loro.
“Magari … abbiamo superato entrambi i sessanta.” -
“Beh, li portate splendidamente.”
“Grazie, lei è molto gentile. Io mi chiamo Sandra e mio marito, Fulvio”
“Piacere, io sono xxxxx. Alloggiate qui in città?”
“Sì, siamo in un resort sul lungomare. Ci sono due mulini favolosi dentro.”
“So dov’è. Posto bellissimo con tanto di prato all’inglese.”
“Sì, è proprio quello.” - Disse lei sorridendo.
La funivia stava ormai per arrivare alla stazione di valle; la cabina rallentava e il tempo a nostra disposizione si stringeva. In quel momento, marito e moglie si scambiarono un'occhiata d'intesa, breve ma eloquente, come se avessero appena preso una decisione senza bisogno di parlarsi. Pochi secondi dopo, lei mi ha guardato dritta negli occhi e, con un sorriso indecifrabile, ha rotto gli indugi: «Perché non viene a trovarci stasera? Domani è il nostro ultimo giorno qui e potrebbe darci qualche buona indicazione su dove andare».
“Molto volentieri. Mi piace svelare i segreti nascosti della mia città a chi sa davvero apprezzarli. Stasera passerò a trovarvi, promesso. Chiederò alla reception di Sandra e Fulvio.”
“Esatto.”
Le porte della cabina si sono aperte proprio in quel momento e siamo usciti insieme sul piazzale. Camminammo chiacchierando fino al parcheggio, sotto il sole accecante di Trapani, che si rifletteva sull'asfalto. Lì, prima che salissero in macchina, ci stringemmo la mano, decidemmo di darci del tu e ci accordammo per rivederci direttamente quella sera.
Sono salito in macchina e ho guardato in alto, verso la montagna, seguendo con gli occhi le cabine che si arrampicavano fino a Erice. Ero incredulo. Quante probabilità c’erano che quella scatola di vetro sospesa nel vento facesse di nuovo lo stesso miracolo? Due coppie diverse, a distanza di anni, e la stessa identica elettricità. Mancavano solo poche ore. Giusto il tempo di una doccia gelata, di scegliere i vestiti giusti e sarei stato nella loro camera, pronto a scoprire fin dove ci avrebbe spinti, questa volta, la magia della funivia. Sotto la doccia, mentre l'acqua fredda cercava di calmare i pensieri, ha iniziato a farsi strada un dubbio sottile. E se avessi frainteso tutto? Se fosse stata solo la mia fantasia a viaggiare troppo velocemente, condizionata da quel precedente miracolo di qualche anno prima? In fondo, mi avevano solo chiesto delle indicazioni turistiche. Poi, però, sono tornato con la mente a quei pochi centimetri di spazio nella cabina. Ho rivisto la sequenza esatta dei loro movimenti: quel dialogo muto fatto di sguardi d'intesa tra di loro, il modo in cui lei mi aveva fissato negli occhi e l'accenno di sorriso di lui. No, non era un miraggio. Non era solo cortesia. Gli sguardi promettevano bene, promettevano tutto. Dovevo solo andare a vedere le carte. Sono arrivato in albergo con il cuore che batteva un po’ più forte del normale. Alla reception ho chiesto di Sandra e Fulvio. L'impiegata era già stata informata: «Sì, la stavano aspettando. Prenda quel corridoio, ultima porta a destra».
Mi sono avviato. Davanti alla camera ho fatto un respiro profondo e ho bussato. Pochi istanti dopo, la porta si è aperta. Ad accogliermi c'era lui. Aveva i capelli ancora umidi e indossava soltanto un accappatoio di spugna bianca. Mi ha sorriso con assoluta disinvoltura, come se accogliere un quasi sconosciuto in quella tenuta fosse la cosa più naturale del mondo.
“Accomodati pure”, mi ha detto scostandosi di lato, “Sandra è ancora sotto la doccia, esce tra un attimo”. Mentre entravo e la porta si chiudeva alle mie spalle, non ho potuto fare a meno di notare i dettagli. Quell'accappatoio non era stretto, tutt'altro. Il cordone di spugna era annodato in modo pigro, lasco, lasciando aperto sul petto un’ampia scollatura che scendeva lungo l'addome. Era un equilibrio precario: bastava un passo più lungo, un movimento un po' più deciso o fuori posto, e il nodo si sarebbe sciolto del tutto, mostrandolo completamente nudo davanti a me. La sfida era iniziata, ed eravamo solo all'ingresso.
Mentre mi accomodavo sul divanetto della stanza, con il rumore dell'acqua della doccia che scorreva in sottofondo, lo sguardo mi è caduto inevitabilmente di nuovo su di lui. E la mente ha ricominciato a correre. Che senso dare a quell'accappatoio così poco annodato? Quel nodo lasco, quel petto esposto con tanta studiata disinvoltura, sembrava voler dire una cosa. Fulvio non si stava limitando a fare il padrone di casa ospitale che mette a disposizione la moglie; mi stava dicendo, senza parlare, che avrei giocato con entrambi. In quel preciso istante, il rumore dell'acqua in bagno è cessato. Quasi all'unisono, come se quel silenzio improvviso fosse un segnale convenuto, Fulvio, che era seduto davanti a me, ha allargato lentamente le gambe e, con quel solo movimento, il cordone allentato ha ceduto del tutto: la spugna bianca dell'accappatoio si è aperta, scivolando via dai fianchi e mostrando, senza più alcun filtro, le sue parti intime. Non tentò di rimediare, tutt'altro. Mi guardò con un'aria di assoluta e consapevole complicità, un mezzo sorriso che non chiedeva scusa, ma che sembrava piuttosto sfidarmi a fare la prossima mossa. C’era la sicurezza di un uomo maturo che sa esattamente quale filo sta tirando. In quel perfetto e totale silenzio, mentre i miei occhi passavano da lui al suo accappatoio ormai spalancato, la porta del bagno è scattata. Sandra è apparsa sulla soglia e, a giudicare dalla sua espressione, sembrava condividere la stessa complicità del marito. Anche lei indossava un accappatoio bianco, identico a quello di Fulvio, altrettanto lasco e poco rassicurante. Camminava a piedi nudi, mentre la spugna si muoveva a ogni passo, aprendosi sulle gambe. Sul davanti, la scollatura profonda lasciava intravedere gran parte del seno, ancora umido di gocce d'acqua.
Si è seduta sulla poltrona di fronte a me, accavallando le gambe e lasciando che l'accappatoio si aprisse ulteriormente. Mi ha guardato, poi ha rivolto un'occhiata rapidissima al marito, ormai completamente nudo. Sul suo volto non è comparso il minimo segno di sorpresa. Ha semplicemente sorriso.
Poi, senza distogliere lo sguardo da Fulvio, ha rotto il silenzio:
«Pensi che abbiamo sbagliato?»
Il sottotesto era chiarissimo, quasi ironico: si stava chiedendo, ad alta voce, se per caso io fossi l'unico ingenuo a non aver ancora capito il vero motivo di quell'invito. Ma prima ancora che potessi accennare una risposta, è intervenuto lui. Fulvio mi ha guardato dritto in faccia, sostenendo la mia reazione con una sicurezza disarmante:
“No, credo che abbia capito benissimo”. E, quasi a voler sigillare le sue parole con un punto esclamativo che non ammetteva repliche, ha allargato ancora di più le gambe, mostrandomi la sua totale nudità. A quel punto, toccava a me. Non c’era più spazio per le parole, né per l’esitazione. La cabina della funivia mi aveva portato fin lì, ma l’ultimo passo dovevo farlo da solo. Sotto gli occhi complici di Sandra e lo sguardo di sfida di Fulvio, mi sono alzato dal divanetto. Ho iniziato a sbottonarmi la camicia, sostenendo i loro sguardi uno alla volta, mentre l'aria nella stanza diventava incandescente.
Mi sono avvicinato a Fulvio, seduto con le gambe divaricate e il sesso bene in vista. Mi sono inginocchiato davanti a lui, gliel'ho preso con una mano e ho cominciato a massaggiarlo. Poi, l’ho preso in bocca. Ho iniziato a succhiarlo e lentamente ha cominciato a crescere. Quando è diventato duro, gli ho leccato la cappella mentre lo segavo con la mano. Sandra, nel frattempo, non distoglieva gli occhi da noi. Mi piaceva essere osservato da lei mentre mi dedicavo a suo marito. Ad un tratto si è alzata e mi ha tirato verso di sé. Le sue mani si muovevano con decisione. Sentivo il leggero scatto metallico della fibbia mentre mi slacciava la cintura, poi il rumore del bottone che si apriva. Infine, con studiata lentezza, fece scendere la cerniera. I pantaloni si allentarono sui fianchi e io rimasi in mutande, con il respiro sempre più corto, mentre il suo sguardo non abbandonava mai il mio. A quel punto, ha infilato i pollici e gli indici di entrambe le mani sotto l'elastico, lo ha afferrato saldamente e ha abbassato lentamente le mutande, fino a liberarmi del tutto. Poi mi ha attirato a sé con decisione e l’ha ingoiato stringendomi i fianchi per non farmi allontanare. Io la guardavo, rapito. Lei aveva chiuso gli occhi e si dedicava al mio cazzo con tutta la passione possibile. Ogni tanto emetteva dei mugolii di piacere. La sua bocca era calda e umida, la sua lingua guizzava sulla punta sensibile. Stavo per venire e ho provato a fermarla ma lei ha affondato le unghie nei miei glutei per fermarmi. In una frazione di secondi ho dovuto decidere se abbandonarmi a quel piacere e venire nella sua bocca col rischio poi di perdere l’eccitazione per un po’ di tempo (non ho più vent’anni, diamine) o tirarmi indietro con decisione. Ho scelto la seconda opzione.
“Scusami ma stavo venendo” – dissi.
“Perché non me l’hai detto” – domandò lei sorridendo e stiracchiandosi. Si è alzata e si è seduta sulla poltrona aprendo completamente i lembi dell'accappatoio, svelando il suo corpo nudo e profumato. Ha adagiato le cosce abbronzate sui braccioli della poltrona, aprendosi completamente e definendo chiaramente chi dovesse essere il prossimo centro dell'attenzione: La sua vulva.
Mi sono inginocchiato davanti a lei. Lei si toccava.
“Ti piace guardarmi?” – mi ha detto ansimando.
“Oh sì.” – ho risposto.
Ha tolto e sue dita impregnate dei suoi umori dal suo sesso e le ha messo dentro la mia bocca. Ho leccato ogni dito guardandola negli occhi. Lei ha preso la mia testa tra le sue mani e l’ha ficcata dentro le sue cosce. Ho sentito subito il suo profumo di donna, il suo odore mi inebriava. Le ho baciato i bordi della vulva, poi le ho succhiato le piccole labbra e poi ancora ho iniziato lunghe leccate. Adoravo il suo sapore e i suoi mugolii mi facevano impazzire. Ho preso in bocca il suo clitoride gonfio e l’ho succhiato con forza, ritmicamente, finche sentì che un orgasmo violento come un ciclone la scuoteva dalla testa ai piedi. Mi ha afferrato la testa e mi ha tirato. Mi ha guardato dritto negli occhi poi ha avvicinato le sue labbra. Come descrivere quel bacio? È stato qualcosa di magico. È stato un bacio lungo, profondo, umido, di puro istinto, dove le nostre lingue si sono cercate e intrecciate senza dare tempo al pensiero; l'attrito caldo della sua bocca e il sapore della sua pelle mi hanno tolto il fiato, mentre le sue mani mi stringevano la nuca per non lasciarmi un solo millimetro di respiro. Ad un tratto, si è alzata dalla poltrona e, prendendomi per mano, mi ha spinto a sedere al suo posto. Subito dopo si è adagiata sopra di me, a cavalcioni, facendo scivolare i suoi seni nudi contro il mio torace in una carezza leggera e continua. Ci siamo scambiati un altro bacio profondo, poi lei si è voltata lentamente, dandomi la schiena e premendola contro il mio petto, così da poter guardare Fulvio dritto negli occhi e mentre lo guardava ha preso il mio cazzo e lo ha affondato dentro di lei. Il suo movimento lento, su e giù, la sua schiena che si arcuava e lo sguardo di suo marito puntato su di noi era qualcosa di eccitante oltre ogni limite, un momento sospeso in cui eravamo tutti e tre inevitabilmente legati.
Ho allungato una mano per afferrarle e stringerle un seno e con l’altra mano le ho stuzzicato il clitoride. Lei ansimava e premeva contro il mio membro. Gli occhi scuri di suo marito non hanno mai abbandonato gli occhi di sua moglie. Improvvisamente, lei si è alzata da me e si è seduta a cavalcioni sul pene del suo uomo e lo ha messo dentro di lei, senza che mai i loro occhi hanno mai smesso di cercarsi. In quel momento era per loro come se il mondo avesse improvvisamente smesso di girare. Erano solo lui e lei, una cosa sola. L’orgasmo li ha colti insieme. Siamo rimasti in silenzio in quella stanza per un po’, poi, improvvisamente, Anna si è alzata ed è andata in bagno a farsi una doccia. Siamo rimasti Fulvio ed io. Il silenzio è proseguito ancora un po’. Io ero stato l'unico a non aver raggiunto l'apice, ma non provavo alcuna frustrazione. Fulvio si è girato verso di me e mi ha guardato con un sorriso sincero, quasi grato.
“Tutto bene?” mi ha chiesto a voce bassa, spezzando il silenzio. “Mi dispiace che tu sia rimasto a metà...”
L'ho interrotto subito con un sorriso rilassato.
“Non ti preoccupare”, ho risposto. “Credimi, aver fatto parte di tutto questo e aver visto quello che ho visto vale infinitamente più di un semplice orgasmo.”
Lui ha sorriso. Mi ha guardato per qualche secondo in silenzio, poi con voce bassissima, mentre il rumore dell'acqua continuava a scorrere in sottofondo.
“Guarda che questa era soltanto la prima parte. Il bello deve ancora venire: aspetta la seconda parte.” – disse.
“Oh, Dio mio!”
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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