Lui & Lei
Bruciare di gelo in una notte svizzera
11.06.2026 |
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"Entrare nel suo appartamento fu una sorpresa: era uno spazio da studentessa ben diverso da come l'immaginavo, ordinato, caldo e perfettamente attrezzato..."
Il freddo di quel paesino della Svizzera francese entrava nelle ossa, un gelo che non avevo mai conosciuto prima. Erano le mie prime sere lì e il silenzio della casa che mi ospitava era diventato, notte dopo notte, una prigione soffocante. Quella terza sera decisi che non potevo restare ancora a guardare le pareti: avevo bisogno di staccare la spina, di sentire il battito di quel posto sconosciuto, di sballarmi e dimenticare per qualche ora il peso della solitudine e della lingua che non riuscivo a masticare.Uscii con un solo obiettivo in mente. Vagai per le strade quasi deserte fino a quando non riuscii a trovare quello che cercavo, superando barriere linguistiche con il linguaggio universale di chi sa cosa vuole. Ma, una volta ottenuto lo sballo, mi resi conto dell'imprevisto: ero senza cartine, senza filtri, completamente bloccato. La frustrazione cresceva insieme al freddo pungente.
Fu così che, girando per una zona che pensavo isolata, notai un edificio imponente che di giorno appariva come un serio, quasi austero, ufficio comunale. Ma quella notte, dal sottosuolo, arrivava un brusio cupo e una luce calda che tagliava il buio. Due scalinate scendevano verso una porta centrale che sembrava inghiottire i ragazzi che entravano: era l'ingresso di un locale sotterraneo che di giorno non avrei mai sospettato esistesse.
Mi avvicinai al gruppetto che sostava sui gradini, cercando disperatamente un aiuto. Punteggiai un ragazzo e provai a rompere il ghiaccio: "Pardon, je suis italien... je ne parle pas très bien le français...". Lui si girò, mi squadrò e scoppiò a ridere: "Ah, tu italiano? Io portoghese!". Da quel momento, tutto cambiò. Mi chiamò "cugino", mi diede ciò di cui avevo bisogno e mi trascinò dentro quella babele meravigliosa di lingue e accenti, dove l'isolamento era finalmente sparito.
Ed è lì che apparve lei. Non si fece avanti subito; la guardavo di sbieco, distogliendo lo sguardo ogni volta che temevo potesse accorgersi di quanto la mia attenzione fosse catalizzata da lei. Osservavo l'ambiente, la gente, fingendo che il mio interesse fosse rivolto al caos di quel sotterraneo, mentre in realtà ogni mio senso era teso verso i suoi movimenti.
Poi, senza preavviso, si staccò dal gruppo e si appoggiò al muretto accanto a me. Si mise una sigaretta tra le labbra e mi guardò, chiedendomi qualcosa a una velocità impressionante in un francese che per me era solo un suono indistinto. Mi sentii bloccato: capii perfettamente che voleva fuoco, ma l'imbarazzo di non saperle rispondere, di essere un estraneo che non riusciva nemmeno a balbettare una parola in quella lingua, mi tolse il fiato. Le porsi l’accendino con la mano che tremava appena, abbozzando un sorriso un po' amaro.
"Pardon," mormorai, sentendomi goffo. "Io... io sono italiano."
Lei mi squadrò per un istante, studiando la mia confusione, e poi il suo volto si sciolse in un sorriso che spazzò via ogni tensione. "Tranquillo," mi disse in un italiano perfetto e suadente, "parliamo italiano, se ti va." Scoprii che studiava lingue all'università. Da quel momento, il resto del mondo, la musica, la folla, il freddo di fuori, cessò di esistere. Siamo rimasti su quei gradini a parlare per ore, dimenticando completamente che a pochi centimetri da noi c'era un locale pieno di gente. Non ci siamo mai entrati.
"Andiamo da me a bere qualcosa?". Mentre mi alzavo, ancora stordito da quella connessione improvvisa, incrociai lo sguardo del mio "cugino" portoghese che, da lontano, mi fece l'occhiolino: "Ti gusta la chica?". Uscimmo nella notte gelida, diretti verso casa sua.
Entrare nel suo appartamento fu una sorpresa: era uno spazio da studentessa ben diverso da come l'immaginavo, ordinato, caldo e perfettamente attrezzato. La realtà della situazione prese il sopravvento. L'insicurezza iniziale svanì del tutto. Lei era lì, davanti a me, e il fatto che avesse scelto di portarmi via per stare da soli diceva tutto. Iniziammo a baciarci, e il contatto fisico fece il resto. Iniziai a toccarla, saggiando la sua reazione, sentendo sotto i palmi il calore di un desiderio che non aveva più bisogno di filtri. Piano piano, ci spogliammo, centimetro dopo centimetro.
Quando rimase nuda, la bellezza di quella ragazza mi tolse il fiato. Non c'era un dettaglio fuori posto, un corpo perfetto che sembrava appartenere a un'altra dimensione. In quell'istante, volevo solo farla godere, dedicarmi a lei con una devozione totale. Sentire come fremeva sotto il mio tocco, come rispondeva al calore delle mie mani e delle mie labbra, divenne il mio unico obiettivo. L'eccitazione esplose, trasformandosi in una tensione elettrica che mi spinse a prendere il comando, guidando ogni movimento, ogni respiro.
Abbiamo consumato la notte in un vortice di posizioni e scoperte. Davanti a una donna di una bellezza così disarmante, che si offriva a me con totale abbandono, non ho saputo resistere. Mi sono sentito investito di una forza nuova, quella di chi finalmente ha il mondo tra le mani. Le ho dato tutto quello che potevo, liberandomi di ogni peso, di ogni lingua che non riuscivo a parlare, sul suo corpo nudo. È stato un atto di pura verità, un'esperienza che ha segnato profondamente il mio vissuto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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